mercoledì
24 maggio 2017

07:56

Il buio illuminato

di Gianni Sartori

Foto di Gianni Sartori

Foto di Gianni Sartori

Premessa: la mia prima manifestazione (davanti alla Ederle) risale all’ottobre 1967 (tra l’altro, era il giorno della cattura del Che, poi assassinato). Non del tutto casualmente ero presente agli eventi di Valdagno del 19 aprile 1968 e a quelli di Arzignano (“Pellizzari”) del 1972. Sostanzialmente consiliare (mi piacerebbe  poter dire “situazionista”, ma sarebbe presuntuoso) tra il 1969 e il 1972 ho frequentato PotOp (molte manifestazioni, soprattutto a Padova, riunioni, picchetti, scontri con i fascisti, qualche denuncia e processo…) peraltro senza mai iscrivermi. E sempre in polemica su questioni come le gerarchie interne, i fatti di Barcellona del 1937 e Kronstadt 1921.

Ad un certo punto, mi pare nella primavera del 1972, stanco di sentirmi dire “faremo come in Spagna…” (un riferimento al maggio 1937 di Barcellona e all’agosto 1937 in Aragona)  ogni qualvolta davo segni di indisciplina (per quanto “organizzata”) me ne andai senza clamore riprendendo a frequentare il MAV (Movimento anarchico vicentino).

In età ormai avanzata, ho cercato qualche giustificazione a posteriori. “In fondo -mi dicevo, ma con scarsa convinzione- Potere Operaio era anche il nome del giornale dell’anarchico Jaime Balius, quello degli Amigos de Durruti”. E inoltre: la musica dell’inno di PotOp non era forse quella di A Las Barricadas, l’inno della CNT? (anche se in realtà derivava da un canto rivoluzionario russo e/o polacco, la Varsovienne). Questo tanto per contestualizzare la vicenda, vagamente fantozziana, qui ricordata.

G.Sartori a Belfast (1981)

G.Sartori a Belfast (1981)

Doveva essere il 1971 o forse l’inizio del 1972, circa. La richiesta venne da un amante della divisione del lavoro: “L’esperto in grotte sei tu. Vedi di darti da fare”. Risposi che lo facevo soltanto perché mi andava di farlo, non per ordini superiori. Ma poi un paio di posti li individuai. Non grotte, chiaramente. Anche se nei primi anni 70 la coscienza ambientale era di là da venire, qualcosina cominciava a germogliare. E in una grotta naturale, mai. Sacrilegio.

Meglio allora le cave, ambienti comunque degradati (pensavo) dove scoppiava ben altro che qualche molotov. Primo tentativo, verso Monteviale, estreme propaggini dei Monti Lessini che dal territorio veronese si spingono fino al vicentino. Aperta da pochi anni, la cava a cielo aperto aveva scoperchiato due piccole grotte rilevabili che esplorammo in fretta prima della completa escavazione. Quel che rimaneva era una vasta e brulla pietraia circondata da pareti franose. Paesaggisticamente, uno scempio.

Arrivammo in quattro, stivati in una 500, e ci inoltrammo nell’area desolata. Cancello aperto, turno di lavoro concluso. Noi tranquilli, neanche il palo, posiamo gli zaini e stiamo giusto per metterci all’opera, quando: “Caso (“s” dolce, si riferisce al noto organo maschile nda) fasio voaltri (senza la “i”) chive (contrario di live nda)?”. Grande e grosso, camicia a scacchi, un vero energumeno.

“Femo on giro, parché, no se poe?”. “No che no se poe e deso ndè fora dai pie o ciamo le guardie”.

Dato che non stavamo andando a fossili, meglio non insistere. Voltammo i tacchi cambiando decisamente zona d’intervento. A sud, sui Colli Berici, dove i cavatori hanno imperversato per anni. Basti pensare alla zona di San Gottardo, a Costozza, a Sossano e Orgiano (prima o poi verrà giù tutto…è la Nemesi).

Mi ricordavo di aver individuato una serie di cave abbandonate, parte a cielo aperto, parte  in galleria, intorno al Lago di Fimon. Profonde, al buio anche perché ormai era tarda sera). Cancelli spalancati o divelti. Nessun cartello, segnale o divieto.

G. Sartori nella grotta del Torrione Vallesinella (1968) tra Mario Carniel (presidente gruppo speleologico veronesi "Falchi") e un altro speleologo del gruppo di Monfalcone

G. Sartori nella grotta del Torrione Vallesinella (1968) tra Mario Carniel (presidente gruppo speleologico veronesi “Falchi”) e un altro speleologo del gruppo di Monfalcone

Sostanzialmente eravamo dei dilettanti. Unico riferimento tecnico, un sintetico schema ricavato da una pubblicazione del compianto Edgardo Pellegrini che avrei avuto modo di conoscere negli anni ottanta in occasione delle lotte contro l’apartheid. Ma anche il film Exodus, quando il ragazzo spiegava alla ragazza di tenere la bottiglia a testa in giù per raddrizzarla solo al momento di accenderla e lanciarla, così la sabbia non resta accumulata sul fondo. Scopriamo che il nostro aspirante commissario politico  in fondo è un creativo. In mancanza di scaglie di sapone ha pensato di utilizzare detersivo e invece dello straccio imbevuto una girandola (di quelle che i bambini compravano dal tabaccaio) legata a un fiammifero antivento. Comunque funzionava.

Tutti fanno un paio di lanci, la cava si accende di luce improvvisa, le ombre si inquietano e poi resta la fiamma che brucia… Tutto qui. Le prime e ultime molotov della mia vita. Niente di particolare se pensiamo che all’epoca migliaia, decine di migliaia, di militanti e simpatizzanti sperimentavano questo e (ben) altro.

Ma c’è comunque un risvolto tragicomico. Ripassando qualche anno dopo da quelle parti, una serie di cave allineate che si aprono sul fianco della collina, mi è capitato di scambiare quatro ciacole con un abitante del luogo. Ho avuto la conferma che in passato le cavità erano state utilizzate dai militari come deposito di esplosivi. Dal racconto dell’autoctono, ho anche potuto ricostruire come avvenne il trasferimento del materiale. Per il trasloco (un po’ improvvisato) vennero assunti alcuni ragazzi del luogo che per qualche giorno trasportarono pesanti casse da cui talvolta fuoriusciva una polvere gialla. Impregnandoli al punto che il tipo in questione si ritrovò all’ospedale e rischiò di lasciarci la pelle. Se lo ricordava bene, anche perché come effetto collaterale perse l’anno scolastico.

Ovviamente mi son chiesto cosa sarebbe accaduto se una cassa (o anche soltanto una modica quantità dell’esplosivo) fosse rimasta nel terreno.

In fondo, ho ricostruito, dal trasferimento del deposito alla nostra giovanile performance non era passato neanche un anno.

In seguito ho ancora frequentato quei luoghi, ma soltanto come speleologo ed escursionista. Ho potuto constatare che da qualche anno le cave abbandonate sono state prescelte come rifugio da una consistente colonia di chirotteri. Sulle pareti dell’antro ha attecchito perfino qualche esemplare della rarissima saxifraga berica (quella che rischia di estinguersi sulle pareti di Lumignano, troppo e mal frequentate).

In qualche modo il luogo sembra essersi ri-naturalizzato, in equilibrio con i boschi, le acque e l’ambiente circostanti, come è giusto che sia. Oggi come oggi lì dentro non andrei ad accendere nemmeno un cerino. Quanto ai tre compagni, chi prima chi poi, chi più chi meno, tutti finirono temporaneamente in galera per la loro militanza, ma almeno uno (figlio di generale e nipote di ministro, ma allora non lo sapevo) ha poi fatto carriera finendo a collaborare con istituzioni neoliberiste internazionali.

nota biografica: Tra il 1967 e i primi anni ’70 ho praticato intensamente la speleologia. Data l’epoca convulsa, in costante sovrapposizione con la militanza in movimenti e gruppi vari. Nel 1968 partecipai alla spedizione nella Grotta del Torrione di Vallesinella nel Gruppo dolomitico del Brenta (mia la scoperta della Sala Monfalcone), allora considerata la più alta (in quota) d’Italia. In seguito fui nel “gruppo di testa” delle prime esplorazioni del “Finestron” (Massiccio del Grappa) e delle voragini dello Spitz e del Paradiso (Altopiano di Tonezza). Al mio attivo anche la scoperta della grotta più lunga dei Colli Berici (Cà Pura nel 1972; oggi come oggi coprirei l’imbocco di sassi per lasciarla incontaminata), oltre ad essere stato il primo essere umano a percorrere lo stretto cunicolo che mette in comunicazione il ramo sinistro con il ramo destro del “Buso dea Rana” (sempre nel 1972). In seguito, dopo l’espulsione – insieme al compagno Tiziano Zanella – dal Club Speleologico Proteo per “eccessiva esuberanza” (ma forse la politica c’entrava non poco visto che la richiesta era partito da un socio democristiano) mi sono dedicato all’escursionismo e saltuariamente all’alpinismo.

Tra i ricordi più intensi: nel 1978, la classica “E. Castiglioni – B. De Tassis” (Pala del Rifugio, con Ruggero Pegoraro, vivente) e l’incontro in parete con Tiziana Weiss che nel ritorno volò dalla “Frisch” perdendo la vita; l'”Apostolo” (Piccole Dolomiti) in anfibi e sotto la pioggia con Renato Casarotto (1971 o ’72) e la via Soldà sul Baffelan sempre con tempo inclemente; le Mesules (sotto la neve…) nel 1972 con l’indimenticabile amico Mariano Parlato; un’invernale sul dente del rifugio (P.S. Martino) con “foratura” a colpi di picozza  di una imprevista cornice ghiacciata per raggiungere la via di discesa; alcune escursioni invernali in Pasubio (la Val Caprara con neve alta fino alla cintola, senza racchette…) con Roberto Gemo “Superpippo”…Tutte care persone che se ne sono andate troppo presto…

Basta così altrimenti divento sentimentale.

***

Tutte le foto per gentile concessione di Gianni Sartori

Lascia un commento

Inserisci per primo un commento

Avvisami
avatar
wpDiscuz