mercoledì
22 novembre 2017

13:58

Lurra ta Askatasuna (Terra e Libertà)

Le aspre lotte del Popolo basco in difesa della Terra

di Gianni Sartori

Verso la metà degli anni novanta, dopo 25 anni di resistenza antinucleare basca, il demenziale progetto nucleare di Lemoiz finiva accantonato e la centrale venne chiusa definitivamente.

Lemoiz era situata a una quindicina di chilometri da Bilbo (Bilbao) e dal suo milione di abitanti. Già nell’ottobre del 1983 il Consiglio dei ministri del governo socialista ammetteva che le previsioni dei bisogni energetici per il decennio successivo erano state arbitrariamente e volutamente sovrastimate per giustificare la costruzione di nuove centrali. Di conseguenza stabiliva una moratoria per alcune di queste. Tra cui Lemoiz.

La decisione di realizzare questa centrale risaliva agli ultimi anni del franchismo. Dal 1972 il regime franchista aveva pianificato lo sviluppo energetico di Hego Euskadi (Hegoalde, il sud del paese basco sottoposto all’amministrazione spagnola) attraverso la costruzione di tre centrali nucleari in Bizkaia (Deba, Ea e Lemoiz) e di una inNavarra (Tudela).

Tanto per la cronaca, nessuna di queste centrali è mai entrata in funzione per alla ferma opposizione popolare. Alla morte di Franco (novembre 1975) e con gli inizi della “Riforma Politica” i nuovi partiti istituzionali ripresero in mano il progetto energetico franchista e Lemoiz divenne il simbolo della loro intransigenza in campo nucleare. Un esempio di come la soidisant “giovane democrazia spagnola” non prendesse adeguate distanze dal recente passato.

L’UCD (poi disciolto), il PNV, il PSOE e anche il PCE si schierarono per la costruzione di Lemoiz.

Da parte loro, gli abitanti di Euskal Herria dettero vita a quello che con ogni probabilità è stato il più esteso e combattivo movimento antinucleare d’Europa. Un movimento che non si limitò ad essere antinucleare, ma che si fece carico di tutte le gravi questioni ambientali, oltre che di quelle politiche e sociali, del Paese basco.

Lemoiz divenne infatti il “punto di divergenza” di due concezioni assolutamente contrarie, antagoniste e inconciliabili in merito al futuro di Euskal Herria.

La prima concezione, quella istituzionale, della “ragion di Stato”, era già direttamente responsabile della vera e propria “desertificazione economica” del Paese, delle mostruose e devastanti nuove superstrade, del delirante progetto della diga di Itoiz.

Lemoiz ha rappresentato il maggior tentativo di imporre al Paese basco, attraverso metodi quanto mai autoritari, un determinato modello economico, urbano ed economico.

Come mi spiegava ancora 20 anni fa un pacato militante ambientalista abertzale: “La dittatura franchista aveva già saccheggiato le nostre foreste, devastato le nostre montagne e inquinato la maggior parte dei nostri fiumi. In seguito i suoi discendenti “democratici” vollero infliggere un ulteriore colpo trasformando il nostro territorio in riserva nucleare i suoi abitanti in ostaggi sottoposti a minaccia radioattiva perenne”.

L’altra posizione invece derivava direttamente dalla volontà di realizzare una “società orizzontale” ed era condivisa da gran parte del popolo basco.

Proponeva un’organizzazione sociale basata sul rispetto delle risorse naturali, sulla valorizzazione delle proprie fonti di energia e sullo sviluppo esteso e profondo di una autentica democrazia.

Un inciso: in qualche modo si parla della stessa “società orizzontale” che i Curdi stanno cercando di realizzare nel Rojava con il Confederalismo democratico: libertaria, anticapitalista, femminista, autogestionaria, ecologista.

Attorno a questa visione del mondo, oggettivamente e soggettivamente antitetica a quella istituzionale, si coagularono molte forze popolari. Anche le azioni armate contro la centrale, rivendicate da ETA, si collocavano in questa sfida radicale lanciato dal Popolo basco contro lo Stato.

Da parte dei fautori della centrale, la lobby nuclearista, ci fu una vera e propria convergenza e concentrazione di forze e di intenti. Gli Stati Uniti, la CEE e il Giappone investirono nel progetto in maniera adeguata ai loro interessi. Ovviamente anche l’oligarchia spagnola, attraverso la compagnia elettrica Iberduero e le banche, diede un cospicuo contributo. Lo Stato spagnolo dichiarò la zona “di interesse militare” ponendola nelle mani dell’esercito e della Guardia Civil.

I partiti PNV, PSOE e PCE si impegnarono alquanto per sostenere un progetto che definire “folle” è riduttivo. Perlomeno doppiamente folle: in quanto nucleare e per la distanza da Bilbao di soli 15 chilometri. Particolarmente discutibile il ruolo del PNV (Partito nazionalista Basco) che in coincidenza con i lavori della centrale si prodigò in ogni modo per accelerare la formazione dell’Ertzaintza (la polizia “autonoma” basca) a cui poi affidare la sorveglianza della centrale. Un modo per imporre alla società basca determinati criteri di sviluppo, capitalisti e filo-atlantisti.

“Più realista del re”, Arzallus, presidente del PNV, dichiarò in varie occasione che senza la centrale nucleare di Lemoiz, Euskadi sarebbe tornata alle candele.

In seguito la direzione del PNV rese pubblico un comunicato quantomeno paradossale, oltre che ricattatorio: “Se Lemoiz non sarà costruita, noi torneremo ad essere popolo di emigranti.

La pampa argentina, le valli dell’Oregon e dell’Idaho sono in attesa dei nuovi emigranti, espulsi dalla loro terra a causa di questi fanatici”.

Naturalmente parlando di “fanatici” il riferimento era agli ambientalisti baschi, nessuno escluso.

Anche Pedro Areitio, direttore generale delle Iberduero (la compagnia elettrica incaricata della costruzione) perse una buona occasione per stare zitto e lanciò un suo proclama: “Lemoiz entrerà in funzione, costi quello che costi”.

Invece, purtroppo per lui e nonostante il progetto godesse di appoggi importanti, sia da parte dell’amministrazione statale che delle banche, la centrale non entrò e non entrerà mai in funzione.

Lemoiz oggi come oggi rappresenta ancora un simbolo (vittorioso, una volta tanto) non solo del movimento antinucleare, ma di ogni lotta ecologista. Un esempio per coloro che si battono in difesa della Terra: dalla Val Susa a Notre Dame des Landes.

Evoca una concezione del mondo, un progetto politico che vedono nell’autodeterminazione, nell’autorganizzazione e nella difesa dell’ambiente i propri punti di riferimento.

Per capirne qualcosa di più delle lotte degli ambientalisti baschi ne avevo parlato con l’esponente di Eguzki (una militante di EguzkiGladys, venne uccisa dalla polizia a Lemoiz) Juan Mari Beldarrain. L’avevo incontrato a Donostia (San Sebastian) nell’agosto 2005, durante una manifestazione contro le corride indetta da Animalien Eskubideen Aldeko Elkartea (Associazione ProDiritti degli Animali). Manifestazione a cui avevo partecipato (molti slogan in euskara, lingua basca) in quanto mi dava la possibilità di conoscere parte del variegato mondo ecologista (e antispecista) di Euskal Herria.

La militanza di lungo corso come eco-indipendentista abertzale di Juan Mari Beldarrain spiega da sola quale sia la profondità e durata delle lotte ecologiste in Euskal Herria.

Da segnalare che all’epoca, oltre alla formazione storica Eguzki (“Sole” in euskara), in Euskal Herria era attiva anche un’altra associazione, presente soprattutto in Navarra: Lurra (“La Terra”). In seguito alcuni suoi militanti vennero inquisiti per presunti rapporti con ETA.

La maggior parte dei militanti di Eguzki – mi aveva spiegato Beldarrain – proveniva dai Comitati Antinucleari”. Le lotte più dure (alcuni militanti persero la vita negli scontri con la polizia) furono contro Lemoiz,

una centrale nucleare nei pressi di Bilbao mai completata e chiusa definitivamente nell’inverno del 1994 per le proteste e le azioni dirette degli antinucleari.

Quando la vicenda di Lemoiz si concluse – proseguiva Beldarrain – venne organizzato un incontro per non disperdere il patrimonio di esperienze e di organizzazione accumulato in tanti anni di resistenza ai progetti dei padroni dell’energia. Nacque così una nuova organizzazione ecologista, Eguzki appunto”.

In quel momento esistevano molti gruppi e comitati.

Solo in Hegoalde (Paese Basco del Sud, sotto amministrazione spagnola, ) i gruppi locali erano un’ottantina. Vennero individuate varie tematiche (ecologiste, ambientali, animaliste, sociali…) su cui lavorare, sempre con la comune consapevolezza di essere baschi, anche se non c’era una posizione comune sulla questione dell’indipendenza.

In uno dei primi documenti si definivano “non solo anticapitalisti, ma anche contro lo sviluppo – anche quello dell’URSS di ieri e della Cina di oggi – in quanto il mercato è fonte di squilibrio e di oppressione e quanto più grande diventa il mercato (come con la globalizzazione) tanto più aumentano squilibrio e oppressione”.

Ovviamente “sorsero difficoltà con defezioni e scissioni. Tenere insieme un così gran numero di associazioni, a volte diverse per ideologia, non era un’impresa facile” nemmeno per i baschi.

La scissione più dolorosa e consistente fu quella di un gruppo di militanti ecologisti che fondarono Eki (ancora “Sole” ma nell’euskara di Iparralde, Paese Basco del Nord, sotto amministrazione francese). In Eki la tendenza principale era apertamente trotzkista e, in parte, maoista. Mentre in Eguzki prevaleva la componente della sinistra abertzale (“patriottica di sinistra”, sostanzialmente indipendentista) per quanto autonoma rispetto ai partiti.

Questa scissione comportò un indebolimento – masticava amaro Beldarrain. Al momento dell’incontro (2005) “la maggio parte dei militanti di Eguzki è ancora costituita dalla “vecchia guardia” antinucleare, dai “veterani” con già venti-trenta anni di militanza sulle spalle”.

Come agiva Eguzki? Sostanzialmente su due livelli: intervenire tutti, come organizzazione complessiva basca, sulle problematiche nazionali di Euskal Herria mentre ogni singolo gruppo si occupava dei problemi locali.

Eguzki era una sorta di “camera di compensazione” e nel tempo prevalse un metodo di intervento che privilegiava gli interventi specifici, locali.

Dopo quello della centrale di Lemoiz, anche la vicenda della diga di Itoiz divenne un caso di rilevanza internazionale.

Sulla questione di Itoiz, l’organizzazione Eguzki, ecumenicamente, appoggiava sia laCoordinadora di Itoiz che i Solidarios, anche se le due formazioni dissentivano sui rispettivi metodi di lotta.

Contro la diga di Itoiz si operò sostanzialmente in tre modi:

  1. con le mobilitazioni, le manifestazioni, l’incatenamento per fermare i lavori;
  2. a livello giuridico utilizzando tutte le possibilità offerte dalla legislazione;
  3. con l’azione diretta e il sabotaggio.

Eguzki pensava e sosteneva che “tutti questi metodi sono validi”.

Invece la Coordinadora non considerava valido il terzo e quando avvenne il famoso sabotaggio dei cavi, alla fine degli anni ’90, ruppe con i Solidarios.

Invano Eguzki tentò di mediare. Da quel momento appoggiarono le iniziative, le manifestazioni e mobilitazioni di entrambi, partecipandovi regolarmente, nonostante una vera e propria campagna di criminalizzazione dei Solidarios (con persone finite in galera e altre latitanti).

Come è noto, diversamente dalla centrale di Lemoiz (dove alla fine era intervenuta anche l’ETA), la diga di Itoiz venne costruita.

Negli anni successivi si registrarono piccoli, ripetuti, inquietanti terremoti dovuti probabilmente al riempimento dell’invaso. La popolazione era seriamente preoccupata e non pochi temevano “un altro Vajont”. Del resto i baschi si erano informati. Una decina di anni fa molti abitanti della zona, sia quelli sfollati che quelli dei paesi circostanti, avevano visitato Longarone e la diga del Vajont, dove le conseguenze furono ben più gravi. In seguito una delegazione di bellunesi visitò Itoiz.

Tra le località che hanno lottato più duramente va ricordato Aoitz. Il vecchio paese era stato evacuato (ora è ricoperto dall’acqua) e gli abitanti vennero “trasferiti” a forza.

L’ultima iniziativa dei Solidarios era stata quella di rinchiudersi (sbarrando porte e finestre con il cemento) nelle case. Per allontanarli hanno dovuto intervenire con le ruspe.

Altra questione su cui Eguzki interveniva regolarmente era quella degli inceneritori, diffusi soprattutto in Gipuzcoa (una delle province di Hegoalde, insieme a Bizkaia, Araba e Nafarroa).

Già nel ’92 si voleva costruirne uno, ma riuscirono ad impedirlo dando impulso alla raccolta differenziata e al riciclaggio.

Dopo quattro anni, nel 1996, le istituzioni ci riprovarono e questo contenzioso rimase aperto a lungo. Purtroppo, nonostante le proteste, diversi inceneritori sono stati poi realizzati (soprattutto in Gipuzcoa: a Hondarribia e Irun). Un altro a Hendaia, in Iparralde (Euskadi Nord, sotto amministrazione francese). Questi progetti sono stati presentati all’opinione pubblica come “cooperazione europea” e hanno utilizzato finanziamenti europei. In Iparralde inizialmente tutti i municipi avevano rifiutato l’inceneritore, tranne Hendaia, una località prettamente turistica con 25mila abitanti in estate e solo 8mila in inverno. In sostanza si è trattato di una alleanza tra PSF (socialisti francesi) e PSE (Partito Socialista di Euskadi, emanazione del PSOE). A Irun, piccola località, ci furono manifestazioni con migliaia persone. Una proposta di referendum, venne poi bloccata dal governo. Però si era tenuto ugualmente nelle strade, in modo illegale e autogestito. Nonostante le evidenti difficoltà organizzative vi partecipò quasi il 50% della popolazione con un secco NO al 100% tra i votanti.

Anche a Donostia vi furono sollevazioni della popolazione che rifiutava l’inceneritore, anche se non così combattive come quelle di Urnieta (sede scelta inizialmente) dove ci fu un’autentica rivolta di massa. In una località con nemmeno tremila abitanti si tennero manifestazioni a cui partecipava l’80% della popolazione. Venne assalita la casa del sindaco e l’amministrazione fu costretta a fare marcia indietro. Allora il PNV (Partito Nazionalista Basco, sostanzialmente “democristiano”) aveva individuato un altro sito. Venne scelto Donostia (San Sebastian) pensando che in una grande città la coesione sociale è minore.

Un’altra organizzazione ecologista significativamente attiva nei paesi Baschi è stata Lurra(“La Terra”).

La proposta di far nascere una nuova associazione ecologista con un respiro più ampio era venuta direttamente dall’interno di Eguzki.

Il progetto di Lurra era di estendere la lotta ecologista ad altri settori, a persone in relazione con la Terra ma non necessariamente ecologisti (agricoltori, produttori, reti del commercio biologico e alternativo, associazioni di consumatori, settori sensibili dell’Università…) in particolare sulle questioni del territorio, dell’acqua, della biodiversità.

La prospettiva era quella di una “alleanza per difendere la Terra”. L’ipotesi era sicuramente buona anche se poi nella pratica non fu mai realizzata (se non in minima parte).

Nel corso della sua esistenza Lurra ha prodotto molti libri, riviste, convegni… ma non lotte, non mobilitazioni nelle strade.

Un’altra contraddizione: il gruppo era presente soprattutto in Navarra, dove Eguzki invece era quasi inesistente.

Possiamo quindi dire che Lurra è “morta giovane”. Anche a causa della repressione, va detto, in quanto sospettata di legami con ETA.

Aggiungo che l’organizzazione Eguzki era contro la caccia e contro la corrida e contraria alla vivisezione, ma contemporaneamente manteneva relazioni politiche sia con i pescatori che con gli agricoltori (allevatori compresi) e difendeva questi due settori sociali. In particolare col sindacato EHNE (Euskal Herriko Nekazari Elkartea, Associazione degli Agricoltori Baschi) per favorire la produzione locale e biologica.

Quanto ai gruppi ambientalisti più istituzionalizzati (come i Verdi) fino a qualche anno fa in Hegoalde (Paese Basco del Sud) praticamente non esistevano. Erano, e sono, invece presenti in Iparralde (Paese Basco del Nord). Non particolarmente filofrancesi, ma nemmeno abertzale.

In Hegoalde c’era un gruppo che usava la sigla Berdeak (“Verdi” in basco), ma con pochissimi militanti e integrato in Izquierda Unida. Sostanzialmente una copia di “I.U.-Verdi” della Spagna.

Quanto a Green Peace, sostanzialmente Eguzki non aveva rapporti con tale organizzazione dato che soltanto la Green Peace spagnola era ufficialmente riconosciuta dalla casa madre (e non una eventuale Green Peace in Euskal Herria). Inoltre al tempo di Itoiz vi fu una grossa polemica quando questa organizzazione criticò duramente il sabotaggio dei cavi.

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