martedì
26 settembre 2017

07:31

In memoria di Ivana Hoffman

Internazionalista afro-tedesca caduta in Rojava

di Gianni Sartori

Ivana Hoffman (nome di battaglia: Avasin Tekosin Günes) è stata forse la più giovane combattente internazionale caduta lottando insieme ai Curdi contro l’Isis. Venne uccisa il 7 marzo 2015 nella città di Til Temir (Cantone di Cizire), a pochi chilometri da Kobane, in Rojava.

Avrebbe compiuto 20 anni in settembre.

Ivana, afro-tedesca, era nata in Germania nel 1995 e viveva a Duisburg. Militante del Partito Comunista Marxista Leninista della Turchia-Kurdistan (MLKP), si era integrata nella resistenza curda delle Unità di Protezione del Popolo (YPG) e delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) in Rojava.

In Germania, a Duisburg, era stata un’attiva militante dell’organizzazione “Young Struggle”, impegnata nella lotta contro il sessismo e il razzismo. I suoi primi contatti con rifugiati aderenti al MLKP risalivano al 2011 e già nel 2014 si trovava a combattere in Rojava.

Come quella dei Curdi, la sua era una “lotta era per l’umanità, ma anche per costruire un ponte tra la rivoluzione nel Rojava e la lotta di classe in Europa”. Di lei raccontano che “non poteva tollerare la sofferenza di qualunque persona, e che ha voluto combattere il fascismo in tutti i fronti”.

In particolare per la liberazione delle donne “opponendosi sempre ai meccanismi di oppressione patriarcale e ai comportamenti troppo spesso maschilisti degli uomini, inclusi i suoi compagni”.

I volontari del battaglione internazionalista Antifa Tabûr ricordavano che Ivana aveva continuato a sparare, fino all’ultimo proiettile, nonostante la loro postazione fosse stata accerchiata dai miliziani del Califfato nero.

Analogamente, in un comunicato del MLKP si leggeva che “hanno rafforzato le barricate in nome della libertà e dell’onore contro gli attacchi di Isis sconfiggendo il loro piano volto a prendere Til Temir e Heseke per proseguire con ulteriori massacri”.

Il comunicato del MLKP proseguiva sottolineando come “il più grande sogno della compagna Avasin era quello di prendere parte alla lotta in Turchia e nel nord del Kurdistan (il Bakur, ossia il Kurdistan al momento sotto amministrazione turca nda) a seguito della rivoluzione in Rojava (il Kurdistan sotto amministrazione siriana, almeno formalmente nda)”.

Per concludere: “I suoi sogni sono i nostri sogni, il suo cammino il nostro, la sua memoria il nostro onore. La compagna Avasin Tekosin Gunes è per noi immortale”.

Ma, nonostante un velo di retorica che traspare da queste parole (per quanto sicuramente sincere e sofferte), di lei i compagni del MLKP ricordano soprattutto la grande umanità.

Raccontano che era “una persona allegra, una persona che a suo modo diffondeva ovunque buon umore”.

Nelle sue ultime lettere alla madre parlava di ritornare per “ contagiare ciò che mi circonda, i miei compagni e amici con lo spirito combattivo e la forza di volontà, sarò come le canzoni più belle, e tirerò il carro con tutte. Sarò una guerrigliera piena di amore e speranza per il prossimo”.

IVANA NEI RICORDI DELLA MADRE

Nel marzo 2016, al momento del primo anniversario, era stata intervistata sua madre, Michaela Hoffmann.*

Michaela aveva raccontato che in Germania Ivana “aveva molti amici curdi, africani, turchi. Da sempre ha avuto un senso ben marcato rispetto alla giustizia. Un giorno ha poi iniziato a partecipare a manifestazioni antifasciste, campi giovanili ed eventi politici. Ha capito molto dell’oppressione di vari popoli, quindi lei stessa è divenuta attiva”

La giovane era rimasta colpita dalla lotta del popolo curdo e soprattutto dal ruolo assunto dalle donne curde. Aveva anche organizzato incontri-dibattiti e tenuto conferenze sull’oppressione delle donne e la guerriglia delle donne curde. “Ho avvertito subito – ricordava la madre – che lei prendeva molto sul serio la sua militanza e aveva un grande interesse per il Kurdistan. In una lettera scritta al momento di di partire per unirsi alla Resistenza curda, Ivana aveva scritto che voleva ‘difendere la rivoluzione in Rojava’ ed essere parte di essa”.

Fino ad allora Michaela non immaginava che sua figlia sarebbe andata in Rojava, ma poi, dopo la sua partenza: “nel corso dell’ultimo anno ho ricevuto da lei molte altre informazioni. Ora naturalmente posso comprendere tutto meglio. Quando mi sono recata là per portare a casa Ivana, mi sono resa conto di quanto sia importante sostenere la lotta del popolo curdo. Erano in molti a renderle l’ultimo omaggio. Questo mi ha dato molta forza in quel momento. Ho avvertito diversi sentimenti, come rabbia, tristezza, ma anche orgoglio. Da quel giorno fino alla cerimonia funebre e il giorno successivo ho capito sempre più quanto è importante quello che Ivana ha fatto. Cerco di fare il possibile per continuare ciò che lei ha iniziato”.

Ai funerali di Ivana (14 marzo 2015) migliaia di persone erano arrivate a Duisburg per renderle l’estremo saluto e onorarla.

Sia in Turchia che in Europa la sua foto, diventata un simbolo, è appesa in molte strade, sui muri delle case e negli spazi delle associazioni di sinistra.

La madre aveva anche ricordato come “recentemente per televisione ho visto un documentario che mostrava una strada di Kobane con la foto di Ivana.

Poi, ci sono il grande parco nella città siriana del nord, Efrin, a lei dedicato, il luogo in sua memoria a Colonia e sicuramente ancora molti altri posti a lei intitolati. Sono tutte tracce che lei ha lasciato”.

Qualche settimana prima dell’intervista Michaela era stata in Inghilterra a un evento per Ivana e uno dei partecipanti le aveva detto di essere stato “molto impressionato dal fatto che Ivana sia andata a Kobane e abbia contribuito alla costruzione di un ospedale. Mi ha colpito che qualcuno che non la conosceva personalmente fosse ispirato da lei. Ciò mi infonde la speranza che il messaggio di Ivana possa essere trasmesso alla prossima generazione. Il mio sogno è quello di andare nel villaggio assiro di Til Nasir vicino alla città di Til Temir che lei ha difeso. Spero che là ci sarà la pace e che tutti noi insieme possiamo realizzare ciò per cui Ivana si è impegnata”.

Il modo migliore per ricordarla. Per dimostrare che il suo sacrificio non è stato vano.

* nota 1: Personalmente mi ha ricordato altri due esempi di “Madre coraggio” che avevo conosciuto: la mamma di Patsy O’Hara (prigioniero politico, militante dell’INLA morto in sciopero della fame nel 1981) e quella di Carlo Giuliani.

E anche un padre, Ernesto Guevara Lynch (1900-1987) con cui avevo parlato in due-tre occasioni nel 1985-86 e di cui conservo gelosamente alcune lettere. Come si può comprendere dalla lettura del suo libro “Mi hijo el Che”(Mio figlio il Che) aveva saputo raccogliere l’immensa eredità morale del figlio, Ernesto Guevara de la Serna.

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