martedì
26 settembre 2017

16:39

“E tu ora cosa pensi?…”

Un incontro con Isaac e Norma Velazco (1997)

di Gianni Sartori

20 anni fa, l’assalto all’ambasciata giapponese e il successivo massacro dei guerriglieri di MRTA, per mano delle teste di cuoio peruviane, occupò a lungo le pagine dei giornali. Una vicenda su cui in seguito è calato una interessata coltre di silenzio che proviamo a rimuovere proponendo un’ intervista a due esponenti di MRTA realizzata a pochi mesi dai tragici accadimenti. Per “rompere il silenzio”.

Il 17 dicembre 1996, all’epoca della presidenza di Alberto Fujimori, un gruppo di 14 guerrigliere e guerriglieri del MRTA (Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru) occupava l’ambasciata giapponese a Lima come estrema forma di protesta contro il sistema carcerario peruviano. Il gruppo era guidato da Néstor Cerpa Cartolini e l’operazione guerrigliera era stata significativamente denominata “Rompiendo el silencio”, il silenzio sulla sorte dei prigionieri politici uccisi lentamente, giorno per giorno, nelle prigioni di Fujimori.

I militanti di MRTA presero in ostaggio oltre un centinaio di diplomatici, funzionari governativi e grandi imprenditori che qui festeggiavano il compleanno dell’imperatore giapponese.

L’occupazione finì quattro mesi dopo, il 22 aprile 1997, con l’intervento delle teste di cuoio peruviane addestrate da istruttori statunitensi. Le guerrigliere e i guerriglieri vennero trucidati, uccisi con un colpo alla nuca anche  quando si erano arresi e fatti letteralmente a pezzi (alcuni decapitati). Un importante contributo (al limite della complicità) venne dato ai militari dall’arcivescovo di Lima  Monsignor Cipriani, membro dell’Opus Dei,  a cui Cerpa Cartolini aveva, forse ingenuamente, concesso di entrare per dire la messa. L’alto prelato ne approfittò per introdurre di nascosto dei microfoni e forse una radio per i sequestrati consentendo alle forze speciali di agire a colpo sicuro.

Nei comunicati del MRTA si sosteneva che “come gran parte del Sud del mondo, il Perù si trova sotto il tallone del neoliberismo e il suo sviluppo economico avviene a scapito delle masse popolari, in particolare delle popolazioni indigene”. Da questo punto di vista l’azione per quanto estrema del MRTA è stata vista anche come “una risposta alla violenza del sistema politico ed economico, un tentativo di riaffermare la dignità umana”.

Qualche mese dopo ne avevo parlato con Isaac Velazco, intervenuto con la moglie Norma in quanto rappresentati del MRTA in Europa, ad un incontro-dibattito, organizzato dal Collettivo Spartakus. L’iniziativa si era svolta a Vicenza presso Villa Lattes, il 15 dicembre 1997. Isaac portava i segni evidenti e indelebili delle torture cui è stato sottoposto, torture che comunque non avevano potuto scalfire il profondo senso di dignità che traspariva dai suoi gesti e dalle sue parole, testimonianza vivente dei milioni di Indios massacrati e perseguitati dai colonizzatori europei. 

Compagno Isaac Velazco, che cosa intendi sottolineare dell’attuale situazione in America Latina e in particolare nel Perù?

Vorrei ricordare cosa rappresenta l’attuale modello neoliberista per i popoli dell’America Latina, dell’Asia, dell’Africa… i cosiddetti popoli sottosviluppati. Sono questi popoli che hanno reso possibile, subendo uno sfruttamento durato ormai 500 anni, lo sviluppo industriale e le attuali condizioni materiali di vita di coloro che ancora ci opprimono, i paesi sviluppati. 

Come si è concretizzato tutto questo nei territori che costituiscono l’attuale Perù?

I diritti del nostro popolo non sono mai stati rispettati. Ci è stato impedito di parlare la nostra lingua e ci è stata imposta quella dei conquistatori; la nostra cultura è stata proibita. Abbiamo dovuto subire un modello economico portato dall’Europa e le nostre terre comuni sono diventate terre dei conquistatori. Con violenza ci hanno tolto la libertà e ci hanno trasformato in servi e schiavi, obbligandoci a lavorare quelle terre che erano state nostre, a scendere nelle profondità della terra per estrarre l’oro, insieme al denaro unico vero Dio dei conquistatori. Quell’oro estratto dai nostri avi servì per l’accumulazione originaria del capitale che permise lo sviluppo industriale in Europa. Ricordo che anche ai nostri giorni circa diecimila tonnellate di oro estratto in Perù prendono ogni anno la via dell’Europa e degli Stati Uniti. Per cinquecento anni tutto il continente denominato America Latina ha sopportato il saccheggio delle risorse naturali. Più di 13 milioni di indigeni in Perù, e 64 milioni in tutta l’America Latina, furono assassinati nel più grande genocidio mai registrato dalla storia dell’umanità e di cui quasi nessuno ha il coraggio di parlare. 

Come vivevano gli indigeni prima dell’arrivo dei conquistatori?

Nel continente sudamericano si erano sviluppate culture autoctone che avevano fornito soluzioni molto positive alle necessità delle popolazioni. L’economia non si basava sulla proprietà privata ma sul lavoro comunitario e, grazie ad un complesso sistema di opere idrauliche, l’agricoltura era ben sviluppata. Gli indigeni non conoscevano la fame e vivevano in un buon rapporto con la natura. La colonizzazione bloccò lo sviluppo di queste culture e il nostro popolo subì la violenza di un nuovo modo di concepire l’organizzazione sociale -quello dei conquistatori- basato sull’oro, il denaro, la proprietà privata e il possesso di servi e schiavi. Era la visione del mondo dell’Europa feudale, monarchica, dove già esisteva la proprietà privata delle terre e per imporla anche nel nostro continente si ricorse al genocidio.

Cosa sta accadendo ai nostri giorni, 1997, in Perù e nell’America latina in generale con il Nuovo Ordine Mondiale?

Il colonialismo ha ceduto il passo al neocolonialismo e questo al neoliberismo che costituisce il vero e proprio imperialismo della nostra epoca, in grado di soddisfare la bramosia e l’avarizia dei pochi maggiori proprietari di capitali del mondo. Il capitalismo selvaggio attualmente applicato in Perù ha comportato la privatizzazione delle imprese statali, il fallimento di molte industrie e, come conseguenza, il licenziamento e la disoccupazione di migliaia e migliaia di lavoratori. Attualmente in Perù il 75% della popolazione attiva è senza lavoro o sottoccupata e questo si riflette anche a livello delle organizzazioni dei lavoratori. Nel 1990 gli operai iscritti al sindacato erano due milioni; oggi soltanto 600.000. Ovviamente il modello neoliberista favorisce condizioni che garantiscono un maggior sfruttamento dei lavoratori. Il diritto alla sindacalizzazione viene conculcato, oltre che con la repressione, attraverso contratti di lavoro precario, senza stabilità lavorativa, soprattutto per i giovani. In questo contesto si assiste ad un aumento della povertà; attualmente almeno 12 milioni di peruviani sono in condizioni di autentica miseria. Secondo i dati della Banca Mondiale, il Perù si trova al 10° posto come indice di povertà. Il 40% della popolazione sopravvive con meno di un dollaro al giorno. 

Qual è, in questo tragico scenario che hai delineato, la situazione dell’infanzia?

Ovviamente le principali vittime di questa situazione sono i soggetti più deboli, come appunto i bambini. Molti bambini cercano di alimentarsi rovistando tra le immondizie e chiedendo l’elemosina. Molti sono costretti a lavorare, sottopagati, in età giovanissima, altri si trasformano in mercanzia sessuale. È normale incontrare bambini tra i 9 e i 14 anni che si prostituiscono nelle zone residenziali. I giovani che non trovano lavoro sono spinti a rubare per sopravvivere. Attualmente le carceri sono piene di questi giovani cui il modello neoliberale non offre un futuro.Eppure il Perù è molto esteso e

relativamente poco popolato con i suoi 23 milioni di abitanti. Inoltre è ricco di risorse naturali che potrebbero garantire una vita dignitosa a tutti i suoi abitanti…

Il vostro movimento riconosce un ruolo particolare alle culture indigene?
Attualmente il Perù costituisce una società pluriculturale, sia dal punto di vista etnico che linguistico. Come MRTA riconosciamo questa realtà e la incorporiamo nel nostro processo di trasformazione e liberazione sociale. Noi lottiamo affinché le popolazioni indigene, assieme a tutto il popolo peruviano, vengano rivalutate in quanto esseri umani. In particolare riconosciamo nella cultura tradizionale indigena un elemento molto importante per la costruzione di una società basata sulla dignità umana: la comunità andina, una forma di produzione e di organizzazione sociale che ha come base il lavoro solidale e la proprietà comunitaria. La comunità andina implica la partecipazione di tutti i membri della comunità in quanto comuneros all’organizzazione sociale; le autorità vengono scelte da tutti, in modo democratico, diretto e partecipativo. Quando i rappresentanti non corrispondono alle esigenze della comunità vengono immediatamente revocati. Il prodotto del lavoro solidale viene distribuito tra tutti i membri della comunità. A questa tradizione india noi facciamo riferimento per il nostro modello di società. 

Un’ultima domanda. Come giustificate l’azione compiuta a Lima dal vostro gruppo nella residenza dell’ambasciatore giapponese e conclusasi tragicamente?

Non ho niente da giustificare. Il nostro popolo è stato vittima di ogni violenza per più di 500 anni. Anche adesso la violenza è un elemento strutturale della società peruviana e lo Stato la applica sistematicamente contro la popolazione. È una vera e propria azione di sterminio contro chi si ribella ad un sistema economico che lo condanna a morire di fame. Penso che un popolo ha il diritto di difendersi. Come può la Comunità internazionale considerare democratico un governo che tra il ‘92 e il ‘95 ha incarcerato 10.000 prigionieri politici, che ha torturato quasi 100mila persone (soprattutto con scariche elettriche sulla lingua, sui genitali…) per ottenere informazioni, per far loro confessare azioni che non avevano commesso? Sono centinaia le donne violentate e le comunità indigene sterminate dall’esercito. I nostri compagni sono entrati nella residenza per denunciare la guerra non dichiarata del neoliberismo contro l’umanità, per mostrare a tutti come in questo paese solo pochi privilegiati possono vivere al livello del primo mondo, a prezzo della vita di milioni di diseredati. Eppure, anche se molti dei presenti nell’ambasciata erano complici della barbarie delle multinazionali e del governo, sono sempre stati trattati come esseri umani dal MRTA (i guerriglieri liberarono anche la madre di Fujimori ndr). La maggior parte dei media ha definito l’azione del MRTA un atto terrorista. E tu ora cosa ne pensi? E cosa credi penseranno quelli che leggeranno le mie dichiarazioni?

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