mercoledì
22 novembre 2017

04:44

Genova per noi? Un macello!

E per “loro”? Un esperimento repressivo ben riuscito, presumibilmente

di Gianni Sartori

Le recenti dichiarazioni dell’attuale capo della polizia, Gabrielli, hanno suscitato emozione tra molti sinceri democratici (sia detto senza ironia). A mio avviso, se non proprio inutili, risultano comunque tardive e non serviranno certo a restituire un solo giorno di vita (dei circa seimila, così a spanne, che lo Stato gli ha già rubato) a Carlo Giuliani. Comunque hanno confermato ufficialmente ciò che sapevamo da tempo: a Genova ci fu una repressione di stampo fascista condita da tortura, in forma ampia e sistematica.

Chissà? Magari prima o poi si tornerà a parlare anche dell’uso dei gas CS con cui a Genova vennero intossicate migliaia di persone. Questo è il mio contributo personale, a futura memoria.

A distanza di qualche settimana e poi di qualche mese, sinceramente, non avevo più intenzione di ripensare a Genova nel lontano 2001.

La sensazione di “scampato pericolo”, dopo aver conosciuto i particolari del trattamento subito dai fermati a Bolzaneto e le conseguenze del vero e proprio attacco notturno alla Diaz, era stata molto forte e aveva alimentato il desiderio di rimozione. In realtà, come molti altri, probabilmente mi ero illuso di esserne uscito indenne. A distanza di tempo, dopo aver trascorso il peggior inverno della mia vita (2001-2002), avevo dovuto prendere seriamente in considerazione la possibilità di aver subito danni biologici non insignificanti (per quelli morali possiamo soprassedere). Il motivo? Aver inalato (ma la contaminazione sembra possa avvenire anche attraverso la pelle, gli occhi, i vestiti) i famigerati gas CS utilizzati dalla polizia in quantità industriale (almeno seimiladuecento candelotti), nonostante il loro uso sia proibito dalla Convenzione di Ginevra. Paradossalmente, solo in guerra.

Non credo sia eccessivo parlare di un esperimento di “guerra chimica a bassa intensità in tempo di pace”.

Ma andiamo con ordine.

Sabato 21 luglio 2001 ero arrivato a Genova in pullman; facevo parte della consistente delegazione di esponenti di varie associazioni vicentine che intendevano portare la loro pacifica protesta al G8: Movimento U.N.A.- Uomo Natura Animali, Gocce di Giustizia , Lipu, Lega per i diritti e la liberazione dei popoli, Rifondazione comunista, pacifisti della Casa per la Pace di Vicenza, Collettivo Spartakus, Centro sociale “Ya Basta!”, qualche sindacalista della CGIL, alcuni iscritti alla Cisl particolarmente sensibili alle tematiche terzomondiste.

Intendevo anche raccogliere testimonianze da usare per eventuali articoli. Durante il viaggio avevo conversato a lungo con il compagno Arnaldo Cestaro, militante maoista dai primi anni sessanta, sempre in prima fila in tutte le battaglie pacifiste e antimperialiste degli ultimi quarant’anni. Un pezzo di Storia vivente.

Ricordo in particolare che per circa 30 anni l’ho visto picchettare ogni domenica, o quasi, la base americana di Longare (“Pluto”).

Parlando dei vecchi tempi gli avevo chiesto notizie su tutti quei militanti di buona famiglia, solitamente pieni di boria e aspiranti capetti che, dopo gli entusiasmi giovanili, erano rientrati all’ovile. Mi raccontava che uno era diventato dentista, un altro ingegnere, un altro imprenditore. E fin qui niente di male, naturalmente. Ma alcuni, incontrandolo, fingevano di non conoscerlo. “In base a che cosa -gli avevo chiesto- si permettono questo atteggiamento?”.

Risposta : “Caro Sartori, te me pari bauco (ingenuo, ma tanto n.d.a.); ma xe logico. In base all’articolo quinto: “Chi che ga fato i schei ga vinto”. Purtroppo l’ottimo e saggio Cestaro alla sera non era rientrato con noi in pullman ma si era fermato a Genova (il giorno dopo voleva portare dei fiori sulla tomba di un compaesano, su richiesta della vedova) andando a dormire alla Diaz. A distanza di tanto tempo portava ancora segni molto evidenti del pestaggio subito (braccia e gambe spezzate).

L’avevo poi rivisto, indomito nonostante tutto, a Firenze, mentre entrambi uscivamo dalla Fortezza da Basso per accodarci al corteo del 9 novembre 2002. E poi in tante altre occasioni, miilitanti e no.

Per quanto riguarda i gas CS di Genova 2001, avevo subito una prima esposizione nel punto in cui il corteo, proveniente da Corso Italia, svoltava a destra, in prossimità dei giardini Martin Luther King, per poi percorrere Corso Torino in direzione di piazza Ferraris, dove si teneva il comizio.

Come unica protezione avevo prima un fazzoletto e successivamente una mascherina di carta (di quelle vendute in farmacia) che mi aveva passato un altro manifestante, il compianto Giorgio Fortuna. Niente per gli occhi. Dato che ritenevo di partecipare ad una manifestazione pacifica e autorizzata non avevo ritenuto di attrezzarmi in alcun modo, pensando che comunque mi sarei tenuto il più lontano possibile da eventuali “casini”. Con il senno di poi, ovviamente, ho peccato di ingenuità e di eccessiva fiducia nelle istituzioni. Veramente imperdonabile.

Qui sono rimasto in zona pochi minuti, il tempo necessario per scattare qualche fotografia e scambiare qualche parola con alcun i cpmpagni baschi che portavano l’ikurrina listata a lutto (per Carlo, ucciso il giorno prima).

Così a occhio, il “casino” era a parecchie centinaia di metri di distanza, ma diverse zaffate di gas arrivavano con una certa regolarità (penso da Piazzale Kennedy) anche se sul momento gli effetti non mi sembravano particolarmente intensi. Fin qui avevo avvertito solo una leggera irritazione agli occhi. Vorrei precisare che come militante, fotografo e giornalista free-lance mi sono trovato molte altre volte in prossimità di gas lacrimogeni (di tipo “normale”, presumo), sia negli anni settanta che ottanta, novanta e oltre. Anche in “posti caldi” come i Paesi Baschi e l’Irlanda del Nord, ma senza particolari conseguenze.

Quel giorno a Genova ero riuscito a passare, proprio per un pelo, prima della carica devastante che doveva spezzare in due il corteo.

Dopo qualche centinaio di metri intuivo che alle mie spalle c’erano grossi problemi, sia per il fumo dei lacrimogeni che per le “ondate” di persone in fuga che arrivavano all’improvviso mettendo in pericoloso movimento tutto il corteo antistante (come un’onda, appunto), nonostante gli inviti alla calma.

Comunque riuscivo ad arrivare in Piazza Ferraris, luogo prescelto per i vari interventi finali.

In questo momento di pausa ho avuto modo di apprezzare la grande eterogeneità della “moltitudine” presente. Elencando alla rinfusa: bandiere bianche con striscia diagonale azzurra e stella rossa dei Galleghi; bandiere gialle con quattro strisce rosse dei Catalani; bandiere con i quattro mori di un movimento (NON partito, ci tengono ndr) indipendentista sardo; qualche ikurrina basca listata a lutto; i familiari dei militanti della sinistra rivoluzionaria turca all’epoca in sciopero della fame (alla fine i morti saranno oltre un centinaio) con le foto degli “hunger strikers”; i Sem Terra del Brasile; alcuni comunisti greci che cantavano “Bella ciao” (in greco, naturalmente); gli animalisti della L.A.V. di Bassano e gli antispecisti dell’U.N.A. di Vicenza; il comitato di Bozen in appoggio agli Indios U’wa della Colombia; tantissime bandiere, quelle del PKK, dei Curdi. Perfino, in mezzo ad una schiera di Rifondaroli, un solitario con la bandiera occitana; alcuni esponenti di un movimento autonomista trentino con due genziane sulla bandiera (ho poi controllato scoprendo che esistevano due fazioni: quelli con le due stelle alpine appoggiavano il centro-destra, quelli con le due genziane il centro-sinistra); uno striscione in memoria dei compagni anarchici Edo e Sole, bandiere corse, scozzesi, bretoni… oltre naturalmente alle svariate tribù dell’anarchismo (CNT iberiche, CNT francese).

Più o meno la stessa eterogenea molteplicità rivista poi a Firenze nel novembre del 2002.

Sempre a Genova, del tutto imprevisto, l’incontro con l’ amico “Giaco” (Giovanni Giacopuzzi), scrittore e giornalista di Radio Popolare, intento a farsi la doccia con le secchiate d’acqua che un’anziana genovese pietosa riversava sulla folla dalla finestra. Naturalmente non poteva mancare il mitico Vincenzo Sparagna, inossidabile direttore di “FRIGIDAIRE“, intento a distribuire lo specialissimo numero speciale “Il testimone di Genova”.

Al termine dei vari interventi (Bovè, Hebe Bonafini, Giuliano Giuliani, Agnoletto…) mi sono avviato pensando di poter ripercorrere a ritroso il tragitto del corteo (Corso Sardegna, Corso Torino) ma, come tanti altri, ho dovuto ritornare velocemente indietro, di nuovo verso Piazza Ferraris, a causa della forte irritazione alla gola e lacrimazione agli occhi per i gas ancora presenti nelle strade.

Da quanto mi è stato poi raccontato la coda del corteo diretto verso Piazza Ferraris era stata ripetutamente caricata e investita dai lacrimogeni.

In questa occasione, dal momento in cui il bruciore acuto agli occhi mi ha costretto a tornare indietro a quando l’irritazione è passata, sarà passato un quarto d’ora, venti minuti. A questo punto, temendo di perdere il pullman per il ritorno, ho cercato di aggirare le strade in cui evidentemente c’erano ancora lacrimogeni.

Ho seguito altre persone che si dirigevano verso una delle stradine in salita (ritengo via dell’Orso). Anche qui, salendo, ho percepito di tanto in tanto fastidio agli occhi ma solo per pochi minuti. Siamo arrivati nei pressi di una chiesa (presumo sia San Fruttuoso) dove alcuni frati (forse “Servi di Maria”, mi pare in batteria con quelli di Monte Berico), coerentemente con la fondamentale opera di carità “dar da bere agli assetati”, ci hanno offerto acqua in quantità e la possibilità di utilizzare i bagni.

Ci hanno poi indicato una stradina percorribile solo a piedi che avrebbe dovuto portarci verso Corso Europa per arrivare ai pullman.

Un inciso per giustificare l’uso del plurale. Per tutta questa anabasi (o catabasi? Scusate, non ho fatto il classico) ero in compagnia del compagno Giorgio Fortuna che dopo qualche anno ci ha lasciato. Molto prematuramente, purtroppo.

Tornando alla nostra “ritirata strategica”, ormai doveva essere pomeriggio inoltrato, forse un paio d’ore dopo la fine del comizio.

Un genovese, amico dei frati, ci fece da guida. Ad un certo punto parte della stradina era franata e per qualche metro si poteva procedere solo su un improvvisato ed esposto sentiero, in rigorosa fila indiana. Alla fine il vicolo sbucava in una strada che in quel momento era percorsa da gruppi di persone, evidentemente reduci dal corteo. Eravamo arrivati a pochi metri quando tutti si sono messi a correre, a scappare.

Temendo di restare bloccato, mi sono precipitato nella strada e correndo mi sono inserito nel flusso della gente in fuga. A quel punto ero piuttosto agitato, ma ho percepito ugualmente la presenza di gas che provenivano dalle nostre spalle. L’esposizione non può essere durata più di cinque-dieci minuti, ma forse più intensa delle altre. Tra l’altro in questo caso non avevo alcuna protezione e poco dopo ho cominciato ad avvertire un forte senso di nausea. Come molti altri sono fuggito risalendo una scalinata che in certi momenti era completamente intasata da coloro che cercavano di scappare. Non saprei dove collocare esattamente questo episodio, comunque tra San Fruttuoso (in basso rispetto alla Chiesa) e gli Ospedali Civili. Come ho detto dopo questa fuga ho cominciato ad avvertire nausea, senso di vomito e mal di stomaco che mi hanno accompagnato per tutto il tratto di Corso Europa. I pullman dovevano trovarsi in una laterale di Corso Europa (via Isonzo) ma invece il punto d’incontro era stato spostato di circa un chilometro (per ingiunzione della polizia). Siamo arrivati al pullman dopo le 19 (appena in tempo per non dover restare a Genova), attraverso altri vicoli, ancora una volta grazie ad un cittadino genovese che si è offerto come guida.

Complessivamente l’intensità della mia esposizione non dovrebbe essere stata troppo alta (anche se non saprei dire rispetto a quali parametri vista la particolare natura del CS) ma ripetuta varie volte, per un totale di circa quaranta minuti di esposizione. Nell’immediato ho provato bruciore agli occhi, lacrimazione, irritazione alla gola, anche se sul momento nessun sintomo si è presentato con violenza.

Più tardi ho avuto nausea e mal di stomaco e anche un leggero senso di ansia.

Dagli inizi del settembre 2001 cominciai ad avere seri problemi di ordine respiratorio, nonostante da molti anni praticassi attività sportiva allenandomi regolarmente (escursionismo, speleologia, alpinismo, ciclismo) con discreti risultati. In particolare, sottolineo che fino a pochi giorni prima del 21 luglio avevo compiuto varie ascensioni nelle Dolomiti senza difficoltà o disturbi di sorta.

Da allora avevo dovuto fare uso di medicinali e sottopormi a varie cure.

Dopo una serie di esami medici dovevo prendere atto che i danni c’erano stati e anche a distanza di tanto tempo la situazione restava problematica.

Ho ritenuto quindi fosse mio diritto e dovere sporgere denuncia contro gli autori dei reati desumibili da quanto ho raccontato. La scelta del mio avvocato, inevitabilmente, cadde sul giovane Canestrini, il figlio, di Rovereto.

In seguito ho anche raccolto varie testimonianze di altre persone che dopo Genova si sono ritrovate con problemi di salute, più o meno acuti. In genere si tratta di problemi respiratori: asma, bronchiti ricorrenti (anche estive), raucedine, difficoltà respiratorie. Ho avuto però l’impressione che molti sottovalutassero la gravità della cosa (quasi una forma di rimozione), sperando forse che “con il tempo tutto andasse a posto”. Personalmente ritenevo invece che ogni singolo caso andrebbe preso in considerazione, ricostruendo nei dettagli quanto è avvenuto, cercando di precisare il luogo, l’ora, le circostanze e sottoponendosi ad adeguati esami medici in modo da poter quantificare con precisione quante persone (probabilmente migliaia), esposte ai CS, hanno subito conseguenze. Soprattutto pensando al futuro, dato che la pericolosità di questo gas è ampiamente accertata.

E il futuro all’epoca rimaneva alquanto incerto, soggetto sempre più a decisioni prese da altri, per cui anche il semplice partecipare ad una manifestazione autorizzata per esprimere il proprio pensiero comportava seri rischi per la salute. Del resto, non mi pare che da allora le cose siano cambiate.

Concludo dicendo che, a mio avviso, l’uso massiccio di sostanze altamente tossiche ha rappresentato (almeno per l’Italia) un vero salto di qualità in campo repressivo. Da allora, dopo una breve interruzione, l’uso dei CS contro le manifestazioni popolari è diventato, se non sistematico, ricorrente. Soprattutto in Val Susa: almeno quattromila solo nel luglio 2011).

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