mercoledì
20 giugno 2018

20:59

I 55 giorni in cui uccisero il futuro

In occasione del quarantennale del rapimento di Aldo Moro (16 marzo 1978) e dell’uccisione della sua scorta, tre poliziotti e due carabinieri, da parte di un commando delle Brigate Rosse, sono stati trasmessi in televisione diversi documentari e speciali di approfondimento.

Ora, con tutti i limiti della politica di allora non priva di responsabilità negative, guardando quei filmati non si può non notare la levatura intellettuale dei protagonisti di quella stagione: democratici cristiani, comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali.

Le stesse lettere dell’Onorevole Aldo Moro dal “carcere del popolo”, giudicate da alcuni come non autentiche o comunque frutto di una mente annebbiata dalla segregazione, hanno la forza delle parole scolpite nella pietra quando chiamano in causa i colleghi di partito e la tenerezza della poesia quando scriveva alla moglie Noretta.

Le Brigate Rosse colpendo Moro non eliminarono un uomo di potere, custode di chissà quali segreti, ma assassinarono il futuro del nostro Paese. Il Prof. Franco Tritto, già collaboratore universitario di Moro che ricevette la tragica telefonata del brigatista Moretti sull’avvenuta esecuzione del presidente Dc, poco prima di morire prematuramente nel 2005 disse che: “Il disegno di Aldo Moro era quello di salvare l’Italia dalla situazione babelica che oggi viviamo e della quale egli aveva avvertito da tempo i segni premonitori”.

E il disegno di Moro era chiaro: coinvolgere il Pci nel “gioco democratico” per arrivare ad una vera alternanza. All’interesse di parte, persone come Moro, anteponevano l’interesse del Paese. Dopo la sua scomparsa i due partiti di massa seguirono altre strade e il compromesso storico che portò al governo di solidarietà nazionale si trasformò in consociativismo, fino alle note degenerazioni degli anni ’90 ed alla fine della Prima Repubblica.

I brigatisti con il loro attacco al cuore dello Stato colpirono il “bersaglio giusto”. Non è un caso se recentemente la lapide commemorativa di Aldo Moro in via Stresa a Roma è stata imbrattata con una svastica e una runa e la scritta “a morte le guardie”. Si tratta di due estremismi di diverso colore, ma con lo stesso intento: ricacciare l’Italia indietro, nei meandri più oscuri della sua storia.

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