sabato
27 maggio 2017

23:18

Inaugurata la mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai” presso Fondazione Prada

La mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai” è stata inaugurata il 7 maggio a Milano e si inserisce nel percorso di ricerca della Fondazione Prada, caratterizzato, sin dall’inizio, da un’attenzione all’arte intrecciata ai nuovi linguaggi della tecnologia dell’immagine, così da collocarla entro la storia delle culture moderne visuali e mediali. Come istituzione, si è aperta tramite esposizioni, convegni e programmi agli scambi tra ricerca visiva e cinema, tra filosofia e fotografia, tra musica e architettura, prendendo in considerazione le trasformazioni della comunicazione e dell’informazione mediante le nuove modalità estetiche del vedere e del percepire. In tale prospettiva sta ora impegnandosi, con il regista Alejandro González Iñárritu, in un progetto sulla realtà virtuale, in cui lo spettatore sarà coinvolto per provare un’“esperienza” totalmente immersiva nella sequenza di immagini che documentano il dramma degli emigranti messicani.

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credit foto Ugo Dalla Porta

Tale proiezione nel futuro dell’immaginario umano – in cui il corpo dello spettatore arriva a coincidere con lo schermo perché immerso, fisicamente ed emotivamente, nel racconto cinematografico – non dimentica tuttavia che la vita del mondo virtuale, in cui stiamo entrando, mediante installazioni interattive e animazioni computerizzate, deve molto alla storia del cinema e della televisione. Tuttavia dopo decenni il loro modo di comunicare ha conseguito una dimensione “classica”, la cui evoluzione va esplorata, documentandone la tradizione e la sperimentazione. Per questa ragione la Fondazione Prada ha pensato di rivisitare storicamente e creativamente le vicende della Rai – Radio Televisione Italiana degli anni Settanta, affidando tale compito a Francesco Vezzoli. L’intento è di ricreare una storia del suo sviluppo culturale ed estetico in una prospettiva non analitica ma intuitiva, maggiormente connessa alla logica dinamica, libera, non convenzionale dell’artista. Né è scaturita un’articolazione ambientale e architettonica che documenta i vari stadi di crescita e d’impegno della Rai sul modo di pensare. La realtà televisiva dispiegata nei diversi spazi in Milano, corrisponde alle trasformazioni profonde della società italiana. Si congiunge strettamente alle innovazioni artistiche, spesso connesse con l’avvento di nuove sensibilità verso l’identità di genere della persona umana, per evidenziarne le reciproche influenze. Tenta di trasportate il pubblico di oggi in un territorio di sollecitazioni e di prospettive, di mentalità e di criteri che formavano l’intero sistema filosofico e culturale della Rai. Al termine del percorso espositivo, nel Cinema della Fondazione, si rivelano le “motivazioni” che sorreggono la lettura dell’artista. Attraverso un montaggio di estratti video, Vezzoli racconta quali sono stati i programmi “icone”, che hanno segnato la sua infanzia e la sua adolescenza all’interno del flusso televisivo. I filmati d’archivio si trasformano così da elemento nostalgico e storico in materia viva e presente: dove il rito del guardare è stato parte, sempre diversa e sorprendente, della crescita di ogni persona. L’intera esposizione può essere assunta come un’intensa sintesi dei meccanismi di elaborazione fantastica e sognata del mostrare televisivo: un passo verso l’elaborazione di un conoscere e di un crescere, costantemente alimentati da informazioni che tuttavia avviano, sempre più, alla dissolvenza del reale, così da anticipare il futuro virtuale.

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Così la Presidente della Rai Monica Maggioni e il Direttore Generale Antonio Campo Dall’Orto hanno presentato la mostra: “Ci sono eventi ed emozioni che sono fissati in bianco e nero nella memoria collettiva del nostro Paese. Citando la travagliata ma ricchissima storia dei nostri anni ’70 evochiamo immagini potenti, prive di colori e, forse, per questo, ancora più forti. Accade perché è così che sono entrate nelle nostre case fino al 1976, trasmesse in bianco e nero dalle telecamere della RAI. A raccontare l’Italia agli italiani era soprattutto la tv e solo dall’anno successivo, avrebbe trasformato il nostro “secondo mondo” dal grigio al caleidoscopio di colori accesi che quasi debordavano dallo schermo; una prima piccola rivoluzione di un mondo, quello dei media, che dagli anni ’80 avrebbe conosciuto una accelerazione del cambiamento giunta oggi ad una velocità tale che è divenuto difficile immaginare cosa possa accadere anche solo tra sei mesi. Ma quel 1976 – almeno chi c’era – lo ricorda bene: è l’anno nel quale la nostra memoria condivisa è diventata a colori. Gli anni ’70 furono un’epoca di grandi trasformazioni e tensioni. Il femminismo, il terrorismo, l’austerity. Il piccolo schermo informava, intratteneva, creava un tessuto di idee e identità, proponeva modelli innovativi. Era una televisione che rispecchiava le contraddizioni sociali ma che tentava di stare al passo con l’evoluzione dei costumi. Anche se all’orizzonte si affacciavano le prime emittenti private e la fine del monopolio, restava uno dei principali punti di riferimento. E sapeva trasformarsi: nella tecnologia, nei contenuti e anche con la nascita della Terza Rete nel 1979. È motivo di orgoglio che i programmi di allora, conservati nelle Teche RAI, siano un patrimonio capace di ispirare gli artisti di oggi e che un’istituzione come la Fondazione Prada voglia riservare i suoi spazi espositivi a una mostra sul valore culturale della radiotelevisione pubblica italiana. Francesco Vezzoli è un artista eclettico. Da sempre trova nel mondo dello spettacolo e dei media una fonte di ispirazione. In questa occasione ci propone un doppio racconto: un decennio della nostra storia visto attraverso le immagini televisive da una parte, la sua visione della RAI dall’altra. Il lavoro di ricerca negli archivi, le opere d’arte esposte e la tessitura della narrazione ci mostrano una tv italiana che ha saputo realizzare contenuti di valore assoluto. Ha dialogato continuamente con gli esponenti della cultura. Ha reso gli italiani visibili gli uni agli altri. Ha innovato. E innovare è l’unico modo per conservare quel ruolo di memoria condivisa che solo il servizio pubblico è capace di avere. Come negli anni ’70, viviamo in tempi di grandi cambiamenti. La rete è il principale motore di innovazione e di trasformazione per chi produce contenuti. Potremmo quasi dire che il passaggio dal bianco e nero al colore possa essere definito oggi come il passaggio dall’etere alla Rete. Per noi, vuol dire diventare una media Company completa e non più semplice broadcaster televisivo. Lo spirito di allora può essere una delle ispirazioni per affrontarlo. Per essere ancora lì, in futuro, a contribuire alla costruzione di una memoria “di tutti”, capaci di rinnovarsi insieme agli italiani”.

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