sabato
23 giugno 2018

08:18

Un libro in rete: “Pane sporco”

Stasera, giovedì 7 giugno 2018, alle ore 20.30, presso Palazzo Festari a Valdagno, lo scrittore e filosofo Vittorio V. Alberti presenterà il suo nuovo libro: “Pane sporco. Combattere la corruzione e la mafia con la cultura” (Rizzoli, 2018). L’autore ne parlerà con Federico Casa. Introdurrà e coordinerà l’incontro Michele Vencato. Evento del Guanxinet in collaborazione con Avviso Pubblico.  

di Emanuele Bellato

La corruzione esiste da sempre, ma non è un valido motivo per smettere di combatterla. A spiegarlo è il filosofo Vittorio V. Alberti nel suo nuovo libro “Pane sporco. Combattere la corruzione e la mafia con la cultura” (Rizzoli, 2018). L’efficace espressione di “pane sporco” è presa da un’omelia di Papa Francesco a Santa Marta. Infatti la lotta contro la corruzione è un punto fermo del magistero del papa venuto dalla fine del mondo. Basta fare una breve ricerca per trovare diverse citazioni e moniti di Papa Francesco: “la corruzione è l’apocalisse della democrazia”, “chi ha potere non cada nella corruzione”, “la corruzione è più pericolosa dell’influenza, rovina i cuori”, “la corruzione è una bestemmia, un cancro che logora le nostre vite”, “i giovani non devono abituarsi mai alla corruzione”, “bisogna avere il fiuto per non cadere nelle cordate della corruzione”, “la corruzione è un flagello e infetta tutto”, “la corruzione è un tarlo”, “ovunque c’è corruzione, anche in Vaticano”, “la corruzione (s)puzza”. Già prima di salire al soglio pontificio, l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, pubblicò in un pamphlet dal titolo originale “Corrupción y pecado” (Editorial Claretiana, Buenos Aires, 2005) le sue riflessioni sul tema della corruzione, dove affermava con fermezza: “Peccatore, sì. Corrotto, no!” ed aggiungeva che “per il peccato c’è sempre perdono, per la corruzione, no”.

Partendo dal concetto di “pane sporco”, dato dall’amministratore disonesto ai propri figli, Vittorio V. Alberti legge la corruzione nella maniera più amplia possibile. Allo stesso modo il termine cultura, ovvero lo strumento per combattere la corruzione, non è inteso solo come cultura del sapere ma, più in generale, del libero pensiero, della libertà personale.

“Noi italiani, – scrive Alberti – oggi, siamo culturalmente degradati, cioè corrotti. Il linguaggio, la condotta, il pensiero, il gusto, ciò che si coagula nel termine civiltà oggi in Italia è deteriorato, rovinato come un pane bianco caduto a terra. L’albero dell’Italia oggi non è all’altezza delle sue radici, siamo corrotti anche sul piano morale, in primo luogo nella condotta pubblica, e questo deterioramento coinvolge soprattutto i giovani”. Attenzione però, la colpa non è solo della politica. Qualche giorno fa, durante una riunione di una associazione culturale a cui sono iscritto ho sentito i soliti discorsi sulla casta e i suoi privilegi. Ad un certo punto, ho detto con tono pacato (tanto che credevo di averlo solo pensato e non pronunciato): “E’ anche colpa nostra!”. A quel punto è calato un silenzio di tomba ed ho visto intorno a me sguardi sconcertati. Come? Cosa? Sì, ho ripetuto, è anche colpa nostra. D’altronde la politica è lo specchio della società. Non è necessario spingersi sino a Roma o Montecitorio per trovare i furbetti. Per esempio ieri ho trovato ben 5 bottiglie di latte fresco scaduto negli scaffali di un supermercato. Per non parlare dei problemi tecnici tipici di ogni abitazione, che regolarmente si presentano, e richiedono l’intervento di specialisti del settore, …manco fossero cardiochirurghi.  Tutto ha un prezzo, e spesso è salato. Naturalmente non voglio generalizzare od offendere determinate categorie lavorative ma in Italia siamo abituati a lamentarci del prossimo e mai a guardare noi stessi. Alla fine i miei amici, dopo l’iniziale sbigottimento, hanno convenuto con me, ma questo è un altro vizio italico: dare sempre ragione all’ultimo che parla…

“La crisi attuale è culturale prima ancora che economica e finanziaria”, continua a scrivere Alberti. Difficile dargli torto. Ho pensato a questa frase leggendo su “la Repubblica” l’episodio di un giovane ventenne che qualche giorno fa si è scattato alla stazione di Piacenza un selfie con alle spalle una donna in condizioni gravissime, mentre era assistita dai sanitari, dopo essere finita sotto un treno. Ad aggiungere aberrazione all’orrore il rifiuto del ragazzo a cancellare la foto dal cellulare dopo essere stato fermato dalla Polfer. Recentemente si è tornato a parlare di strette e leggi sul conflitto di interessi e sul sistema delle tv, mentre la rete e i nuovi mezzi di comunicazione paiono immuni da qualsiasi regolamentazione. La Germania ha varato una legge civilissima contro l’incitamento all’odio e la diffusione di fake-news su internet. In Italia si griderebbe subito al bavaglio e alla soppressione della libertà di espressione. Abbiamo forse troppi diritti e pochi doveri?

Purtroppo, soprattutto per colpa degli schermi e delle tastiere, anche le parole si sono “corrotte”. Non si riflette più. La lentezza positiva del pensiero profondo, in sintonia con una mano che scrive, è stata soppiantata dal pensiero fast, dove con un dito, al massimo due, si battono compulsivamente tasti o si sfiorano touch-screen. Così le parole perdono il loro significato. Alberti si arrabbia per l’uso improprio del termine “piuttosto che”, ma c’è di peggio, penso ad altre parole: l’inciucio che diventa contratto, il condono che diventa pace fiscale, le Ong impegnate in un mirabile lavoro di salvataggio dei migranti che diventano vice-scafisti. E poi la peggiore, anche questa copyright del neo ministro all’Interno Salvini, che sul tema immigrazione ha dichiarato: “E’ finita la pacchia!” proprio nei giorni in cui a San Calogero, nel vibonese, è stato ucciso con una fucilata il ventinovenne  sindacalista di origine maliana Soumaila Sacko, delegato USB. Perché una vile mano assassina ha sparato lasciando una moglie vedova e una bambina di appena cinque anni orfana di padre? Perché Soumaila, da sempre in prima fila nelle lotte per difendere i braccianti pagati due o tre euro all’ora, aveva deciso di aiutare dei compagni di sventura a raccogliere della lamiera da un deposito di rifiuti abbandonato per rinforzare una baracca. La “pacchia” in realtà è una vita di schiavitù, stenti e sfruttamento. Non bisognerebbe mai dimenticare il sacrificio di Soumalie che rievoca, come ha suggerito Massimo Bordin durante la rassegna stampa di Radio Radicale, quello del 1948 di un altro sindacalista: Placido Rizzotto, ucciso da Cosa Nostra.

Il sottotitolo del libro recita: “Combattere la corruzione e la mafia con la Cultura”. Da questo punto di vista come si stanno muovendo, almeno nelle premesse, i nuovi governanti? Malissimo, secondo il parere di Maurizio Crippa de “Il Foglio” che nell’editoriale di mercoledì 6 giugno, dal titolo: “Cultura, istruzione, patrimonio artistico. Le tre parole assenti, e non per caso, dal discorso del premier (Giuseppe Conte). La fuga dei cervelli al governo” scrive: “La cultura, per quanto parola bistrattata dalla retorica, in un paese stratificato socialmente e storicamente, dovrebbe essere al centro dell’attenzione: un collante contro lo sfascio”.

Perdonatemi, ma anch’io non ho resistito, come i miei amici, a parlare di politica e soprattutto a parlarne male. Naturalmente anche Alberti nel suo libro parla di politica, ma lo fa con maggiore finezza ed efficacia, senza il furore giacobino che a volte mi pervade.

Ritorniamo dunque in carreggiata. Alla parola corruzione l’autore affianca la parola mafia ed afferma: “la corruzione è un terreno fertile sul quale si sviluppa il fiore nero della mafia”. Per molto tempo in Veneto abbiamo creduto di essere immuni dal fenomeno mafioso. La mafia, per noi, era presente solo in Sicilia e con diverse denominazioni in altre regioni del Mezzogiorno d’Italia. Invece i tentacoli della piovra hanno raggiunto il Nord-Italia. Anche in questo caso non siamo solo delle povere vittime; significa semplicemente che le mafie hanno trovato terreno fertile per crescere in abbondanza. La mafia non è più quella dei film, delle fiction o quella stragista e violenta degli anni novanta; la mafia si è evoluta, si è camuffata tra i colletti bianchi, i burocrati, è entrata nelle aziende. Stiamo parlando della mafia silenziosa e collusiva. Nel libro “La mafia dopo le stragi. Cosa è oggi e come è cambiata dal 1992” (Editore Melampo, 2018) a cura di Attilio Bolzoni, la fotografa Letizia Battaglia, autrice di celebri scatti, afferma: “Io non so più come fotografare la mafia perché non riesco a vederla”. Una mafia che si nasconde ma che c’è ed opera nell’ombra e soprattutto seduce con le sue promesse di facili profitti.

Dunque cosa dobbiamo fare per combattere corruzione e mafie? Secondo Alberti non basta la repressione delle forze dell’ordine e l’attività della magistratura. Innanzitutto non bisogna restare indifferenti. C’è bisogno del concorso di tutti: degli educatori, degli studenti, dei genitori, dei religiosi, dei politici, degli intellettuali. Per consegnare pane buono ai nostri figli dobbiamo sporcarci le mani, parafrasando don Lorenzo Milani. Mani sporche che profumano di dignità.


PANE SPORCO
Combattere la corruzione e la mafia con la cultura

“Noi italiani, oggi, siamo culturalmente degradati, cioè corrotti. Il linguaggio, la condotta, il pensiero, il gusto, ciò che si coagula nel termine ‘civiltà’ oggi in Italia è deteriorato, rovinato come un pane bianco caduto a terra.”

Dalla seconda di copertina:

Nella sua appassionata denuncia, Vittorio V. Alberti affronta alla radice la piaga originaria che consuma la società italiana e mina alle basi qualunque prospettiva di progresso civile. E la radice va ricercata proprio in una cultura che disprezza il merito, la riflessione, la ricerca della bellezza in nome di miopi interessi personali o di gruppo. È contro la cultura della mafia e della corruzione che è indispensabile battersi, come sostengono nel saggio introduttivo il procuratore della repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, e nella postfazione il fondatore dell’associazione Libera, don Luigi Ciotti. “La corruzione e la mafia sono simboli maledetti di questa grande corruzione culturale, sono bruttezza. Per ricucire un futuro la strada è nel passato, nel nostro patrimonio, che è bellezza. Ecco l’idea: la potenza culturale italiana per combattere la corruzione e le mafie. Il patrimonio di intelligenza e bellezza, che è il nostro valore, la nostra identità, è nostro e nessuna forza oscura può togliercelo a meno che non glielo lasciamo fare, come spesso avviene per nostra colpa.”

Vittorio V. Alberti: filosofo e storico, è membro della Consulta scientifica del Cortile dei Gentili, dirige la rivista online “Sintesi Dialettica” e tiene un blog su HuffingtonPost. È officiale, per i temi politici, del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale presso la Santa Sede. Tra i suoi libri, La DC e il terrorismo nell’Italia degli anni di piombo (Rubbettino-Istituto L. Sturzo 2008), Nuovo umanesimo, nuova laicità (LUP 2012), Il concetto di pace (LEV 2013), Il papa gesuita. Pensiero incompleto, libertà e laicità in papa Francesco (Mondadori Università 2014) e, con il cardinale Peter Turkson, Corrosione. Combattere la corruzione nella Chiesa e nella società (Rizzoli 2017, prefazione di papa Francesco).             

Federico Casa: professore presso l’Università di Padova – Facoltà di Giurisprudenza, avvocato.

Michele Vencato:  vicesindaco del Comune di Valdagno e probiviro dell’Associazione Avviso Pubblico, associazione nazionale degli Enti locali e delle Regioni per  la formazione civile ontro le mafie di cui la Città di Valdagno fa parte.

Per informazioni: info@guanxinet.itwww.guanxinet.it tel. 0445 406758.


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