martedì
26 settembre 2017

07:31

Extravergine d’oliva: spremuta di “monocultivar” tendenza vincente. In ballo 1 miliardo d’euro

In occasione del 50esimo compleanno del Cno-Consorzio nazionale degli olivicoltori, i produttori italiani lanciano la sfida commerciale con oli di qualità ottenuti da singole varietà di olive: tra 10 anni dire olio extravergine d’oliva significherà poco. Come per il vino i consumatori chiederanno la cultivar da cui è stato estratto l’olio.

Leccino, coratina, frantoio, moraiolo, ogliarola e barese, nei prossimi anni entreranno nel lessico comune al pari di sangiovese, merlot, barbera, nebbiolo e negroamaro. La nuova sfida nella commercializzazione dell’olio extravergine d’oliva italiano passerà proprio attraverso questo cambiamento copernicano: bottiglie d’olio “monocultivar”.L’ extravergine d’oliva dovrà puntare sulle differenziazioni per superare l’impasse di un prodotto che non vince la sfida dei mercati e dei prezzi, perché indifferenziato agli occhi del consumatore.

Il valore aggiunto di questa operazione peserebbe per almeno un miliardo d’euro. A dare questa stima e ad indicare la nuova tendenza è il Cno-Consorzio nazionale degli olivicoltori, che in occasione del cinquantesimo anniversario dalla sua costituzione, ha promosso un meeting internazionale a Roma per fare il punto della situazione del comparto a 360 gradi.

Nonostante i segni positivi dell’export e un fatturato da circa 3 miliardi di euro l’anno, il segmento dell’olio extravergine d’oliva nel nostro Paese è attraversato da molteplici difficoltà: margini esigui per i produttori d’olive, poco ricambio generazionale nei campi, contraffazioni massicce e politiche poco lungimiranti, che hanno posto i nostri olivicoltori in una posizione di debolezza nella competizione internazionale. Al di là delle contingenze come la Xylella, che pesa milioni di euro, o la confusione normativa sulla commercializzazione e sull’etichettatura (scadenza si, scadenza no), per il settore olivicolo-oleario italiano serve una nuova strategia di lungo respiro.

Se tanto bene può fare un “Piano olivicolo nazionale” che immetta però risorse “vere” nel comparto per innovare, su fronte della commercializzazione del prodotto sicuramente sarà decisiva l’alleanza con i consumatori. Infatti, un consumatore consapevole che chieda al mercato “olio extravergine d’oliva di moraiolo” certificato e tracciato dalla pianta alla bottiglia, farà la differenza sostanziale. Secondo gli esperti del Cno le potenzialità ancora inespresse dal comparto sono enormi, solo se si pensa come non sia portato a valore l’effetto salutistico del prodotto. Tanto che, proprio il Cno, da anni accompagna una ricerca dell’Università di Bari, volta a dimostrare i benefici concreti che il regolare consumo di olio apporta all’organismo umano, anche nella prevenzione del cancro. Tale studio, si concentra tra l’altro, specificatamente sugli effetti dell’assunzione di oli extravergini, ottenuti dalla spremitura di singole cultivar di olive, da parte di una campionatura di pazienti colpiti da diverse patologie. Detto ciò, il Cno stima che una giusta evoluzione del comparto, ovvero con la rimessa in produzioni delle piante “dormienti” e con l’entrata di almeno 10 mila giovani nelle aziende, il fatturato complessivo del Comparto toccherebbe almeno quota 5 miliardi.

E’ convinto di questo il presidente nazionale del Cno, Gennaro Sicolo che ha sostenuto: “Abbiamo l’oro nelle mani e lo vendiamo come stagno, probabilmente le colpe non sono tutte nostre ma dobbiamo accogliere la sfida e mettere in campo nuove idee. Io credo che il salto di qualità lo faremo producendo e promuovendo gli oli extravergini d’oliva mono-varietali. Probabilmente tra cinquant’anni dire olio extravergine d’oliva sarà come dire vino, quindi una definizione generica che non dà connotazione al prodotto.

Mentre il presidente nazionale della Cia-Agricoltori Italiani si concentra su un altro aspetto: “Per anni è stata fatta una battaglia di retroguardia, pensando che bastasse dire che un olio d’oliva era italiano, per reputarlo migliore di altri, quindi, più remunerativo. Questo potrebbe essere anche vero, anzi lo è, ma la storia ci sta dicendo che l’italianità non può essere l’unico elemento per vincere sul mercato. La lotta alle contraffazioni, all’italian sounding, temo non si vinca oggi, perciò bisogna essere capaci di aggirare l’ostacolo. Per il comparto servono strategie lungimiranti che guardino al mondo, interpretando le richieste dei consumatori e offrendo loro un prodotto inimitabile”.

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