venerdì
20 luglio 2018

22:19

SOS Sanità

di Alessandra Imoscopi*

Stiamo assistendo nell’ultimo periodo ad un fenomeno curioso quanto inquietante, al quale però sembrano essere attenti e dare rilievo solo gli esperti del settore, in primis alcuni Presidenti dell’Ordine dei Medici di qualche città. Poco risalto, purtroppo, viene dato a livello nazionale. Il fenomeno è la sempre più grave carenza di medici. I medici cominciano a scarseggiare, purtroppo, ma non scarseggiano solo in generale, scarseggiano laddove sono più necessari e preziosi per i cittadini. Scarseggiano nei reparti di anestesia, con ripercussioni sugli interventi chirurgici, che vengono rimandati e riprogrammati, scarseggiano a livello del territorio, ove il medico di base è una figura di riferimento nonché il primo ed immediato custode della nostra salute al quale rivolgersi per ogni necessità; scarseggiano infine nei reparti ospedalieri, dai quali si spostano verso strutture private. Non è uno scenario rassicurante, poiché tutto questo genera disservizi per il cittadino.

Il fenomeno ha sicuramente molte spiegazioni. La prima, culturale, è che assistiamo a uno degli effetti delle tante e gratuite denigrazioni della classe medica, che hanno portato ad una diffusa (per fortuna non totale) sfiducia, ad una mancanza di rispetto nei confronti dei medici nonché – si può dire?- alla cura fai da te, posta in atto leggendo alcune nozioni sui social o affidandosi al tristemente noto Dottor Google (questo dottore si è mai veramente laureato?). Testimonianze di questo insano rovesciamento della fiducia nei medici e nella medicina sono le denunce facili, immotivate in molti casi e le aggressioni verbali e fisiche al personale sanitario, che sembrano diventare sempre più frequenti nelle cronache del nostro Paese.

La seconda spiegazione, organizzativa, è il logoramento della classe medica, operato da scelte organizzative che non hanno saputo coniugare la preziosità delle risorse umane con i necessari tagli della spesa sanitaria. Questo ha portato molti medici a lavorare in condizioni a dir poco disumane (tanto che ha dovuto intervenire una legge per dire che occorrono un tot di ore di riposo tra un turno e l’altro) per lunghissimi periodi di tempo. E più sei stanco, si sa, più sei purtroppo incline a sbagliare. Con la differenza che quando sbagli hai sbagliato in modo irreparabile perché, contrariamente a tutti gli altri lavori, chi “lavora” con le persone umane ha una mansione delicatissima a cui assolvere.

La terza, direttamente collegata a questa seconda, è una spiegazione umana: se lavorare in condizioni disumane e stressanti comporta ripercussioni sulla propria famiglia e sulla vita privata, allora meglio lasciare e scappare verso lidi più tranquilli. E, almeno di fronte a questo, credo che non si possa essere biasimati. Tutte queste sfavorevoli congiunture hanno logorato e sfilacciato il rapporto medico-paziente, che dovrebbe tornare ad essere la base di ogni relazione di cura, in quanto rapporto tra due persone umane.  Da ultimo, dà da pensare anche la chiusura di alcune strutture sanitarie di primaria importanza, colpevoli purtroppo di non raggiungere il numero di prestazioni che la legge prevede per essere mantenute operative. E’ il caso, ad esempio, di quattro punti nascita del nostro Veneto (Valdagno, Piove di Sacco, Trecenta e Adria), che pur dotati di standard qualitativi elevati sono in fase di prossima chiusura. Dispiace perché, se da un lato è giusto e doveroso risparmiare, dall’altro queste chiusure allontanano ancor di più le persone dalla sanità e dal suo mondo. Un mondo che per recuperare la fiducia della gente dovrebbe essere nuovamente valorizzato e spinto su piani umani prima ancora che economici.


*Medico Geriatra

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