venerdì
18 agosto 2017

18:30

Intervista con Ilaria Porceddu: “Di questo parlo io rappresenta la mia rinascita come donna e come artista”

di Francesca Monti

“Di questo parlo io” (LineaDue, distribuzione Pirames International) è il titolo del nuovo disco di Ilaria Porceddu, uscito il 7 aprile, anticipato dal singolo “Sette Cose”, attualmente in radio.

L’album, che arriva a quattro anni di distanza dal precedente, contiene 9 tracce, di cui due in lingua sarda, ed è stato prodotto da Clemente Ferrari e Francesco De Benedittis.

“Di questo parlo io” rappresenta la seconda rinascita come donna e come artista per Ilaria, che con la sua straordinaria voce racconta, attraverso la musica, quella che è oggi.

Ilaria, il tuo nuovo disco “Di questo parlo io” arriva a quattro anni di distanza dal precedente “In equilibrio”. Ci racconti com’è nato questo progetto?

“La partenza di questo progetto è stata data anche dall’inizio di una nuova vita, quindi ricostruirmi e rimettere in piedi una nuova squadra di lavoro. Sono passati quattro anni e in questo range di età non sono pochissimi, sono successe tante cose, è stato necessario partire e ripartire dopo “In equilibrio”, il mio ultimo lavoro, e capire da dove doveva ricominciare la mia vita personale, emotiva e anche lavorativa. Ho deciso di metterci un po’ di tempo per capire cosa avessi bisogno di dire. Come diceva De Andrè, meglio il silenzio di parole insensate. Io sono cresciuta ascoltando le sue canzoni e suonandole da quando avevo 12 anni, è sempre stato un punto di riferimento perché è un artista che in Italia è riuscito a raccontare la vita di tutti, senza giudizio e con molta passione. Nell’epoca dell’immediatezza se non sei sicuro di quello che stai andando a dire è meglio aspettare. Fortunatamente nel mio percorso di vita ho incontrato una persona speciale che è Francesco Gazzè, che ha deciso di tenermi la mano e di portarmi in un mondo nuovo all’interno del quale ci sono altre persone meravigliose come Francesco De Benedittis e Clemente Ferrari, e ho cominciato pian piano a scrivere questo nuovo progetto. L’incontro con Francesco è stato fondamentale, per fare in modo che questo disco fosse credibile era necessario che ci conoscessimo meglio. E’ nato subito un innamoramento artistico tra noi, a partire da “Di questo parlo io”, il primo brano che abbiamo scritto insieme. Io gli ho mandato un provino piano e voce raccontandogli quello di cui volevo parlare e lui dopo qualche giorno mi ha inviato il testo, una poesia stupenda. Volevo fare un disco consapevole e maturo, che rappresentasse quello che sono diventata. In questi quattro anni mi sono occupata di tante sfaccettature della musica, dalla supervisione artistica di progetti di altri artisti  alla scrittura della colonna sonora del cortometraggio “Per Anna” ambientato nella mia terra, la Sardegna, un nuovo approccio che mi ha formato tantissimo. E poi sono arrivata a questo parto, lungo ma molto soddisfacente, avevo bisogno di tempo per prendermi cura di questo piccolo figlio”.

credit foto Valentina De Matha

Nel disco ci sono due tracce “Sas Arvures” e “Lu cor’aggiu” in lingua sarda, la prima apre il progetto, la seconda lo chiude, come in una sorta di cerchio perfetto…

“Ho inserito questi due brani perché ho bisogno di cantare in sardo. Ho deciso di far cominciare la tracklist con Sas Arvures perché è una canzone nata da un’idea pianistica, infatti era la traccia fantasma di In equilibrio e a un certo punto ho deciso di farla diventare un brano che doveva raccontare le radici, la natura, la libertà della purezza, quindi mi sono confrontata con uno degli autori più importanti della Sardegna che è Alessandro Carta, che ha scritto un testo  stupendo. Inoltre la cosa bella della lingua sarda è che la traduzione di albero diventa al femminile, le albere e per me era il culmine della rappresentazione di ciò che volevo dire, la femminilità dell’albero. Il simbolo di questo disco è proprio l’albero, perché mi sento radicata, ben piantata a terra ma con la voglia e la libertà di muovermi come le fronde che danzano con il vento che cambia ogni giorno. Lu cor’aggiu è invece il brano che chiude il disco e parla del coraggio di prendere in mano la propria vita, di ricominciare e andare avanti a camminare, ad amare. Il coraggio lo prendi solo quando hai quella maturità che ti permette di ripartire sempre”.

“Di questo parlo io” è un disco autobiografico, ma ci sono anche due pezzi, “Eva si fa fare” e “Lisa” che parlano di due donne diverse tra loro ma entrambe forti. Ci puoi raccontare qualcosa in più riguardo questi due brani?

“In effetti sono quasi tutte canzoni autobiografiche quelle del disco, ma ci sono anche storie come Eva si fa fare e Lisa, con protagoniste due donne molto diverse ma che hanno come punto comune la libertà e l’indipendenza. Lisa è la storia di mia nonna che si chiamava Luisa e ho deciso di portarla in questo disco perché in un modo e nell’altro è stata sempre molto presente nei miei lavori ma non le avevo mai dedicato un brano che raccontasse la sua vita. E’ una canzone a cui sono molto legata, il mio cuore batte forte per lei, e l’ho scritta in mezz’ora, capita raramente che scriva cose di getto, ma quella era una canzone di cuore con cui ho voluto rappresentare l’emblema di una donna forte, una donna di 90 anni molto più avanti dei miei genitori o dei giovani di 20 anni che hanno tanti limiti imposti dalle sovrastrutture che noi stessi ci creiamo. Mia nonna aveva una mentalità aperta nonostante avesse avuto una vita tosta e c’è un filo conduttore che la lega ad Eva, che è rappresentato dalla libertà. Eva è una ragazzina che dona sorrisi, cercando la semplicità, la verità e la felicità che molto spesso sembra scontata ma in realtà è di pochi e il suo essere libera e sincera è considerato come qualcosa di troppo che va oltre la mediocrità che c’è in un paese, invece è la libertà di essere se stessi. Eva è quella ragazzina che viene giudicata quando è semplicemente se stessa e poi quando decide di andare via viene cercata perché è stata fraintesa, mentre con i suoi sorrisi cercava solo amore”.

Com’è nato invece il duetto con Max Gazzè in “Tu non hai capito”?

“Nel 2013 ho aperto i concerti di Max in estate e di conseguenza è nata una stima reciproca. Questo mi ha portato a conoscere suo fratello Francesco con cui ho lavorato per questo album. Ho iniziato a mandargli provini che incidevo piano e voce e lui creava i testi. Il duetto con Max è arrivato dopo in modo molto naturale”.

“Sette cose”, scritto da Francesco De Benedittis e Antonio Toni, è il primo singolo estratto dal nuovo disco, una canzone che parla della bellezza dell’imperfezione dell’amore…

“Ho scelto come singolo “Sette cose” perché è il concentrato di tutto il disco, rappresenta l’ago della bilancia tra “Di questo parlo io” che racconta la fine di un amore e tutto ciò che comporta ripartire da se stessi e “C’est l’amour” che invece parla di un inizio dell’amore, di un colpo di fulmine e della leggerezza. “Sette cose” rappresenta la via di mezzo che racconta l’incertezza e la paura di un amore e il tentativo di recuperare il rapporto con una persona ammettendo i propri difetti. Secondo me esprime anche una consapevolezza trovata nell’ammissione, perché non è facile ammettere i nostri difetti, quando ci riesci cresci davvero e capisci che anche l’amore è imperfetto e questo ti fa ritrovare la serenità. Anche perché se non ammetti l’imperfezione vivi in un mondo fuori dalla realtà”.

Cosa ci racconti invece riguardo l’immagine della cover del disco?

“La copertina e il retro di questo disco rappresentano quello che volevo dire. Rispetto alle cover degli ultimi due album c’è stata un’evoluzione personale, ora porto i capelli lunghi, indosso l’abito sardo, con questo rosa super sparato sullo sfondo, sono i colori uniti alla tradizione, è il senso di questo disco, dove ogni traccia ha un suo colore, e “Sette cose” è l’arcobaleno”.

Hai scritto la colonna sonora del corto “Per Anna”, pluripremiato in festival nazionali e internazionali (compreso nella cinquina dei David di Donatello 2015). Quanto questa esperienza ti è servita a livello musicale?

“Mi è servita tanto. Nello scrivere la colonna sonora nel corto Per Anna sono arrivata a realizzare quello che avrei sempre voluto fare, perché quando compongo le mie idee che poi diventano canzoni sono sempre temi musicali fatti al pianoforte che prima di prendere la forma di un brano si avvicinano a colonne sonore. E’ come se questa opportunità mi avesse dato la conferma che è ciò che so fare e mi ha aiutato tanto lavorare con le immagini, utilizzando la musica a servizio delle immagini, non deve essere preponderante, ostentata, protagonista, ma senza di lei manca qualcosa. La musica è importante quando la senti a sensazione, devi essere presente ma mai invasivo”.

Che genere di film ti piace guardare?

“Io sono una super appassionata di cinema, mi piacciono molto i film di Fellini. Il cinema italiano nell’ultimo anno ha fatto cose stupende, noi siamo abituati a prendere per oro colato ciò che arriva dall’estero e a non dare il giusto valore a ciò che viene fatto in Italia, poi vedi Lo chiamavano Jeeg Robot, Non essere cattivo, La pazza gioia che ha vinto tanti premi… per fortuna stiamo tornando ai contenuti e alla valorizzazione del talento italiano. Ci sono tante menti belle e bisogna sostenerle. Anche nella musica chi dovrebbe darti un’opportunità a volte sta attento a connotazioni che non fanno parte dell’arte ma dell’economia. In passato invece i cantanti venivano supportati e si aveva il tempo per crescere e lavorare bene. Ora invece tutto avviene troppo in fretta e non hai nemmeno il tempo di capire chi sei e cosa vuoi diventare. Prima si facevano contratti per tre dischi, oggi se non fai subito centro col primo album sei out. Io sogno di vedere persone con potere decisionale che amino questo lavoro e investano, credano nei talenti, indipendentemente dal discorso del ritorno economico”.

Cosa vedremo nei live con cui presenterai il nuovo disco?

“Stiamo programmando dei live per l’estate. Il concerto avrà tanti colori, mi rappresenterà a 360°, sarà interattivo e visivo, ci sarà infatti un’interazione tra immagini che prenderanno vita da impulsi sonori inviati dalla voce, dal piano, dalla batteria, in base a quello che raccontiamo”.

Questa è la tracklist di “Di Questo Parlo Io”: “Sas Arvures”, “Eva si fa fare”, “Di Questo Parlo io”, “Tu non hai capito”(ft. Max Gazzè), “Tabula rasa”, “Sette cose”, “Lisa”, “C’est L’amour”, “Lu cor’aggiu”.

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