venerdì
20 ottobre 2017

10:51

Una mostra in rete: Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi

Giovedì 24 novembre 2016, alle ore 20.30, presso Palazzo Festari (Corso Italia n.63) a Valdagno (VI) Guido Beltramini, direttore del Palladium Museum, presenterà la mostra in corso a Ferrara (www.palazzodiamanti.it) “Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi” di cui è curatore insieme ad Alfredo Tura. All’incontro parteciperà la professoressa Alessandra Bertoldi dei Licei Valdagno. Evento promosso dal Guanxinet in collaborazione con Associazione Genitori Licei Valdagno e Licei “G. G. Trissino” e “U. Boccioni”.

Per informazioni: info@guanxinet.itwww.guanxinet.it tel. 0445 406758

di Emanuele Bellato 

Tra la riva sinistra e la riva destra scorre il Grande Fiume e porta con sé amore ed odio, incomprensioni, invidie e gelosie. Di qua Rovigo, di là Ferrara. La città delle rose è la mia patria. Rhodigium dal greco rhodon, “rosa” spiega Paolo Parmiggiani nel catalogo della mostra “Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi” (Fondazione FerraraArte, 2016). A Rovigo Ariosto dedicò questi versi del suo poema: “il cui produr di rose / le diè piacevol nome in greche voci” (III, 41, 1-2) e di Rovigo il padre Niccolò fu Capitano dal 1481 al 1482. Poi scoppiò la guerra tra la Repubblica di Venezia e gli Estensi e nel Polesine s’insidiò il leone alato. Chissà se quei tragici eventi lasciarono qualche traccia nel giovanissimo Ludovico.

La battaglia di Roncisvalle, c. 1450-75 Londra, Victoria and Albert Museum

La battaglia di Roncisvalle, c. 1450-75 Londra, Victoria and Albert Museum

In un’Italia ancora divisa e calpestata dagli eserciti stranieri Ariosto fu un pacifista? Nel suo saggio sull’Ariosto (edito da Il Mulino, 2016) Stefano Jossa afferma: “L’approdo del poema estense è in un certo senso lo sbocco naturale di un poeta che si era avvicinato alla letteratura nella ricerca di una società che potesse costituire un’alternativa alla politica della forza e delle armi: il poema è infatti un modo per tenere insieme celebrazione dinastica, gioco di società e visione del mondo” (pag. 23). Prosegue: “La guerra narrata è quindi specchio della guerra agita, perché il poema non celebra solo la virtù cavalleresca, ma riconosce anche l’orrore e la crudeltà dei fatti d’armi” (pag. 45). Infine: “Al mondo della guerra fa da riscontro e contraltare il mondo dell’amore” (pag. 47). Il veneziano Emilio Zanette, critico appassionato del Furioso, nel suo libro del 1958 offre – a parer mio – la più bella definizione di uno dei più grandi capolavori della letteratura del Rinascimento: “Abbiamo dinnanzi il mondo dell’Ariosto, il mondo della sua fantasia e del suo cuore, ch’egli ha costruito, per il proprio piacere, forse per il proprio conforto, come un sogno da lui sognato di una società più bella e più buona, di fronte e contro il crudele mondo della società in cui viveva”. (Emilio Zanette, “Conversazioni sull’Orlando Furioso”. Nistri Lischi, 1958, pag. 86). Forse è azzardato parlare di “pacifismo”, ma di sicuro Ariosto alla guerra “moderna” preferiva quella leale e cavalleresca.

Gautier Map: Lancillotto del lago, la ricerca del Sacro Graal, la morte di Artù, XIV sec. Parigi, Bibliothèque nationale de France

Gautier Map: Lancillotto del lago, la ricerca del Sacro Graal, la morte di Artù, XIV sec. Parigi, Bibliothèque nationale de France

Dalle fonti storiche giunge a noi un Ariosto che aspira più all’otium (ozio) letterario che al negotium (affari), eppure nonostante si tramandi l’immagine del poeta trasognato egli fu anche cortigiano presso gli Estensi di Ferrara, umanista, ambasciatore al servizio del Cardinale Ippolito d’Este a Mantova, Firenze e Roma e governatore della Garfagnana. Il filosofo Benedetto Croce ne tratteggiò un limpido ritratto: “Sciolto dall’ambizione delle ricchezze e degli onori, semplice e frugale nel costume, bramoso di pace e tranquillità e libertà per seguire le sue fantasie e addirsi agli studi diletti; e che di rado e per brevi tratti gli fu dato vivere a suo modo, perché la necessità dapprima di provvedere ai minori fratelli e alle sorelle e alla madre, rimastigli sulle braccia, e poi l’altra di procurarsi un pane per sé stesso, lo costrinsero alle fatiche e ai fastidi delle corti. Amorevole nell’adempimento dei doveri famigliari, di grande probità e rettitudine in ogni occorrenza, di sentimenti buoni, giusti e generosi, e ricambiato perciò di stima e di fiducia universali” (Benedetto Croce, “Ariosto”. Adelphi, 2004, pag. 25).

Nonostante i numerosi impegni Ariosto continuò, almeno a partire dal 1507, a dedicare tempo e fatiche alla realizzazione dell’opera di una vita, il suo Orlando Furioso, da lui considerato una “gionta” (un’aggiunta, una prosecuzione) all’Orlando Innamorato del Conte Matteo Maria Boiardo. Troviamo tracce della genesi del Furioso nell’Equitatio di Celio Calcagnini, autorevole umanista alla Corte d’Este ed amico di Ludovico Ariosto, al punto da inserirlo nel suo racconto che narra la cavalcata di una compagnia di intellettuali ferraresi verso Benvignante per la festa della vendemmia. Interrogato sull’ “opera che ti sta ribollendo tra le mani” Ariosto risponde: “Basta con quel famoso mio libro che mi ha risucchiato quasi tutto il senno! Mentre infatti mi sforzavo di ottenere i favori di Ippolito, nostro sommo principe, ho sacrificato a quest’opera ogni notte e ogni giornata: ho malamente consumato il mio tempo migliore!” (A cura di Elisa Curti, “Una cavalcata con Ariosto. L’Equitatio di Celio Calcagnini. FerraraArte, 2016, pp. 87, 88). Anche Croce ricordò l’attenzione e lo scrupolo infuso nella redazione del poema: “Dodici anni che, nel fiore dell’età, spese intorno al Furioso ‘cum longhe vigilie e fatiche’, come scriveva nel domandare al doge di Venezia il privilegio per la prima edizione del 1516; e dall’esservi sempre tornato sopra, per limarlo e addolcirlo in innumerevoli e delicati particolari, e per ampliarlo, e dall’aver buttati via cinque canti, che aveva stesi per l’ampliamento e che non bene s’inquadravano nel disegno generale e non finivano di contemplarlo, e sostituirne circa altrettanti, e personalmente in vigilato l’edizione del ’32 che nemmeno lo contentò del tutto, talché riprese a lavorarvi sopra nei pochi mesi che lo divisero dalla morte” (Benedetto Croce, “Ariosto”. Adelphi, 2004, pp. 35, 36).

Tiziano: Il baccanale degli Andrii, c. 1523-26 Olio su tela, cm 175 x 193 Madrid, Museo Nacional del Prado

Tiziano: Il baccanale degli Andrii, c. 1523-26 Olio su tela, cm 175 x 193 Madrid, Museo Nacional del Prado

Il professore Marco Marangoni nell’interessante saggio “Ariosto. Un amore assoluto per la narrazione” (Liguori, 2008) ricostruisce l’evoluzione del Furioso da poema di corte (estense) a poema delle corti (d’Italia) ed oltre: E’ dalla prima redazione del Furioso, quella del 1516 (iniziata però almeno dal 1507), a stampa per i tipi di Giovanni Mazzocco da Bondeno, che Ludovico si pone il problema del superamento degli angusti limiti di una cultura signorile. […] Il primo Furioso si presenta quindi come un poema ferrarese, o meglio, un poema padano riferibile a un’area ristretta ferrarese-mantovana-urbinate. Esso dimostra già in alcuni temi e sovente nella forma una dimensione epica che si confronta apertamente con l’epos classico, ma i tempi moderni richiedono ben altri orizzonti culturali. La seconda edizione, datata 1521, (editore Giovan Battista della Pigna) è motivata più che altro dall’esaurimento delle copie della prima (ne erano state tirate tra le milleduecento e le tremila). Essa comunque, modificata in poco meno di tremila versi, viene illimpidita nella lingua secondo l’uso toscano. Molti degli elementi idiomatici vengono eliminati, ma ancora il poeta non ha rielaborato il suo concetto di forma attraverso la lettura delle Prose della volgar lingua di Bembo (1525) e ai numerosi incontri a Padova, dove il riformatore della lingua letteraria viene dal poeta estense interrogato e ascoltato come un maestro. Questo secondo lavoro correttorio dà come esito l’edizione del ’32, che tuttavia continua ad esser corretta dal suo lavoro anche durante il lavoro di stampa il quale procedendo a rilento, lascia spazio a molti interventi in itinere. Ma neppure la nuova edizione piace del tutto a Ludovico, che vi trova ancora degli errori, al punto di mandarne fuori una quarta – progetto che non realizzò mai, o meglio, che realizzò solo fino al canto XXVI, e che uscì a stampa, assieme al resto del poema non rivisto, nel 1556 (edizione Valgrisi). L’Orlando furioso ‘provvisoriamente definitivo’ quindi, quello del ’32, stampato da Francesco Rosso di Valenza, è un poema che, per essere letto, impone uno scavalcamento dell’orizzonte cortigiano e il riconoscimento di una tradizione fatta di crocevia posti lungo tutta la penisola e anche oltre le Alpi” (pp. 58, 59).

Leonardo da Vinci: Scena di battaglia, c. 1517-18 Gessetto rosso e nero su carta preparata rosso chiaro, cm 14,8 x 20,6 Londra, The Royal Collection Royal Collection Trust

Leonardo da Vinci: Scena di battaglia, c. 1517-18 Gessetto rosso e nero su carta preparata rosso chiaro, cm 14,8 x 20,6 Londra, The Royal Collection Royal Collection Trust

E’ lo stesso Ariosto ad illustrare il suo metodo di lavoro: “Levando intorno queste prime rudi / Scaglie n’andrò con lo scarpello inetto: / forse ch’ancor con più solerti studi / poi ridurrò questo lavoro perfetto”. (Orlando Furioso, III, 3, 1-4). La mostra ferrarese, curata da Guido Beltramini ed Alfredo Tura, sembra aver fatto tesoro di questo insegnamento. In una mail ad un amico ho definito la mostra come frutto di “lucida follia”, ma dove il filo conduttore non si perde mai. Tutto, come nel Furioso, è intrecciato, a volte interrotto, ma sempre ripreso. Nessun particolare è trascurato. Nell’audio-guida (disponibile all’ingresso della mostra) la voce narrante chiede lo sforzo di uscire da quelle stanze, fare un’esperienza altra, tra cavalieri, donne guerriere, maghi, draghi, prodigi.   

Palazzo dei Diamanti, Ferrara

Palazzo dei Diamanti, Ferrara

La mostra ferrarese dedicata all’Orlando è essa stessa un capolavoro, un’opera d’Arte autonoma, irripetibile (visto che i pezzi esposti provengono da tutto il mondo), prodotto di un lavoro certosino, direi quasi “fanatico” se la parola non avesse accenti negativi. Prendiamo per esempio il canto XXXIII dove Ariosto celebra alcuni grandi pittori dell’epoca: “E quei che furo a’ nostri dì, o sono ora, /Leonardo, Andrea Mantegna, Gian Bellino, / duo Dossi, e quel ch’a par sculpe e colora, / Michel, più che mortale, Angel divino; / Bastiano, Rafael, Tizian, ch’onora / Non men Cador, che quei Venezia e Urbino; / e gli altri di cui tal l’opra si vede, / qual de la prisca età si legge e crede…”. Ebbene a Ferrara, nella splendida cornice di Palazzo Diamanti, troverete esposti alcuni di questi grandi nomi. Si tratta anche di una mostra non priva d’ironia, non nascondo il sorriso che ha illuminato il mio volto nel leggere la lettera di Macchiavelli all’Ariosto, però non voglio svelarvi il contenuto per non rovinarvi la sorpresa.   

Castello Estense, Ferrara (particolare)

Castello Estense, Ferrara (particolare)

Il consiglio, oltre a visitare la mostra è quello di riprendere in mano l’Orlando Furioso. Jossa, già citato, consiglia: “Una volta letto l’Orlando furioso andrebbe sempre riletto, per andare alla ricerca di quelle connessioni che solo un paziente lavoro di ricucitura può rendere evidenti” (Stefano Jossa, “Ariosto”. Il Mulino, 2016, pag. 126).

Perché leggerlo o rileggerlo? Perché il Furioso resta un libro aperto, senza fine, a dircelo è il ferrarese Lanfranco Caretti (1915-1995), illustre filologo e critico letterario italiano: “Il Furioso ci appare come un libro senza vera conclusione, come un libro perenne. Anche se protratto felicemente per lunghissimo corso, il suo impeto narrativo non appare mai definitivamente esaurito. Sentiamo, invece, che la grande avventura, il viaggio meraviglioso, si prolunga idealmente oltre le pagine scritte, senza incontrare mai, neppure nelle ottave finali, un ostacolo invalicabile. Non c’è nel poema un vero e proprio congedo perché vi manca la catastrofe risolutiva […]. Potremmo perciò definire il Furioso come l’aureo capitolo di una vicenda a cui è ignota qualsiasi forma di piano provvidenziale e nella quale si rispecchia piuttosto il senso libero, estroso, incalcolabile e inesauribile della vita” (Lanfranco Caretti, “Ariosto e Tasso”. Einaudi Editore, 1961, pag. 40).

Avvolto nella nebbia lascio Palazzo dei Diamanti, mi dirigo verso il Castello Estense. Sulla rossa torre antica l’orologio indica le 12.15. E’ tempo di ristoro. Entro in una trattoria ed ordino il tipico menù ferrarese, primo: Cappellacci con la zucca, burro e salvia; secondo: salamina con purè (guarda il video con Mario Soldati) e torta Tenerina per dessert. Il tutto accompagnato da un bicchiere di vino del Bosco Eliceo. Di ritorno a Rovigo penso: forse anche questo sognava Ariosto quando chiudeva gli occhi…

Menù tipico ferrarese

Menù tipico ferrarese

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Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi
24 settembre 2016 – 8 gennaio 2017
Palazzo dei Diamanti – Ferrara
www.palazzodiamanti.it

«Quando entro nel Furioso, veggo aprirsi una tribuna, una galleria regia, ornata di cento statue antiche de’ più celebri scultori […], di cristalli, d’agate, di lapislazzuli e d’altre gioie, e finalmente ripiena di cose rare, preziose, meravigliose» (Galileo Galilei)

A cura degli organizzatori della Mostra: Cosa vedeva Ludovico Ariosto quando chiudeva gli occhi? Quali immagini affollavano la sua mente mentre componeva il poema che ha segnato il Rinascimento italiano? Quali opere d’arte furono le muse del suo immaginario? A queste domande vuole dare una risposta la mostra organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte per celebrare i cinquecento anni della prima edizione dell’Orlando furioso. Concepito nella Ferrara estense e stampato in città nel 1516, il poema è uno dei capolavori assoluti della letteratura occidentale che da subito parlò al cuore dei lettori italiani ed europei. Più che una ricostruzione documentaria, l’esposizione sarà una importante rassegna d’arte vera e propria: una straordinaria narrazione per immagini che condurrà il visitatore in un viaggio appassionante nell’universo ariostesco, tra battaglie e tornei, cavalieri e amori, desideri e incantesimi. I capolavori dei più grandi artisti del periodo – da Mantegna a Leonardo, da Raffaello a Michelangelo e Tiziano – oltre a sculture antiche e rinascimentali, incisioni, arazzi, armi, libri e manufatti di straordinaria bellezza e preziosità, faranno rivivere il fantastico mondo cavalleresco del Furioso e dei suoi paladini, offrendo al contempo un suggestivo spaccato della Ferrara in cui fu concepito il libro e raccontando sogni, desideri e fantasie di quella società delle corti italiane del Rinascimento di cui Ariosto fu cantore sensibilissimo.

Mostra a cura di Guido Beltramini e Adolfo Tura, organizzata da Fondazione Ferrara Arte e MiBACT Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo

Guido Beltramini è direttore del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio. Studioso di storia dell’architettura del Rinascimento, dedica particolare attenzione all’architettura veneta, all’arte della guerra e alla cultura dell’Antico. Ha curato mostre alla Biennale di Venezia, alla Royal Academy di Londra, alla Pierpoint Morgan Library di New York, al National Building Museum di Washington. Il suo libro Palladio privato (2008) è stato pubblicato in tedesco e in inglese. Dall’autunno 2015 è visiting professor a Harvard University

Alessandra Bertoldi docente di materie letterarie presso i Licei di Valdagno.

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