venerdì
18 agosto 2017

18:28

Giorno della Memoria a Valdagno: Incontro con Samuel Artale

Lunedì 23 Gennaio 2017, ore 18.30, Sala Soster di Palazzo Festari – Valdagno (VI) incontro con Samuel Artale. Presenta l’Assessore all’Istruzione e Formazione Liliana Magnani. Gli organizzatori ringraziano Stefano Talin per la preziosa collaborazione.

Nato nel 1937 a Rostock in Germania in una famiglia ebreo-prussiana, Gaetano Samuel fu deportato ad Auschwitz il 13 Aprile del 1944, insieme a mamma, padre, sorella, nonno, zia. Nessuno dei suoi familiari uscì vivo da quel terribile luogo. Fu lui l’unico sopravvissuto, liberato dall’Armata Rossa nel Gennaio del 1945. Aveva poco più di otto anni.

A cura di Emanuele Bellato

“La voce dei sopravvissuti e il Memoriale sono i due maggiori pilastri della narrazione di Auschwitz. Si sostengono l’un l’altro. Uno sarebbe più debole senza l’altro” scrive Piotr M. A. Cywiński, direttore del Memoriale e Museo di Auschwitz-Birkenau, nel suo libro “Non c’è una fine” (Bollati Boringhieri, 2017). Per questo ascoltare dal vivo la voce dei testimoni della Shoah è un’occasione da non perdere e un’esperienza di arricchimento personale. Il dramma dei sopravvissuti non si è esaurito con Auschwitz. Nel libro “Signora Auschwitz. Il dono della parola” (Marsilio, 2014), la scrittrice e poetessa Edith Bruck, tentata dal silenzio e “costretta” dal dovere della testimonianza ha scritto: “Tra me e me concludevo ogni volta che, nonostante la sofferenza, i crampi di pancia e di stomaco, era un bene insostituibile la mia testimonianza, il mio parlare di Auschwitz. Pensiero che invece di restare in un angolo e lasciarmi vivere la mia vita, mi occupava anche il corpo come una gravidanza infinita di un mostro che non potevo esorcizzare né con mille libri né con mille testimonianze, luogo del male per eccellenza che captava e assorbiva ogni altro male dell’universo, da padrone insaziabile di mali. Il contenitore, il parente più prossimo, padre e madre di ogni nefandezza umana. E chi ha Auschwitz come inquilino devastatore dentro di sé, scrivendone o parlandone non lo partorirà mai, anzi lo alimenta..[…] I medici non potevano sapere, né sospettare il mostro. Era possibile che non volessi separarmene neppure io. Per poter tenere in vita i miei morti e tutti i morti?”. In un documentario trasmesso nei giorni scorsi in tv ho visto il sopravvissuto Sami Modiano commuoversi nella rampa di Birkenau mentre raccontava a degli studenti la selezione e la separazione definitiva da sua sorella, e poi Liliana Segre deportata dal “Binario21” della stazione di Milano esternare il suo attuale malessere nell’entrare nei vagoni della morte in esposizione. Il dovere della parola, per i testimoni, è riaprire antiche ferite. Forse anche per questa ragione molti aspettarono la giusta distanza da quei tragici eventi prima di raccontare l’orrore visto e l’umiliazione subita; altri invece avevano paura di non essere creduti. Il rischio dell’oggi è quello dell’indifferenza: penso a quei giovani affascinati dai messaggi populisti. Penso a quella bruttissima foto di gruppo dei rappresentanti dei partiti delle destre estreme europee riuniti a Coblenza, in Germania. E poi le pulsioni antisemite presenti, in vario modo, in tutti gli schieramenti politici, nella chiesa cattolica e nella società, che trovano una tribuna insperata ed una cassa di risonanza grazie ai social-network. Studiare, ascoltare la voce (ma anche i silenzi) degli ultimi testimoni è un modo per onorare e preservare la memoria delle vittime di Auschwitz e di tutti gli altri campi di sterminio nazisti. Il 27 Gennaio, Giorno della Memoria, non siamo chiamati a ricordare solo i morti, ma anche i vivi e soprattutto a raccogliere il loro testimone.

 

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