mercoledì
24 maggio 2017

08:00

Un libro in rete a Valdagno: Aung San Suu Kyi. Il futuro della Birmania oltre la politica

Venerdì 24 febbraio 2017, alle ore 20.30, presso Palazzo Festari (Corso Italia n.63) a Valdagno (VI), Claudio Canal presenterà il suo ultimo libro “Aung San Suu Kyi. Il futuro della Birmania oltre la politica” (Mimesis, 2016). Introdurrà e coordinerà l’incontro Eliseo Fioraso del network Guanxinet.

Per informazioni: info@guanxinet.itwww.guanxinet.it tel. 0445 406758 in collaborazione con Libreria De Franceschi snc Valdagno (VI) tel. 0445 412877

di Emanuele Bellato

Quello che più stupisce guardando le immagini di Aung San Suu Kyi è la forza di carattere e il coraggio smisurato in una donna così minuta. “The Lady”, come è stata soprannominata, ha sfidato, combattuto e vinto, un regime militare tra i più oppressivi degli ultimi anni, un regime che ha infangato, ancora una volta, il termine “socialismo”. Le sue uniche armi, per ottenere libertà e democrazia per il suo popolo, sono state quelle gandhiane della non-violenza. Figlia di Aung San, (eroe dell’indipendenza birmana prima contro gli inglesi e poi contro i giapponesi ed ucciso ad appena 32 anni nel 1947) dopo il rientro in patria nel 1988 per assistere la madre malata, è stata chiamata da intellettuali e dissidenti a prendere in mano il testimone del padre. Dopo l’iniziale ritrosia ad impegnarsi politicamente, in seguito alla cruenta repressione delle manifestazioni degli studenti e dei monaci, ha deciso di dedicarsi anima e corpo alla causa della libertà birmana, assumendo la leadership della Lega Nazionale per la Democrazia. Da allora Aung San Suu Kyi è diventata la nemica numero uno dei militari al potere subendo angherie di ogni tipo e anni di arresti domiciliari. Il regime, attento a non urtare troppo l’opinione pubblica internazionale, non l’ha eliminata fisicamente ma ha cercato in tutti i modi di farla espatriare definitivamente, mettendola di fronte ad una scelta drammatica: o i propri cari o il proprio paese. Ed è qui che emerge un’altra grandissima figura, quella del marito Michael Aris, studioso britannico, deceduto nel 1999 senza la possibilità di riabbracciare la moglie per l’ultimo saluto. Il suo sacrificio, insieme a quello dei due figli Alexander e Kim, è altrettanto encomiabile e mai abbastanza ricordato. Con il tramonto del regime dittatoriale e la vittoria elettorale della Lega Nazionale per la Democrazia nel 2015, Aung San Suu Kyi è chiamata alla difficile prova del governo. Come ricorda Canal la transizione è complicata. Non sarà semplice tenere uniti i 135 gruppi etnici e smorzare i focolai di ribellione. In questo scenario si inserisce il dramma dei Rohingya, la minoranza musulmana dell’ovest del Myanmar. Attivisti, giornali e diversi premi Nobel hanno sbrigativamente parlato del presunto silenzio di Aung San Suu Kyi sui diritti umani violati. A tal proposito consiglio di leggere la lettera di Albertina Soliani dell’Associazione per l’Amicizia Italia-Birmania pubblicata sul sito dell’Istituto Alcide Cervi (clicca qui per leggere). Restano le ferite di decenni di dittatura e la democrazia appena conquistata è ancora troppo fragile. Nell’esercito e nella società operano ancora i nostalgici del regime, i nemici delle riforme e del progresso. Lo scorso 29 Gennaio è stato ucciso U Ko Ni, consigliere legale della Lega Nazionale per la Democrazia, di religione musulmana e strenuo difensore delle minoranze. Dal punto di vista economico il governo dovrà vigilare su un capitalismo di tipo clientelare, e stabilire nuovi rapporti con l’ingombrante vicino cinese ed un Occidente mai sazio di profitti. Claudio Canal ha redatto un decalogo sulle sfide da affrontare: “- deve portare dalla sua parte un esercito refrattario, padrone, in senso proprio, del paese; – deve venire a patti con gli oligarchi che dominano la scena economica; – deve imparare la lingua della finanza mondiale, che non è una lingua materna; – deve convincere gli eserciti etnici e tutte le minoranze che le sue proposte sono risolutive e non di facciata; – deve convincere la stragrande maggioranza della popolazione che il nuovo corso non è solo una nuova opportunità per i già ricchi e una pista di lancia per le nuove borghesie urbane; – deve rassicurare i giovani rapper e vecchi artigiani, donne di villaggio e contadini bruciati dal sole che la democrazia riguarda anche loro; – deve riuscire a dare uno spazio politico all’ordine monastico, shanga, senza farsene influenzare; – deve essere benevolente con chi investe nel paese, senza chiudere un occhio per le iene assetate di utili; – deve tranquillizzare gli Stati Uniti che la Birmania non diventerà satellite della Cina e rassicurare la Cina stessa che non cesserà, come sempre, di collaborare; – deve dare segni di buon vicinato ai potenti vicini Thailandia e India; – deve sapere di non poter deludere tutto il mondo che ha sperato in lei e che le ha affidato l’impresa di realizzare l’impossibile; – deve sciogliere quel fondamentalismo nazionalista che ha ricevuto dal padre e che, oggi, potrebbe essere una pietra d’inciampo; – deve convincersi di avere l’energia per tutto questo”. Il futuro della Birmania è incerto, ma come diceva Nelson Mandela e come ha imparato sulla sua pelle anche Aung San Suu Kyi “Non c’è nessuna strada facile per la libertà!”.

AUNG SAN SUU KYI
IL FUTURO DELLA BIRMANIA OLTRE LA POLITICA

Birmania, detta anche Myanmar, è un paese di luce e di sorrisi. La sua è una storia di turpitudini e di felicità in cui stolti scalzacani vanno al potere e un’umanità inquieta alleva un futuro di arcobaleni. Uno scampolo di donna si mette di traverso, insegna la vita e raddrizza la storia. Adesso ad Aung San Suu Kyi tocca il compito più ingrato: governare.

“Ci sono tutti gli elementi per pensare che l’ISIS, o chi per esso, affermi la sua presenza tramite attentati in Birmania. Trovare adepti tra la minoranza Rohingya non dovrebbe essere difficile. Considerati estranei fastidiosi, non-cittadini, dalla maggioranza della popolazione birmana, sopportati male dal Bangladesh dove cercano di rifugiarsi, cacciati dagli altri stati musulmani della regione, come Malesia o Indonesia, potrebbero considerare la militanza jihadista una opportunità oltre che un lavoro ben retribuito”.  Dal blog di Claudio Canal – luglio 2016

Claudio Canal,  in Birmania ha tenuto per diversi anni seminari mensili di italianistica. Collabora a “Il Manifesto”. Ha pubblicato alcuni libri diversamente particolari. Attivo in campo teatrale e musicale. Ricercatore on the road. claudiocanalbirmania.blogspot.it

Eliseo Fioraso, viaggiatore, amico del Guanxinet.

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