domenica
25 giugno 2017

07:07

Intervista con Ottavia Piccolo: “Il cinema e il teatro possono far pensare e suscitare delle domande negli spettatori”

di Francesca Monti

In occasione della serata organizzata dalla Fondazione Cineteca di Milano in collaborazione con INAIL – Direzione Regionale Lombardia per tornare a riflettere sulle difficili condizioni presenti nel mondo del lavoro, abbiamo avuto il piacere di fare una chiacchierata con una delle attrici più grandi del teatro e del cinema italiano, Ottavia Piccolo, tra le protagoniste del film 7 minuti, firmato da Michele Placido che, a partire da una storia vera avvenuta in una fabbrica francese e poi diventata pièce teatrale, racconta un dramma molto attuale affrontando tematiche quali i diritti, il lavoro, il conflitto generazionale, da cui emerge la straordinaria capacità delle donne di resistere oltre ogni difficoltà.

Attrice poliedrica, in oltre cinquanta anni di straordinaria carriera Ottavia Piccolo ha lavorato con i più grandi registi, da Strehler a Scola, conquistando un David di Donatello, due Nastri d’Argento, un Globo d’Oro, un Ciak d’Oro e un Prix d’interpretation Feminine al Festival di Cannes.

Signora Ottavia, nel film “7 minuti” e nell’omonimo spettacolo teatrale interpreta Bianca. Ci racconta il suo personaggio?

“Il film 7 minuti è figlio di un testo teatrale di Stefano Massini e di uno spettacolo che ho portato in scena insieme ad altre dieci compagne con la regia di Alessandro Gassmann. Poi è diventato una sceneggiatura per il cinema scritta dallo stesso Massini e da Michele Placido che ne ha curato anche la regia, con protagoniste, oltre a me, altre dieci donne provenienti dal teatro, eccetto Balkissa Maiga, che interpreta l’operaia di colore che viene dall’Africa. La storia racconta in tempo reale il consiglio di fabbrica che si svolge in un’azienda di Latina dove undici donne sono chiamate a decidere sulla richiesta che ha fatto la proprietà di rinunciare a sette minuti della pausa pranzo, che è di quindici minuti, pur di non rischiare di perdere il lavoro. La discussione che è condotta dal mio personaggio che si chiama Bianca ed è la portavoce, si svolge con liti, minacce tra le undici operaie perchè quasi tutte all’inizio sono disposte ad accettare la proposta della proprietà avendo paura di perdere il lavoro e quindi uno stipendio sicuro. Bianca, che è la più anziana, la sindacalista della situazione, le invita però a ragionare e a pensare che quei 7 minuti moltiplicati per le operaie della fabbrica che sono 300 significa regalare alla proprietà un determinato numero di ore di lavoro e a un certo punto la dirigenza potrebbe decidere di licenziare qualcuna delle lavoratrici perchè non ne ha più bisogno. Così i giochi si rimescolano e la votazione finale sarà diversa dall’inizio. Michele Placido ha scelto in modo giusto di far cambiare idea all’ultimo momento alla più giovane del gruppo e il suo voto peserà sulla decisione di dire no alla proprietà e metterà in discussione la situazione. In teatro Massini aveva voluto invece non svelare la decisione delle operaie, calava il buio nel momento in cui l’ultima lavoratrice stava per decidere e lasciava al pubblico il verdetto”.

Ci sono delle qualità di Bianca in cui si rivede?

“Abbiamo in comune una certa tigna, come si dice a Roma, il fatto di voler parlare, discutere sempre, di non essere mai pigra nelle decisioni. E’ una cosa che mi piace fare anche a rischio di sembrare un po’ retro. Però spero di non essere delusa come Bianca, che nel film viene accusata di essere in combutta con la proprietà e va via con un grande peso nell’anima”.

Nel film e nello spettacolo teatrale vengono trattati temi molto attuali, dall’occupazione, al rischio di perdere il lavoro, dalle donne ai diritti fino al confronto generazionale…

“Il confronto tra generazioni è molto presente, le giovani accusano Bianca e l’altro personaggio più grande interpretato da Fiorella Mannoia di avere la possibilità di scegliere, perchè tra poco andranno in pensione e quindi non importa loro nulla di quello che succederà, loro invece rischiano di perdere il lavoro,  di essere messe in condizione di non avere più un’attività, quindi lo scontro generazionale c’è e molto forte e si sente anche in ambito sindacale. I sindacati vengono spesso accusati di difendere i lavoratori che hanno già acquisito delle sicurezze e dei diritti dimenticandosi dei nuovi. Poi c’è anche un discorso sulle persone che arrivano da altri Paesi e per le quali il lavoro non è soltanto guadagnare dei soldi ma è la salvezza e l’ancora alla quale attaccarsi per non affondare. Riguardo questo tema c’è un monologo dell’operaia che viene dall’Africa, quando spiega cos’è la paura e dice: “voi cominciate a sentire soltanto adesso la paura ma io la conosco. Per me la paura è non sapere mai se riesco a uscire viva da una situazione e quando finalmente mi sono salvata, tiro un sospiro, mi guardo intorno, mi volto indietro e vedo quanto e a chi è costata la mia salvezza, chi ho lasciato indietro per salvarmi”. Sono argomenti che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. C’è anche un altro tema che secondo me è molto importante che è la crisi della rappresentanza, non siamo più disposti a farci rappresentare da nessuno, non ci fidiamo più perchè abbiamo avuto delle pessime esperienze come cittadini rispetto ai nostri politici, però pensiamo di poter fare da soli, che ognuno possa rappresentare se stesso e basta. Io credo che la democrazia sia anche delegare a chi ne sa più di noi. Io non pretendo di conoscere tutti gli argomenti che vengono trattati in Parlamento ma avrei voluto mandare persone che ne sapessero più di me. Questo vale per il sindacato, per i nostri rappresentanti politici, ma anche per una semplice riunione di condominio…”.

Pensa che il cinema e il teatro possano contribuire a far riflettere e a provare a migliorare questa società?

“Il cinema e il teatro non sono i luoghi della discussione però possono far pensare e soprattutto possono suscitare delle domande, non dico delle risposte perchè quelle spettano a noi. A me interessa in genere sia a teatro che al cinema non essere addormentata”.

Nella sua straordinaria carriera ha lavorato con grandissimi personaggi, da Strehler a Ronconi a Germi. C’è un regista o un lavoro che ha interpretato a cui è più legata? 

“No, nel senso che tutte le esperienze sono state importanti, bellissime, sono cresciuta proprio perchè ho incontrato tantissimi personaggi che mi hanno aiutata. Forse rispetto alle tante cose che ho fatto l’incontro con Strehler è stato un momento importante della mia storia professionale, mi ha segnata di più anche se con lui io ho fatto soltanto due spettacoli, “Le baruffe chiozzotte”, quando avevo 15 anni e “Re Lear” che ha attraversato la mia vita per tanto tempo e durante le repliche di questo spettacolo mi sono successe molte cose belle, mi sono sposata, ho avuto un figlio e quindi è legato anche a certi ricordi. Il lavoro con Strehler è stato fondamentale, come poi quello con Ronconi, con Lavia, con tutte le persone che ho conosciuto”.

credit foto Frenza

In quali progetti la vedremo prossimamente impegnata?

“Riprenderò uno spettacolo che ho già fatto quest’anno che si chiama “Enigma – niente significa mai una cosa sola” di Stefano Massini, con la regia di Silvano Piccardi e poi interpreterò un nuovo testo sempre di Massini che si chiama “Occident express”, sul viaggio di una donna irachena dal suo paese fino alla Svezia con tutto quello che comporta. Una fuga dalla guerra, dalla paura”.

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