sabato
24 giugno 2017

21:00

31/12/9999: La morte si sconta vivendo

di Emanuele Bellato

Prendo spunto da un passaggio dell’articolo di Gianni Sartori sulle “Pantere Nere” (clicca qui per leggere) per affrontare il tema del carcere ed in particolare della pena dell’ergastolo. Scrive Sartori: “nelle galere statunitensi era maturata la presa di coscienza di disperati […], alimentata dalla violenza dell’istituzione, dal sadismo dei secondini, dalla quasi impossibilità per dei diseredati di spezzare il circolo vizioso reato-condanna-emarginazione-altro reato-altra condanna”.

Rispetto al passato le condizioni carcerarie dei detenuti sono decisamente migliorate, ma non corrisponde al vero la descrizione della vulgata popolare che li vede come una sorta di mantenuti con tutti i confort a disposizione. Pensate, in alcuni istituti, è concesso al detenuto telefonare a casa appena una volta alla settimana e per non più di dieci minuti. Fate voi il conto del tempo a disposizione che resta per sentire la voce cara dei figli, dei genitori, della moglie o del marito, della compagna o del compagno (a tal proposito la radicale Rita Bernardini ha proposto di permettere ai carcerati l’uso del telefonino con dei numeri predefiniti). Per non parlare dei detenuti stipati in celle sovraffollate, dei frequenti trasferimenti e della cosiddetta “ora d’aria” in spazi angusti e cementificati, contornati da alte mura e reticolati. E poi c’è la piaga dei suicidi, con una percentuale di 15-20 volte superiore a quelli registrati all’esterno. Ed infine, in alcuni casi, si verificano casi di torture ma purtroppo nessuno paga perché il reato non è stato ancora introdotto nel nostro ordinamento (il ddl è fermo al Senato – un ulteriore motivo di rimpianto per non averlo “abolito” con il Referendum -, anche se il Ministro Orlando, proprio in questi giorni, ha promesso un’accelerazione).

foto4Purtroppo, contrariamente a quanto prevede la Costituzione, la pena viene vista dai più solo come una forma di vendetta dello Stato e non come possibilità di riabilitazione sociale. Inoltre, alcune disposizioni normative come l’articolo 41 bis (comunemente noto come carcere duro), pur avendo prodotto specie nel periodo delle stragi di mafia risultati positivi, da disposizione temporanea si è protratta oltre il periodo emergenziale. E’ giusto spezzare il legame criminale, ma non quello affettivo. Non si possono condannare anche i famigliari, gli amori e gli amici di chi nella vita ha sbagliato.

In un periodo in cui i social-media alimentano le paure è impopolare parlare di questi argomenti, ma non tutti la pensano così. Per esempio lo scorso 20 Gennaio presso il carcere “Due Palazzi” di Padova si è tenuta un’importante giornata di dialogo dal titolo “Contro la pena di morte viva per il diritto a un fine pena che non uccida la vita” con ospiti illustri. Hanno partecipato, tra gli altri: Sabina Rossa, figlia di Guido Rossa, sindacalista ucciso dai terroristi nel 1979; Gherardo Colombo, ex magistrato; Pietro Ichino, senatore; Gennaro Migliore, Sottosegretario alla Giustizia; Giovanni Maria Flick, giurista e presidente

6404emerito della Corte Costituzionale; Sergio Staino, vignettista e direttore dell’Unità; Luigi Manconi, presidente dell’Associazione A Buon Diritto. L’evento è stato promosso dalla rivista “Ristretti Orizzonti” e dalla sua direttrice Ornella Favero ed ha avuto la speciale “benedizione” di Papa Francesco che tramite don Marco Pozza, cappellano del carcere, ha fatto pervenire una lettera di vicinanza ai carcerati.

Grazie all’Ordine dei Giornalisti del Veneto ho avuto anche io la possibilità di partecipare all’incontro formativo. Ancora più dei suddetti ospiti sono stato colpito dalle testimonianze degli ergastolani. In essi, dopo aver scontato pene di almeno venti anni, è maturata una nuova coscienza. Nei loro accorati discorsi ammettono le loro gravi responsabilità e non si nascondono dietro nessun alibi. Sono uomini cambiati. Ma allora perché negare loro la speranza del futuro? Tormentato, mi sono posto questa domanda. Personalmente non ho delle certezze e confesso, rispetto a quella platea animata da buoni sentimenti, di non essere convinto circa la convenienza dell’abolizione dell’ergastolo e delle lunghe pene. Se ci può essere una giustizia riparativa per taluni delitti, penso per esempio a quelli legati alla stagione degli anni di piombo, per altri non riesco ad  intravedere possibilità di ravvedimento. Certo, mi posso sbagliare e mi riprometto di approfondire la questione, però penso altresì che il mio “essere aperto”, il mio “interessarmi” sia quantomeno un passo in avanti rispetto a chiusure a prescindere.

foto2Ascoltare le ragioni di Caino, non vuol dire dimenticare Abele. Nell’Antico Testamento è scritto: Dio, dopo averlo maledetto, pose su Caino un segno “affinché chiunque lo incontrasse, non lo uccidesse” e ammonì chiunque avesse alzato su di lui la mano: “Chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte tanto” (Gen. 4,15). Così il Caino fratricida diventò il Caino costruttore di nuove città. Insomma, anche per la Bibbia si può cambiare. Nella Città del Vaticano la pena di morte fu legale fino al 1969 e rimossa formalmente solo nel 2001; a partire dal 12 luglio 2013 Papa Francesco, con un motu proprio, ha sostituito l’ergastolo con la reclusione sino ad un massimo di 35 anni. 

Il celebre illuminista Cesare Beccaria (1738-1794), autore “Dei delitti e delle pene”  scriveva: “L’ergastolo è più crudele della morte perché è più molesto, più duro, più lungo da scontare, con l’ergastolo la pena viene rateizzata nel tempo e non condensata in un momento come la morte: è proprio questa perpetuità la sua forza ammonitrice ed esemplare. Il terrore della morte può essere attenuato ed addolcito dalla religione, la pena dell’ergastolo impegna per tutta la vita: l’esempio è doloroso per chi lo subisce ed esemplare per quanti stanno a foto3guardare”. Questa tesi, utilizzata in origine per la battaglia contro la pena di morte, è stata ribaltata a favore dell’abolizione dell’ergastolo in quanto, appunto, “più crudele della morte”. Nei moduli burocratici di detenzione, privi di umanità, dove bisogna per forza scrivere un numero, il “fine pena mai” è tradotto con una data che sa tanto di beffa: 31/12/9999. Per dirla con Ungaretti: “La morte si sconta vivendo…”.

Se al momento appare irrealistico e forse prematuro abolire la pena detentiva perpetua, di sicuro bisogna battersi nel nome della Costituzione contro l’ergastolo ostativo, ovvero l’impossibilità per i condannati ad accedere ai benefici di semilibertà e libertà condizionale, dopo un tot. di anni dalla detenzione. Sembra scontato ma non lo è, infatti in Italia il 72,5% del totale degli ergastolani è sotto questo regime. Come può essere credibile uno Stato che viola la sua legalità e la sua Carta fondamentale?

fine_pena_oraNel mio percorso di comprensione è stata fondamentale la lettura del libro “Fine pena: ora” (Sellerio, 2015) di Elvio Fassone. L’ex magistrato racconta la corrispondenza durata 26 anni con l’uomo che ha condannato all’ergastolo. Ho sottolineato alcuni passaggi che riporto: Sul tema della sessualità “Oggi c’è in me una consapevolezza in più: l’ergastolo non spegne solo la vita dell’ergastolano, ma anche quella dei rami che potevano nascere dalla sua pianta”. Sul tema della giusta pena: “C’è una stagione, ignota agli altri ma vera, nella quale il detenuto ha maturato la convinzione di avere pagato il giusto. Sa che doveva ‘pagare’ (il gergo del carcere usa sempre questo verbo: ‘ho fatto due rapine ma le ho pagate’) e sente che quella quantità corrisponde al dovuto secondo la ‘sua’ idea di giustizia. Se siamo capaci di cogliere quel tempo, è salvo lui con tutto il percorso fatto, e siamo salvi noi. Se siamo sordi, è salvo solo lui: ‘quando arriverà lei me ne andrò io’.”. Sul tema della negazione della speranza: “Senza dubbio la morte è più grave della detenzione […] ma la detenzione, ove non mitigata da un trattamento educativo reale, è una morte parziale, l’asportazione di una porzione di vita, così come il mercante di Venezia Shylock pretendeva l’asportazione di una libbra di carne dal corpo del suo debitore insolvente”.

Non mi piace parlare di “perdono”, un concetto religioso e a parer mio troppo abusato. Preferisco l’efficace esempio dell’ago e del filo utilizzato da Luigi Manconi: “Ago e filo non cancellano le ferite, ma le ricompongono”. Questa mi sembra la giusta strada da seguire verso la libertà.

***

Convegno: “Contro la pena di morte viva, per il diritto a un fine pena che non uccida la vita”. Il video completo della durata di otto ore sul sito di Radio Radicale (clicca qui per guardare)

Lascia un commento

Inserisci per primo un commento

Avvisami
avatar
wpDiscuz