mercoledì
22 novembre 2017

10:48

La “solitudine” di Alex

“Continuate in ciò che era giusto” scriveva Alex Langer nel suo messaggio d’addio il 3 luglio 1995. Leggendo il libro “Fare la pace. Scritti su Azione Nonviolenta”, edito da Cierre e Movimento Nonviolento, si possono trovare tantissime idee, spunti e cose “giuste”. Il problema è proprio continuare, ovvero raccogliere l’eredità di Alex.

Sono passati 22 anni dalla sua morte, ma resta ancora forte il rimpianto di quanto sarebbe ancora utile la sua lucida capacità d’analisi e di proposta e la sua azione politica spassionata, radicale, ma al tempo stesso concreta. Pensiamo alla crisi di questi giorni tra Italia e Austria con la minaccia del governo austriaco di chiudere la frontiera del Brennero per impedire l’arrivo dei migranti. Alex avrebbe sicuramente fatto valere la sua esperienza di “uomo di confine” per il superamento dei blocchi, degli odi e delle ingiustizie in favore del dialogo e della solidarietà.

Mao Valpiana, curatore del libro, nella sua prefazione scrive: “sia al liceo che all’Università – Alex, ndr – sente la necessità di fondare due giornalini (prima “Offenes Wort”, “parola aperta”, 1961-1963, e poi “Die Brucke”, “il ponte”, 1967-1969). Il dialogo continuo e la costruzione di ponti sono la cifra di tutto il suo impegno politico.

Nell’aprile del 1989 scriveva su Azione Nonviolenta “la causa della pace non è più separabile da quella dell’ecologia, della salvaguardia della natura, così come non è separabile da quella della giustizia e della solidarietà tra i popoli, e tra sud e nord del mondo. Ed ecco perché i movimenti pacifisti oggi dovranno assumere alcune caratteristiche, come per altro sta avvenendo. Innanzitutto viene riconosciuto il nesso tra le ‘grandi’ e le ‘piccole scelte’: lavorare per l’amicizia tra i popoli vuol dire costruire pace ed amicizia anche nella comunità: nei confronti di chi è diverso, di chi si trova in minoranza, di chi è circondato da incomprensione e ostilità”.

Langer, individuava nel nazionalismo il pericolo principale che minacciava l’Europa. In un convegno svoltosi a Verona, lo stesso anno, per “Le città invisibili” disse: “Credo ad esempio che un certo tipo di nazionalismo e razzismo che ha dominato l’Europa durante gli anni Trenta e che non è del tutto sparito oggi, è un tipo di fondamentalismo che sta fortemente ritornando e spesso costituisce una risposta dei poveri nei confronti degli ancor più poveri tra i poveri. E’ un atteggiamento che nasce dal fatto di sentirsi resi insicuri da tante cose che in genere vengono dall’alto e non dal basso. Succede perciò che chi si sente privato in modo in modo sostanziale della sua identità, dell’abitualità della propria città, del luogo in cui vive, pensa: ‘io qui non mi ci riconosco più, pretendono da me comportamenti, abitudini, modi di mangiare e di vestire, di passare il tempo, divertimenti che mi sono sempre più estranei’. E cerca poi la ragione di questa estraneazione, di questo sentirsi stranieri nel proprio habitat, ma la cerca in quelli che sono ancora più stranieri di lui e che vede allora come gli inquinatori. Mentre, probabilmente, la televisione, l’industria del divertimento oppure il modo di abitare o la ghettizzazione urbana, da questo punto di vista, hanno contribuito molto di più a metterlo in quella condizione”.

Stesso concetto ripreso nel 1994: “Il nazionalismo, per cui ognuno fa per sé e tenta di essere più forte degli altri, non è veramente debellato”. Parole tristemente attuali.

Probabilmente l’eredità di Alex non è stata ancora raccolta perché fu un politico originale, non inquadrabile nei tradizionali schemi partitici. Pur essendo un pacifista ed antimilitarista convinto, dopo generose iniziative sul campo come la Carovana della Pace o la proposta della costituzione di un Corpo civile di pace dell’Onu e dell’Unione europea (con l’inclusione degli obiettori di coscienza), invitò a prendere in considerazione “accanto agli strumenti assai più importanti della diplomazia, della mediazione, della conciliazione democratica, dell’incoraggiamento civile, dell’integrazione economica, dell’informazione veritiera”, l’uso della forza militare nell’ex Jugoslavia per fermare la spirale della violenza.

Inoltre, non mancò di alienarli “simpatie”, tra finti amici ipocriti, la sua posizione in difesa della vita sin dal concepimento: “Sono arrivato alla conclusione che la cultura verde non può rinunciare a far sua la difesa anche della vita umana concepita, non ancora nata”. Naturalmente non si trattava di una posizione conservatrice: “[…] non vedrei i verdi impegnati a rivedere la legislazione pubblica in senso ‘anti-abortista’, se ciò significasse reintrodurre divieti, controlli, sanzioni, limiti di tempo, casistiche, certificati, esami delle condizioni sociali o psichiche o economiche o sanitarie… mentre li vedrei partecipi o protagonisti di una vasta e complessa iniziativa di rivalutazione culturale della vita concepita, non ancora nata, e di prevenzione etica dell’aborto .- senza, ripeto, permettere ad alcuno di sostituirsi alla donna interessata o di sindacare la scelta”.

La “solitudine” di Alex è dovuta al suo pensiero poliedrico, alla sua capacità di arrivare in anticipo rispetto agli altri. Fu tra i primi a dire basta ad un modello si sviluppo insostenibile, a criticare e pungolare i suoi stessi compagni di viaggio: “una buona lista verde deve ogni volta essere espressione di una rinnovata legittimità e non può semplicemente essere l’eredità di coloro che già si considerano ‘i verdi’.” E ancora: “Nella Provincia di Bolzano, ad esempio, ad essere più verdi, secondo me, non siamo noi che ci definiamo tali, ma a volte lo sono più efficacemente e maggiormente molti altri come ad esempio l’Unione dei contadini. Oggi, prima di questo incontro, è stato da me un cacciatore; anzi, il capo dell’associazione cacciatori. Ebbene, non esito a dire che lui gli animali li conosce e li ama più di me. D’accordo, lui li ammazza, io no, però il modo in cui nell’insieme si occupa degli animali, rispetto a come me ne occupo io, probabilmente è più efficace. In questo caso il confronto non può fermarsi al fatto che lui va a caccia e io no, perché anche lui ha dedicato gran parte della vita agli animali. Perciò vorrei che una volta si arrivasse a rapporti più ravvicinati, anche polemici se necessario, tra persone come questi cacciatori e le persone impegnate nella battaglia animalista”.

Con l’avvento del “berlusconismo” Alex aveva intravisto il tramonto della politica, facevano capolino i carrieristi alla ricerca di un posto al sole, la piazza lasciava il posto ai talk-show e ai faccia a faccia televisivi, le forze politiche si omologavano e ritornava a farla da padrone l’egoismo con una nuova ondata di aggressione nei confronti dei poveri e della natura. Non c’era più posto per uno come Alex.

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