lunedì
27 novembre 2017

13:15

A Saverio Saltarelli e a quelli della mia generazione

di Gianni Sartori

Fine anni sessanta, metà dei settanta. Ripercorrendo quell’intenso periodo, oltre che dai ricordi personali, vengo regolarmente travolto dal pensiero dei compagni caduti, uccisi, assassinati.

Da Franco Serantini a Salvador Puig Antich, per dirne due.

E ogni volta mi colpisce una coincidenza: molti appartenevano alla medesima condizione sociale (diciamo “proletaria” in senso lato) e alla stessa mia generazione. Letteralmente, in  senso anagrafico, essendo nati tra la fine dei quaranta e i primi cinquanta.

Non proprio tutti ovviamente: Pinelli e Feltrinelli, per dirne altri due, erano più “vecchi”.

Cos’era accaduto? Forse, ipotizzo, tra scolarizzazione di massa, boom economico e relativi effetti collaterali (emigrazione interna, accelerazione delle lotte e della presa di coscienza da parte delle classi subalterne – sia in senso economicistico che politico – oltre alla percezione diffusa a livello planetario che “le cose potevano cambiare” qui e ora…) un gran numero di giovani che in passato sarebbero passati direttamente dall’adolescenza alla condizione di schiavo salariato (generalizzo, ovvio), ebbero la netta sensazione che nel muro dell’esclusione sociale si aprissero delle crepe.

E in tanti ci buttammo in quello spiraglio. Alcuni a corpo morto, altri più timidamente, ma consapevoli che si trattava di “ora o mai più”.

Ovviamente ci fu comunque un prezzo da pagare, indipendentemente dai risultati alquanto al di sotto delle aspettative, anche di quelle minime.

“Sul fango della via” caddero in molti, i migliori presumibilmente.

Da Franco Serantini, sardo e figlio di N.N. (1972) a Giannino Zibecchi, insegnante, falciato da una vettura dei carabinieri durante una manifestazione antifascista (1975); dal militante di ETA Txiki, una famiglia di immigrati nel Paese basco dall’Estremadura (1975) a Pietro Bruno, ragazzo della Garbatella, militante di Lotta continua, ucciso dalla polizia durante una manifestazione per l’indipendenza dell’Angola (1975). 

Emblematico, riassuntivo per certi versi, il caso di Saverio Saltarelli nato a Pescasseroli nel 1947.

Figlio di pastori abruzzesi, Saverio era emigrato a Milano dove, studente universitario, si manteneva con lavori saltuari, sia come fattorino che come facchino ai mercati generali. Venne ucciso dalla polizia a soli 23 anni. Era il 12 dicembre 1970 (primo anniversario della strage di Stato a Piazza Fontana) e si manifestava per la liberazione degli anarchici ingiustamente incarcerati .

La strage di piazza Fontana, materialmente eseguita da esponenti neonazisti (a scelta: Freda, Ventura, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni…) manovrati dai servizi segreti (Gladio, CIA, P2…), fornì alle classi dominanti l’occasione, da tempo cercata, per vendicarsi della paura prodotta dalle ampie lotte sociali del 1968-69 (rivolta del 19 aprile a Valdagno, Avola, Battipaglia….). Scopo della strage di Stato di Milano (e di altre successive): disarticolare il forte movimento di lotta popolare e spianare la strada a un governo di destra, rigorosamente atlantista, sostenuto anche dal MSI.

La vicenda è nota, presumo. I primi a venir colpiti furono gli anarchici. Finirono in galera Valpreda, Borghese, Mander e Gargamelli mentre Pino Pinelli precipitava da una finestra della questura di Milano il 16 dicembre, durante un interrogatorio.

12 dicembre 1970: SI TORNA IN PIAZZA

A un anno esatto dalla strage di stato, il 12 dicembre 1970, varie manifestazioni si svolgono a Milano. Due autorizzate: un corteo antifranchista (è l’epoca del processo di Burgos contro i baschi) indetto dai sindacati a dai partiti (PCI, PSI, DC) e un presidio alla Statale  del Movimento Studentesco della Statale (MSS) di Capanna. Al corteo non autorizzato degli anarchici partecipano a titolo individuale altri militanti di sinistra (sia del Movimento studentesco – come forse Roberto Franceschi – sia dei gruppi m-l) e la formazione internazionalista di Rivoluzione comunista di cui fa parte Saltarelli in quanto militante del Comitato studentesco di agitazione rivoluzionaria.

Gli anarchici vengono caricati duramente e ripetutamente. La polizia spara molti lacrimogeni ad altezza d’uomo. Qualcuno per sfuggire ai pestaggi tenta di rifugiarsi nell’università, ma verrà bloccato manu militari dal servizio d’ordine del movimento studentesco.

A parziale – molto parziale – giustificazione, dell’operato in stile stalinista, va ricordato che precedentemente c’era stato un tentativo di assalto all’università da parte dei neofascisti e che la confusione regnava.

Colpito al cuore da un lacrimogeno ricoperto di metallo, Saverio Saltarelli muore.

La polizia non aveva esitato a fare uso di armi da fuoco (in particolare il reparto guidato da Antonio Chirivì). Si contarono almeno due feriti gravi, uno studente e un giornalista.

Paradossalmente, saranno proprio Mario Capanna e il suo MSS a gestire la proteste per la morte del compagno Saltarelli.

Un compagno, va detto, in parte “dimenticato”.

Tra i pochi che lo hanno ricordato negli ultimi tempi (nel 2010 mi pare) segnalo Gianni Barbacetto.

In un suo articolo aveva raccontato di un incontro con Lydia Franceschi, la mamma di Roberto, anch’egli ucciso dalla polizia nel 1973.

Con una buona dose di onestà intellettuale, Barbacetto spiegava così la dimenticanza collettiva nei confronti di Saverio:

“Non aveva alle spalle né un gruppo politico forte, né una famiglia attrezzata a comunicare. Era figlio di pastori abruzzesi, Saverio, e si era trasferito a Milano per studiare, prima al liceo Berchet, poi all’Università. Si manteneva agli studi facendo il fattorino, il facchino all’Ortomercato e mille altri lavori”.

Così andava e così va il mondo, purtroppo.

La mamma di Roberto Franceschi (quante “madri coraggio” in queste storie!), avendo dedicato la sua vita a mantenere viva la memoria del figlio e dei suoi ideali, esprimeva tristezza per questa dimenticanza nei confronti di quel giovane assassinato brutalmente.

Così si era espressa parlandone con Barbacetto:

“Quando Roberto tornò a casa dalla manifestazione del 12 dicembre 1970 era sconvolto perché era il suo primo impatto con la violenza istituzionalizzata. Non riusciva a capire come si potessero sparare candelotti ad altezza d’uomo contro cittadini che chiedevano di conoscere la verità su una strage che era costata la vita a 17 persone, più quella di Giuseppe Pinelli. Seduta con lui sul suo letto, passai quasi tutta la notte a discutere. Mi è rimasto sempre molto caro, Saverio Saltarelli”.


* nota: nel 1971 Pino Masi (cantautore di riferimento di Lotta continua) gli dedicò una sua canzone (sull’aria de “La povera Rosetta”)

Lascia un commento

Inserisci per primo un commento

Avvisami
avatar
wpDiscuz