mercoledì
07 febbraio 2018

15:21

Mentre sta massacrando i Curdi, Erdogan viene accolto a Roma e in Vaticano

di Gianni Sartori

La notizia della visita di Erdogan a Roma (e in Vaticano) il 5 febbraio ha suscitato rimostranze e proteste sdegnate.

Tale visita avviene in un momento particolarmente grave, coincidendo con un pesante attacco militare portato da Ankara contro i territori curdi all’interno dei confini siriani, in aperta violazione della legalità internazionale. L’Italia (e il Vaticano), più o meno consapevolmente, contribuiscono in tale maniera a legittimare l’operato di un regime che sta reprimendo da mesi, duramente, l’opposizione turca. E, ça va sans dire, da anni la popolazione curda del Bakur, la regione curda all’interno dei confini turchi.

Esiste qualche precedente. Nel 1996 venne ricevuto in Italia (sia dal sindaco di Roma che da quello di Venezia)  Demirel, all’epoca presidente della Turchia.  

Si era appena concluso tragicamente (una dozzina di vittime) uno sciopero della fame di prigionieri politici, rivoluzionari di sinistra. Sciopero che evocando forse quello dei repubblicani irlandesi del 1981 aveva suscitato una certa indignazione nelle opinioni pubbliche europee. La visita di Demirel in Italia (come quella di poco precedente di Prodi in Turchia) contribuì sicuramente a ristabilire un’immagine relativamente decente della Turchia.

Un breve pro memoria: pur nel silenzio pressoché generale che circondava (e circonda, da allora non è cambiato proprio niente, se non in peggio) la questione dei diritti umani in Turchia e quella curda in particolare, lo sciopero della fame dei prigionieri nell’estate 1996 aveva goduto di qualche risalto sui media (ne parlò correttamente anche il TG3). Anche in quella circostanza furono i prigionieri curdi a iniziare lo sciopero della fame (27 marzo ‘96) con richieste espresse in 24 punti. Diecimila militanti prigionieri si davano il cambio ogni 10 giorni. Poi, verso aprile-maggio, aderirono molti prigionieri della sinistra rivoluzionaria turca. Furono proprio i militanti di alcune di queste organizzazioni che poi decisero di portarlo avanti fino alle estreme conseguenze. Morirono in 12: Altan Berdan Kerimgiller, Ilginc Oskeskin, Ali Ayata, Huseyin Demircioglu, Aygun Ugur, Mujdat Yanat, Hicabi Kucuk, Yemliha Kaya, Ayce Idil Erkmen, Osman Akgun, Hayati Can, Tahsin Yilmaz.

Ancora in luglio del 1996 il capo del governo Necmettin Erbakan aveva minacciato varie volte di far intervenire l’esercito nelle carceri. Tuttavia, forse temendo la condanna dell’opinione pubblica mondiale, si vedeva costretto a fare alcune concessioni. Si arrivava ad un accordo che, pur non contemplando la totalità delle richieste, prevedeva migliori condizioni per tutti i prigionieri e la fine del sistema carcerario repressivo. Eppure, benché minimi – ad esempio non c’era quello sullo statuto di prigionieri di guerra – i punti dell’accordo non vennero rispettati. Lo sciopero era quindi ripreso, quasi senza soluzione di continuità con quello appena concluso, con la morte di altri quattro militanti. Da settembre, i prigionieri politici stavano preparando una ulteriore mobilitazione nelle carceri; il governo, venutone a conoscenza, il 22 settembre 1996 sferrava un attacco contro una quarantina di militanti ammassati nella stessa cella nel carcere di Amed (Diyarbakir): in 14 vennero assassinati (a sprangate, secondo l’organizzazione umanitaria Inshan Haklari Demegi). Non solo. I 23 feriti sopravvissuti all’aggressione vennero poi incriminati per “rivolta contro lo Stato” rischiando la pena di morte. Dato che lo Stato si era rimangiato le concessioni fatte ai prigionieri, i movimenti di opposizione turchi e curdi avevano indetto per il 27 settembre 1996 una giornata di protesta in tutto il territorio dello Stato. Era quindi apparso evidente che con l’attacco ai prigionieri del 22 settembre, l’esercito aveva voluto, in un colpo solo, anticipare la manifestazione e stroncare la ribellione nelle carceri.

All’epoca segnalavo alcune coincidenze che riguardavano il ruolo del nostro Paese in Medio oriente. Ai primi di settembre 1996, poco dopo la prima sospensione dello sciopero della fame, Romano Prodi era stato il primo capo di stato occidentale a recarsi in Turchia per incontrare Erbakan. Costui, forte anche della riconquistata “rispettabilità” di fronte agli alleati occidentali, potrebbe aver colto l’occasione per mettere in pratica quanto aveva minacciato in luglio. Come ho detto, successivamente (ottobre 1996), Suleyman Demirel, presidente della Turchia, veniva ricevuto da Rutelli, sindaco di Roma e da Cacciari, sindaco di Venezia. Sia la visita di Prodi in Turchia che quella di Demirel in Italia, avevano ridato fiato e credibilità internazionale al regime turco, permettendogli di agire contro i prigionieri e contro l’opposizione. Particolare non irrilevante, nel 1996 l’Italia era il terzo partner commerciale di Ankara.

Cosi come ancora oggi il nostro paese fornisce alla Turchia gli elicotteri Augusta Westland.

Appare evidente che l’attuale aggressione ai curdi di Rojava serve a rivalutare l’immagine, parecchio sbiadita, di Erdogan presso l’opinione pubblica turca, resa inquieta dalla crisi sociale e politica dilagante. Esasperandone i peggiori sentimenti sciovinisti e il malcelato, ma diffuso, razzismo nei confronti dei curdi. Mentre va incarcerando migliaia di oppositori di ogni genere (magistrati, deputati, insegnanti elementari, giornalisti, musicisti, docenti universitari…ora anche medici che osano contestarne  la politica guerrafondaia), il governo di Ankara contemporaneamente muove le giuste pedine per preservare la sua “rispettabilità” a  livello internazionale.

Presumibilmente Erdogan, l’uomo a cui i nostri rappresentanti stringeranno la mano, è il mandante dell’uccisione delle tre militanti curde (Sakine, Fidan e Leyla) assassinate da un infiltrato in rue la Fayette (Parigi, gennaio 2013).

E’ anche l’ideatore degli attacchi ai villaggi e alle città curde di un paio di anni fa. Quando, mentre i combattenti curdi respingevano i fascisti di Daesh, l’esercito turco massacrava i civili nel Bakur. Praticando un indiscriminato cecchinaggio su donne e bambine, con persone arse vive negli scantinati dove si erano rifugiate per sfuggire a bombardamenti e rastrellamenti.

Analogamente, l’attuale operato dei militari turchi in Rojava (bombardamenti su villaggi e campi profughi che hanno provocato centinaia di morti e migliaia di feriti tra i civili) ha tutte le caratteristiche del genocidio e dell’etnocidio. Materiale da tribunale per crimini di guerra e contro l’umanità. Come quello dei nazifascisti a Gernika nell’aprile 1937.

Oltre a intere città, ad Afrin (dove, va ricordato, avevano trovato rifugio e convivevano, insieme ai curdi, popolazioni di diverse etnie e religioni: cristiani, arabi, turkmeni, yazidi, profughi…) sono stati rasi al suolo anche siti archeologici considerati patrimonio dell’Umanità.

E TU, DA CHE PARTE STAI?

In un comunicato dell’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia si leggeva:

Il popolo curdo chiede una soluzione politica, pacifica e democratica, una pace duratura per tutti i popoli. È questo che ispira la sua resistenza. Vincerà perché crede nella liberta e nella forza degli esseri umani, come ha saputo dimostrare a Kobane, a Minbij, a Raqqa e dovunque esiste la crudeltà e la barbarie.

Ora noi vi chiediamo: da che parte state? Da quella del popolo curdo o da quella di Erdogan?

Bella domanda a cui finora hanno risposto, tra gli altri,  i Giuristi Democratici, associazione impegnata a promuovere “ la difesa ed attuazione dei principi democratici, di uguaglianza ed antifascisti della Costituzione della Repubblica, per la applicazione delle Convenzioni dei Diritti dell’Uomo, per la realizzazione di una Costituzione Europea autenticamente democratica, fondata sul ripudio della guerra…”.

Coerentemente con tali presupposti, i Giuristi Democratici hanno protestato “contro l’accoglienza predisposta dal Governo italiano per il Presidente turco Erdogan in occasione della sua visita a Roma per un colloquio con il Pontefice. La visita di Erdogan, alla luce della persecuzione da parte del regime turco di avvocati, giornalisti, accademici e attivisti per i diritti umani, delle violenze in occasione delle operazioni elettorali e di atti commessi durante le operazioni di coprifuoco nei confronti della popolazione curda in Turchia, che appaiono costituire crimini contro l’umanità, costituisce una grave offesa al popolo italiano, alle istituzioni repubblicane ed alla Costituzione stessa”.

Già in altre occasioni i Giuristi Democratici avevano“puntualmente documentato le violazioni dei diritti umani avvenute in Turchia”  e ugualmente hanno stigmatizzato l’operato del Governo turco quando si è reso responsabile “in aperta violazione del diritto internazionale, di un attacco contro la popolazione del Cantone di Afrin, nel nord della Siria”.

Quindi, secondo i Giuristi Democratici, il Governo italiano e le Istituzioni democratiche non avrebbero dovuto “accettare questa visita di Stato senza tenere conto della brutale repressione compiuta dal regime turco contro la società civile e più in generale in violazione dei diritti umani”.

Nonostante il tentativo di blindare la Città eterna, è comunque prevedibile che a Roma (come in tante altre città italiane) il 5 febbraio non mancheranno proteste e manifestazioni contro la visita di Erdogan.

Per Roma l’appuntamento è ai Giardini Castel Sant’Angelo, lato Via Triboniano dalle 11 alle 14 (lunedì 5 febbraio, ovviamente).

Ma come ho detto altre mobilitazioni sono in preparazione un po’ dovunque…

Partecipate! Fatelo per la Giustizia, fatelo per la Libertà…e fatelo per i Curdi. Se lo meritano!

Lascia un commento

Inserisci per primo un commento

Avvisami
avatar