giovedì
21 giugno 2018

04:34

Considerazioni sopra una fotografia riemersa

di Gianni Sartori

Come una apparizione. La foto (vecchia foto in bianco e nero, un reperto degli anni sessanta) appesa al muro del bar riesumava un’antica squadra di speleologi del “Club Speleologico Proteo” accampata sui Colli Berici. Al centro tre giovincelli immortalati mentre in due, sorridenti, sorreggono quello a gambe larghe che quasi-quasi sghignazza. A terra, in disordine sparso, sacchi a pelo arrotolati, zaini (da uno sporgono un machete e il manico di un’accetta) e caschi da grotta (che immagino di color giallo, canonico) con dipinto sopra il simbolo del pipistrello. L’originario, non la successiva elaborazione grafica (operata negli anni settanta da Sante Segato) diventata il logo del CSP. Per cui ritengo di poterla datare, l’immagine, verso la fine degli anni sessanta.

Da un lato affiora un vespone con parabrezza (e anche quello l’ho riconosciuto, dalla targa), dall’altro emerge, semicoperto dal cofano di una 500 bianca, un quarto speleologo con l’eschimo (all’epoca indumento usato da murari e operai per andare al lavoro, in vespa o motorino). Guarda nell’obiettivo, ma con un certo distacco (leggermente perplesso o imbarazzato). Lo intuisco un attimo prima, ancora di profilo, intento ad osservare i tre bontemponi, incerto tra il timore di esser di troppo e un certo disagio per quella goliardica messa in scena.

Per me un pugno allo stomaco. Leandro se n’è andato un paio di anni fa. Se n’è andato così come era vissuto: dignitosamente ma in silenzio, a modo suo. Tanto tempo prima si era ritirato, col suo cane, tra le ultime contrade su cui incombe il Pasubio. Un paio di volte ero anche passato a cercarlo (non lo vedevo da anni), ma senza riuscire a incontrarlo.*

Mentre inizialmente ho avuto qualche difficoltà nell’identificare gli altri tre della foto, su di lui non ho avuto alcun dubbio. Era la faccia buona che ricordavo, quella di un amico, inequivocabile e inconfondibile. Un ricordo nitido anche dopo 50 anni.

Non solo per i tratti, ma ancor più per l’atteggiamento. Meditabondo, apparentemente dimesso, come in attesa…ma comunque sereno.

Una presenza forse destinata a restare invisibile. Inosservata per chi si dovesse soffermare (tra un sorso e l’altro) a scrutare distrattamente l’insolita immagine in bianco e nero. Del resto, cosa potrebbe mai significare quel volto – d’altri tempi, da “dopoguerra” – per gli odierni frequentatori di Lumignano?

E quale storia potrebbe mai rievocare?

Magari noteranno il vespone (d’epoca) e la posa vagamente goliardica (“pittoresca”…commentava una tedesca) dei tre al centro della foto. Senza nemmeno chiedersi a cosa stava pensando l’altro soggetto, quello leggermente defilato.

Eppure è l’unico di cui colgo (e ricordo) la personalità, l’umanità…particolari che permangono oltre il tempo.

Quando, quindicenne, intrapresi l’ardua, umida e viscida via degli anfratti oscuri**, Leandro aveva già diversi anni di attività come speleologo (“speleista” direbbe l’addetto ai lavori) alle spalle. Tra i ricordi di spedizioni comuni, un lungo girovagare in vespa (quella della foto) per strade ancora sterrate dei Lessini vicentini, alla ricerca di splughe e altre cavità. Da Creazzo a Monteviale, Gambugliano, Montepulgo…

Su e giù per crinali non ricoperti come ora dalla metastasi delle villette. Perlustrando cave e boscaglie, fino a Priabona, località che per noi significava “Poscola”, intendendo la grotta più che l’omonimo torrente, quello poi utilizzato da un’ azienda locale per smaltire rifiuti tossici. Ma allora non sapevamo. A noi il mondo appariva ancora integro: nebbie e nuvole in movimento, “gati” sfilacciati, schiarite improvvise, rami lucidi e scrosci di pioggia, raffiche pungenti di vento e voli premonitori di corvi neri. O forse, prosaicamente, cornacchie grige…altamente evocativi, comunque.

Altra escursione, credo novembrina. Nella memoria: foglie gialle, ancora nebbie, umidità, il guizzo arancio di una volpe, salamandre sul percorso…

In mezzo ad altre boscaglie, quelle tra le “Acque” (Sant’Agostino) e la pontara di Valmarana (dove si allenava il ciclista Massignan – storico) in compagnia di un suo amico (forse: Braschi?) trasferitosi in Puglia qualche anno prima e tornato per una breve rimpatriata.

Non ricordo la grotta (o forse due), ma la sosta all’osteria davanti a un brulé. Progetti di altre spedizioni, in gran parte poi dimenticati.

E poi in quel di Villabalzana per una voragine segnalata. Quella volta decisi di ritornarmene a piedi e quasi per caso, dentro una cava abbandonata, individuai l’imbocco della grotta poi denominata della Cà Pura. Oggi come oggi me ne starei zitto, per “amor di grotta”.

Altre immagini: evanescenti, indistinte, avvolte nel crepuscolo. Era sera ormai (inizi del 1968?). Una impervia discesa su terreno franoso (una sorta di ripido ghiaione, dove erano cresciuti alcuni alberi stentati a cui ci si aggrappava per non volare a valle) alla luce delle lampade a carburo dopo l’esplorazione di una grotta in Val Sugana (o Canale di Brenta?). Grotta “dee fade” o roba del genere, forse anguane vista la località.

I ricordi di “spedizioni” in grotta a cui partecipammo entrambi (dai Berici ai Lessini e sull’Altopiano) sarebbero numerosi, ma ritengo ipocrita parlarne soltanto come speleologo o ricordare solo i momenti entusiasmanti. Ripensandoci non posso esimermi da stigmatizzare (anche se con notevole ritardo, circa mezzo secolo) il clima che talvolta si respirava al “Proteo” (all’epoca almeno, poi non so). Un clima impregnato da una certa dose di “nonnismo” (chiamiamolo così, rende l’idea), come capita talvolta nei sodalizi “sportivi” prettamente maschili (e vagamente militarizzati: ORDINE E DISCIPLINA era la lapidaria consegna appesa in sede, quella originaria del Villaggio del Sole).

Operaio, Leandro era iscritto al sindacato e lo incontravo alle manifestazioni unitarie. Per lui ero comunque un “compagno” (anche se lievemente “estremista”) e forse per questo, in un paio di occasioni, mi aveva confidato il disappunto per certi atteggiamenti nei suoi confronti, in particolare da parte dell’alter ego (“eminenza grigia”?) del presidente, colui che proponeva – e otteneva – le espulsioni *** (in genere piuttosto arbitrarie) dei soggetti ritenuti troppo “esuberanti”, indisciplinati.

O semplicemente “anomali” (devianti?) rispetto ai parametri sociali convenzionali e dominanti.

Dal lavoro in fabbrica Leandro aveva contratto qualche problema respiratorio (dovuta agli acidi inalati, mi raccontò), problema che comunque non gli impedì di esplorare decine di grotte  impegnative. Il solito personaggio non mancava di rimarcarlo apostrofandolo con appellativi anche offensivi.

Non credo quindi sia stato per caso se a un certo momento, ferito e amareggiato, aveva lasciato il gruppo speleo e sistematicamente declinato ogni invito per ricorrenze e anniversari (tutti o quasi celebrati all’Eremo di San Cassiano). Sebbene, va detto, fosse stato uno dei tre o quattro fondatori del CSP nei primi anni sessanta.

Strano però. Quelli che Leo considerava suoi amici, in particolare i soci fondatori, non mi pare ne prendessero le difese.

Ma, come ho detto, nel CSP degli anni sessanta si percepiva un certo clima da caserma, con forme striscianti di mobbing (si direbbe oggi).

Anche se più che le “reclute” – i nuovi arrivati- a farne le spese erano appunto le persone come Leandro.

Troppo buone o forse maggiormente esposte alle difficoltà della vita, sicuramente meno arroganti e prevaricatrici. Persone su cui qualcuno, di estrazione piccolo-borghese (e democristiano), scaricava le proprie frustrazioni, forse per esercitare una – per quanto miserabile – forma di ”potere”.

Con battute per svalorizzare, critiche immotivate durante le riunioni…autentiche umiliazioni.

Così andava il mondo. E così va ancora del resto, anche se il contesto e le forme possono nel frattempo essere mutate (ma non la sostanza).

Tutto questo – sepolto e dimenticato da decenni – mi è ritornato alla mente vedendo quella foto dove ho  immediatamente riconosciuto l’amico perduto Leandro.

Avere ricordi, un passato può essere scomodo a volte. Ma non averne, o averli rimossi, sarebbe anche peggio. Forse.


Gianni Sartori impegnato a risalire con le "scalette" una piccola voragine sui Colli Berici, 1968

Gianni Sartori impegnato a risalire con le “scalette” una piccola voragine sui Colli Berici, 1968


* nota 1: recentemente avevo preso la decisione di non scrivere altri necrologi per quelli della mia generazione, le persone con cui avevo condiviso montagne e politica, manifestazioni e grotte. Tra compagni degli anni sessanta-settanta (vedi Guido Bertacco nel 2015) e amici alpinisti o speleologi, la lista ultimamente si va allungando troppo. L’anno scorso Alberto Rossi (speleo-alpinista, avevamo arrampicato – con Franco Perlotto – a Rocca Pendice nell’inverno del…? forse 1979), mentre solo recentemente ho saputo di Viviana. In gennaio poi se n’era andato Rino Refosco (una militanza la sua iniziata ancora nel 68 e proseguita, magari a fasi alterne, praticamente fino all’altro ieri: Movimento Anarchico Vicentino, Radio Vicenza, la tipografia dove per un periodo si stampavano, tra le altre testate, anche Volontà e Germinal…).

Ma la foto inaspettatamente vista in un bar a Lumignano (una foto in cui Leandro sembra quasi “entrare” per dire “ci sono”, richiamandomi al dovere), mi ha spinto a ricredermi. Almeno per stavolta.

Aggiungo che successivamente, dopo un’osservazione più attenta, mi è parso di riconoscere altri due con nome e cognome. Quello più compassato dei tre potrebbe essere Paolo Mietto (il presidente-geologo, eravamo gli unici due vicentini alla spedizione nella Grotta del Torrione di Vallesinella nel 1968). L’altro, forse, Franco Dalle Carbonare (con cui ho condiviso la prima discesa nel Finestron, sul Grappa, sempre nel 1968 o giù di lì). Ricordo invece il volto, la voce, il modo di fare…ma non il nome del terzo, quello tenuto sospeso in aria.

** nota 2: erano i tempi della “combinata”, tuta operaia da lavoro (generalmente blu) o, in alternativa, della “mimetica”, recuperata per poche centinaia di lire nel piccolo magazzino di articoli militari usati (in gran parte provenienti dalla Ederle) del Patronato, vicino a Ponte Pusterla. Anche i caschetti erano, in genere, di origine militare (sempre statunitense, quelli leggeri) e poi ridipinti di giallo con la scritta CSP (Club Speleologico Proteo) e la sagoma di un pipistrello in nero. Sarebbe arrivato successivamente il logo (sempre un pipistrello) realizzato da Sante Segato nei primi anni settanta e destinato a essere utilizzato per tutti i decenni a venire.

Tempi di bivacchi con solo un telo di nailon steso sulle pietre (talvolta direttamente sul ghiaccio come al Torrione di Vallesinella nel 1968) e poi il sacco a pelo (sempre di recupero, militare).

Per scendere i pozzi, imbraghi da pompiere (e relativi moschettoni, quelli a pera), corde talvolta ancora in canapa (ma si cominciava a utilizzare anche quelle di nailon, ritenute più sicure e comunque più maneggevoli, oltre che meno propense a infangarsi) e le “scalette” pieghevoli, con i montanti in acciaio (un cavo di circa tre millimetri) e i gradini (le “sbarrette” in duralluminio) lunghi 14 centimetri con un diametro di 12 millimetri.

Distanza canonica tra un gradino e l’altro di 30 centimetri, con i montanti che terminavano con fibbie e anelli in grado di raccordare due scale tra loro. Prima regola: non gettare mai le scalette nel pozzo che si intendeva discendere (oltre al rischio di provocare una frana, si sarebbero potute sfilacciare i cavi), ma srotolarle lentamente, direi gentilmente. 

***nota 3: come ho già ricordato, anch’io venni espulso (nel 1972), insieme a Tiziano Zanella, su richiesta del solito funzionario. Non ne faccio un problema. Con il senno di poi, è stato meglio così. “Scoprii” l’alpinismo e la frequentazione assidua di Rio Freddo e dintorni in una “baita” ridotta all’essenziale e risistemata alla buona. Altra storia, comunque…

Ma – coincidenza – successivamente venne espulso anche il Paolo Lain (altro compagno, operaio, mi pare del PCI) che aveva preso le nostre difese e votato contro l’espulsione. Colpevole forse di “lesa maestà” in quanto aveva osato contestare la decisione della nomenklatura. Decisione a cui parecchi soci – con cui fino al giorno prima avevamo riso e scherzato, senza che emergessero problemi – comunque si adeguarono. Per timore di inimicarsi i “capi” o per conformismo?

Altri invece (ipocritamente) scelsero di astenersi. Forse già rassegnati ad un ruolo di pedine intercambiabili di un sistema gerarchico e mercantile che mai avrebbero messo in discussione.

Talvolta ho avuto la sensazione che le sotterranee (“carsiche”) vie del conflitto di classe percorressero e percuotessero, se pur travisate da personalismi e maschere caratteriali, anche l’ambiente speleologico e alpinistico. Chissà?

Segnalo infine che qualche tempo dopo due soci si resero responsabili di un furto (vennero anche arrestati) ai danni della Mostra missionaria allestita in una sala attigua alla sede del “Proteo” (entrambe, la Mostra e la sede del CSP, all’interno del Centro sociale – comunale – del Villaggio del Sole). Ma NON vennero espulsi. Due pesi e due misure? Forse perché i due non avevano portato la “politica” (o almeno non quella di sinistra) nel gruppo? Vai a sapere.

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