domenica
19 novembre 2017

14:52

Intervista con Costanzo Preve: un filosofo “fuori dal coro” o un caso di disgregazione della Sinistra?

di Gianni Sartori (Torino, 2007)

NON consideratela una provocazione: questa intervista a Costanzo Preve, prematuramente scomparso nel 2013, risale a dieci anni fa.

Rileggendola mi ha dato da pensare. All’epoca NON l’avevo pubblicata (quasi un’autocensura) e onestamente mi ero sentito un poco il “commissario politico” di me stesso. La ripropongo come stimolante argomento di discussione, convinto comunque che vi sia stata sempre una grande differenza tra la sofferta parabola di Preve (dal marxismo a un indefinito comunitarismo, da Democrazia Proletaria alla frequentazione di aree rosso-brune)  e quelle di alcuni suoi epigoni e interessati estimatori. Vedi l’allievo Fusaro.

Costanzo Preve, filosofo e autore di decine di libri, nato a Torino nel 1943. Ha studiato in Francia (“con una borsa di studio”) e si è laureato nel 1967. Raccontava di “essere diventato un socialista, un comunista utopista a venti anni, anche per reazione alla famiglia piccolo-borghese, impiegatizia, legata allo spirito-Fiat e al conservatorismo sociale del tempo”. Molteplici le esperienze politiche: la gioventù comunista francese, il PCF, la partecipazione alla Resistenza greca dal 1967 al 1974 (anche se, precisa, “in maniera subalterna”). E poi, in Italia, il PCI, Lotta continua, Democrazia proletaria.

Questa era stata la sua ultima “esperienza di partecipazione organizzata”. Dal ’92 “compagno di strada” per qualche anno di Rifondazione (ma non iscritto) e poi la scelta del “non voto”, di considerarsi “un allievo indipendente di Marx e un libero ricercatore”.

Uno studioso, quindi e come tale avrebbe voluto essere conosciuto e ricordato. E non solo di Marx perché “naturalmente non è l’unico mio maestro”. Un intellettuale “non gramsciano, perché l’intellettuale non deve essere organico a priori”. L’intellettuale, secondo Preve, dovrebbe “ produrre ciò che ritiene essere vero nella sua ricerca”. Marx ha scritto il Capitale “per suo piacere, perché non poteva non farlo. Se quello che ha scritto è poi servito al proletariato, meglio così. Allo stesso modo Pasteur non ha fatto le sue ricerche perché voleva essere utile; lo ha fatto spinto dal desiderio della scienza; successivamente le sue ricerche sono servite a milioni di persone…”.

Naturalmente “la mia stima personale e morale per Gramsci rimane inalterata, pur avendo un dissenso di carattere filosofico nei suoi confronti”.

Negli anni novanta Costanzo Preve era conosciuto anche nel vicentino dove, insieme all’economista Gianfranco La Grassa, ha partecipato a numerosi incontri e dibattiti organizzati dal “Collettivo Spartakus” e da “Punto Rosso”.

Qualche mese prima di questo nostro incontro il filosofo torinese aveva rivendicato pubblicamente (v. un’intervista su “Indipendenza”, agosto 2007) la sua recente collaborazione con alcune riviste della “destra radicale” (“Eurasia”, “Comunitarismo”, “Edizioni all’insegna del Veltro, Edizioni Settimo Sigillo…) come una scelta di libertà per l’espressione delle sue idee a prescindere dai luoghi.

Soprattutto perché “nel frattempo qualcosa è cambiato. C’è stata la guerra Usa contro l’Iraq del 2003. Chi non ha capito che da allora qualcosa di strategico è veramente cambiato nel mondo, e crede di lavarsene le mani denunciando il feticcio di un presunto “anti-americanismo” da cui tenersi virtuosamente lontani, non coglie e non può cogliere, a mio avviso, i dati storici nuovi del problema. Nel mio piccolo, io credo invece di averli colti”.

Da questo nuovo scenario sarebbe derivata la sua “adesione a due concetti di fondo. Primo, al concetto di legittimità della questione della geopolitica. Secondo, ad una versione puramente difensiva della geopolitica eurasiatica, cui personalmente non aggiungo nessuna componente etnico-culturale sovrapposta alle singole nazionalità”.

Per quanto riguarda il comunitarismo, il suo riferimento non sarebbero le correnti di destra che si ispirano a Jean Thiriart (fondatore di Jeaune Europe a cui aderì anche Claudio Mutti) ma piuttosto i “communitarians” americani come Mc Intyre (peraltro giudicato troppo “liberale”).

Personalmente rispettavo le posizioni di Preve, anche se leggendo alcuni articoli pubblicati dalla stampa comunitarista ho sempre provato un certo disagio.

Sembrava di risentire certi proclami di Terza Posizione o dei “nazional-popolari” del Fronte Nazionale di Tilgher (poi diventati “Fronte Sociale Nazionale”, se non sbaglio). Mi riferisco in particolare a “Comunità e Resistenza”, organo di “Comunità politica di avanguardia” che distribuisce in rete gli adesivi in onore dello sceicco Ahmed Yassin, fondatore di Hamas. Chi ha avuto la fortuna o la disgrazia di vivere, politicamente parlando, la fine degli anni sessanta e la prima metà dei settanta saprà di cosa parlo: infiltrati, provocatori, soidisant “anarchici di destra”…la fauna era quella.  Evidentemente Preve riteneva quella fase storica superata, sbagliando a mio avviso.

In quanto esponente di “Iraq Libero” e del “Campo antimperialista”, cosa pensa della guerra in Iraq? Come giudica il ruolo dei movimenti occidentali (pacifisti, No-global…) che si oppongono al “nuovo ordine mondiale” imposto con le armi?

“Intanto voglio precisare che considero ‘Iraq Libero’ un esempio di solidarietà antimperialista, ma non un’esperienza organizzativa o un tentativo di costituire un nuovo partito comunista.

La guerra contro l’Iraq del 2003 è la quarta guerra dopo la fine del bipolarismo; anche questa, come la prima del ’91, la guerra contro la Yugoslavia e quella in Afghanistan è stata resa possibile dalla fine del vecchio ordine bipolare Usa-Urss. Il vecchio ordine non aveva certo impedito le guerre (Corea, Vietnam…), ma sempre dentro ad un preciso confronto ideologico oltre che geopolitico. Per questo ero favorevole all’Urss (anche se con Marx non c’entrava niente), per il ruolo che svolgeva sul piano geopolitico.

La resistenza del popolo iracheno sta impedendo la 5° guerra del nuovo ordine mondiale (un riferimento all’Iran ndr). Considero quindi insufficienti le posizioni dei vari pacifisti, cossuttiani, bertinottiani, No-global…A mio avviso bisogna riconoscere che la lotta del popolo iracheno è legittima e storicamente positiva, proprio perché finora ha impedito agli Usa di intraprendere nuove guerre”.

Le elezioni palestinesi nel 2006, la vittoria di Hamas, gli scontri tra fazioni palestinesi… hanno rimesso in discussione l’ipotesi di uno “stato palestinese”. La ritiene ancora plausibile o si profila la nascita di un sistema di “bantustans”, analoghi a quelli dell’apartheid sudafricano?

“Resto del parere che Israele intenda espellere il popolo palestinese dai territori occupati, trasformando la Giordania in Palestina.

Ma questo è il ‘programma massimo’, al momento non realizzabile per ragioni sia internazionali che demografiche. E’ un progetto che riguarda tutti gli schieramenti israeliani, sia i laburisti che il Likud, con l’eccezione di alcuni gruppi pacifisti minoritari.

Quindi la strategia alternativa è quella di fare i bantustans con i Palestinesi che vivono di lavoro nero (in Israele) per poi svuotarli gradualmente con pressioni di carattere economico. Non mi sembra che questo governo intenda realizzare la ‘Road map’ per ritornare alla situazione del 1967, altrimenti l’avrebbe già fatto con Abu Mazen. Quello previsto per i Palestinesi è il 30-40% della vecchia West Bank (di prima del ’67), ossia il 15% di quella che era originariamente la Palestina. E con i muri che rosicchiano altro territorio”.

A questo punto qualcuno potrebbe fare l’equazione antisionismo uguale antisemitismo…

“Considero l’antisemitismo un fenomeno volgare, barbarico, tribale…E’ talmente ovvio che mi sembra quasi vergognoso doverlo dire.

Tornando alla domanda, avevo giudicato positivamente la vittoria di Hamas. Si tratta di un movimento socialmente sano in cui il fondamentalismo religioso è un aspetto del tutto secondario rispetto a quello popolare. Hamas rappresenta il rifiuto del popolo palestinese di farsi cancellare.

Inoltre porta avanti un modello solidaristico, non individualistico. Poco importa se questo modello scaturisce da una matrice religiosa e non laica”.

Pensando alla sua collaborazione con i comunitaristi e con la rivista “Eurasia”, qualche considerazione sull’ipotesi di un’Europa unita (da Dublino a Vladivostok…) in alternativa agli Usa. Non c’è il rischio di alimentare un imperialismo europeo?

“Ho collaborato con la rivista, ‘Eurasia’, che viene infangata come ‘di estrema destra’. In effetti è stata fondata da alcuni intellettuali di destra (come Claudio Mutti), ma io vi scrivo perché considero molto importante definire una geopolitica europea non subalterna agli Usa. Naturalmente vorremmo un’Europa federale e democratica che lasciasse spazio ai piccoli popoli (baschi, bretoni, catalani…) e non un imperialismo europeo. Ma non vorrei che la paura dell’eventualità di essere imperialisti ci paralizzasse al punto tale di non volere nemmeno un’Europa indipendente. Oscillanti tra due mali, come l’asino di Buridano, rischiamo di non scegliere. In Europa gli imperialisti attualmente sono filoamericani; tutte le forze economiche, politiche, ideologiche che sostengono la globalizzazione sono filoamericane. Al momento attuale il problema di una eventuale Europa non filoamericana ma imperialista è astrattamente possibile, ma concretamente improbabile”.

Quale Paese rappresenterebbe maggiormente la volontà di indipendenza europea?

“Sicuramente la Francia. E’ quasi l’unico paese europeo con un minimo di dignità nazionale (anche se in maniera talvolta incerta, contorta), indipendente dagli Usa sul piano culturale e spirituale. Pensiamo alla posizione di Chirac nel 2003, al momento della guerra contro l’Iraq.

In seguito (per esempio sulla questione della Siria e del Libano) anche la Francia si è allineata con gli Usa, confermando che talvolta i francesi non osano essere all’altezza di quello che vorrebbero fare.

L’altro Paese europeo che giudico relativamente indipendente è la Grecia ma è piccola, marginale e conta poco”.

Cambiamo argomento. Lei è un profondo conoscitore del marxismo e di altre “visioni del mondo” legate alla lotta di classe. Una sua opinione sull’anarchismo?

“Il mio giudizio filosofico sull’anarchismo è sostanzialmente molto positivo. Esprime una tendenza umana all’autogoverno, all’autogestione al di fuori degli apparati di stato. Personalmente non sono anarchico perché mi accontenterei di uno stato autenticamente democratico. Ritengo che il potere sia sempre un male, ma talvolta è un “male necessario”, come le medicine. Spesso fanno anche male, ma talvolta sono necessarie per sopravvivere. Non credo ad uno stato completamente senza legge, alla possibilità umana di autogestirsi integralmente, al di fuori di un apparato normativo. Non condivido quindi l’utopia anarchica, ma l’anarchismo rimane ovviamente una delle utopie migliori. La definirei un’idea regolativa, nel senso kantiano”.

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