sabato
23 giugno 2018

08:22

LIBRI CONSIGLIATI #379

2 minuti all’Apocalisse. Guerra nucleare & catastrofe ambientale
Noam Chomsky, Laray Polk
€ 16,50
Traduzione di: E. Cantoni
2018, 164 p., brossura
Piemme

Mentre una guerra nucleare richiede azione, per la catastrofe ambientale è sufficiente una volenterosa inazione.

«Probabilmente il più importante intellettuale vivente» – The New York Times

“Distruggere l’ambiente equivale a una condanna a morte per l’umanità. Ma la cosa peggiore è che queste pratiche distruttive vengono portate avanti con leggerezza, nella convinzione che il problema non sussista. Se un paese con il potere degli Stati Uniti avalla queste strategie politiche, le probabilità di sopravvivenza della specie umana sono ridotte al minimo. Un’argomentazione simile, per certi versi, a quella usata per le armi nucleari. Se un alieno ci stesse guardando da Marte, sarebbe allibito davanti a ciò che sta accadendo sulla Terra.”

È stato dopo Hiroshima e Nagasaki che un gruppo di scienziati ha creato l’Orologio dell’apocalisse, per sensibilizzare tutti su quanto gli esseri umani si possano avvicinare alla fine stessa del mondo, creando condizioni e situazioni scientificamente determinate. Solo una volta nel secondo dopoguerra, nel 1953, quando USA e URSS fecero detonare le bombe all’idrogeno, le lancette si sono avvicinate così tanto alla mezzanotte, l’ora fatale. Prima di adesso. Con la lungimiranza e l’acume che lo contraddistinguono, Noam Chomsky, il più importante intellettuale vivente secondo il New York Times , affronta senza mezzi termini i due pericoli che minacciano l’esistenza dell’umanità: il cambiamento climatico e la guerra nucleare. Due pericoli concretissimi, tanto incombenti quanto trascurati e peggio ancora mistificati, e che si sono fatti ancor più pressanti e solidi dopo le ultime elezioni americane, dal momento che la nuova presidenza Trump nega addirittura le incontrovertibili risultanze del cambiamento ambientale. Interventi devastanti come il fracking o la trivellazione dei fondali marini, il disboscamento selvaggio, la conversione di terreni agricoli alla produzione di biocarburanti, stanno accelerando enormemente la folle corsa verso il baratro. A essi si aggiunge l’escalation nucleare, con la differenza, sostiene Chomsky, che mentre una guerra nucleare richiede azione, per la catastrofe ambientale è sufficiente una volenterosa inazione, una silenziosa indifferenza ai molteplici segnali di allarme che la Terra ci manda. Una riflessione puntualissima e documentata, accorata e drammaticamente illuminante, che tuttavia non manca di soffermarsi sugli spiragli di speranza che ancora restano per riportare indietro le lancette.

Abbasso i tolleranti. Manuale di resistenza allo sfascismo
Claudio Cerasa
€ 18,00
2018, 257 p., brossura
Rizzoli (Maxima moralia)

Un libro innovativo che celebra azioni impopolari e ormai provocatorie, per resistere alla dittatura del politicamente corretto e alla democrazia dei creduloni.

In nome della tolleranza, abbiamo il diritto e il dovere di non tollerare gli intolleranti.

La tolleranza è uno dei pilastri della vita civile ed è condizione necessaria della libertà, ma proprio per questo deve avere un limite: non è giusto, ed è molto pericoloso, essere tolleranti con coloro che vogliono privarci delle nostre libertà. Il rispetto delle credenze altrui non deve spingerci a rinnegare le nostre convinzioni. La consapevolezza dei problemi che l’Italia e il mondo devono affrontare non può indurci a essere catastrofisti, ma deve costringerci a combattere ogni giorno contro i professionisti della lagna. In questo pamphlet dissacrante e ottimista, Claudio Cerasa ci fornisce una carrellata di utili argomenti di discussione tratti dalla cronaca e dal dibattito politico-culturale, e prende di mira i pessimisti a oltranza, i protezionisti corporativi, i duri e puri per i quali tutto è bianco o nero (e non tengono conto della frase di Norman Mailer: «I fatti, signore, non sono niente senza le loro sfumature»), i rancorosi, i nostalgici del buon tempo andato che negano l’evidenza (oggi si vive meglio che in qualunque epoca passata), gli incompetenti orgogliosi di esserlo, i teorici della cospirazione, i nemici della scienza, la classe dirigente che si trasforma in classe digerente, gli ingenui (o i troppo furbi) per i quali ciò che è virale conta più di ciò che è reale e un algoritmo conta più della democrazia. Per resistere alla dittatura del politicamente corretto e alla democrazia dei creduloni, Cerasa scrive un libro innovativo che celebra azioni impopolari e ormai provocatorie: la rivoluzione del buonsenso e la necessaria ribellione contro i professionisti dello sfascio.

Paura della libertà
Carlo Levi
€ 15,00
2018, 154 p., brossura
Neri Pozza (Collana: La quarta prosa)

A partire dalla libertà dischiusa da questo percorso allucinato e quasi profetico che le opere successive di Levi, da Cristo si è fermato a Eboli a L’orologio acquistano il loro vero senso.

«Da questo libro raro nella nostra letteratura deve cominciare ogni discorso su Levi.» – Italo Calvino

«La paura della libertà è il sentimento che ha generato il fascismo. Per chi ha l’animo di un servo, la sola pace, la sola felicità è nell’avere un padrone e nulla è più faticoso e veramente spaventoso dell’esercizio della libertà.» – Carlo Levi

Sulla spiaggia di Le Baule, mentre le divisioni corazzate tedesche corrono le pianure della Polonia e si preparano a invadere la Francia, l’autore trentasettenne cerca di fissare lo sguardo sulla crisi della cultura europea e di interrogare le ragioni che hanno condotto un’intera civiltà al suo esito catastrofico. Con una scrittura insieme fresca e ambiziosa, Levi sottopone a una critica implacabile la religione (che trasforma il sacro in sacrificio), lo Stato (l’idolo sociale per eccellenza, da cui la politica occidentale in tutte le sue forme non riesce a liberarsi), la guerra, il sangue, la massa, l’amore e l’arte. Ed è solo a partire dalla libertà dischiusa da questo percorso allucinato e quasi profetico che le opere successive di Levi, da Cristo si è fermato a Eboli a L’orologio acquistano il loro vero senso, che è quello di una testimonianza che non riguarda il passato, ma il nostro presente.

Dieci giorni in manicomio
Nellie Bly
Traduzione di: B. Gambaccini
€ 7,50
2017, 127 p., brossura
Edizioni Clandestine (Collana: Highlander)

Nel 1887, la reporter Nellie Bly, fingendosi una rifugiata afflitta da paranoia, si fece rinchiudere nel manicomio dell’isola Blackwell, allo scopo di scoprire le condizioni di vita delle donne ricoverate. “Battevo i denti e tremavo, il corpo livido per il freddo che attanagliava le mie membra. All’improvviso, tre secchi di acqua gelida mi furono versati sulla testa, tanto che ne ebbi gli occhi, la bocca e le narici invase. Quando, scossa da tremiti incontrollabili, pensavo che sarei affogata, mi trascinarono fuori dalla vasca. Fu in quel momento che mi sentii realmente prossima alla follia”. Nel suo reportage, Nellie Bly racconta i soprusi e le violenze che le pazienti subivano per opera di crudeli infermiere e medici poco capaci.

La canzone del ritorno
David Trueba
€ 18,00
Traduzione di: P. Cacucci
2018, 366 p., brossura
Feltrinelli (Collana: I narratori)

Torna l’autore di Quattro amici con un romanzo che ha dominato la stagione letteraria spagnola nel 2017.

“La strada era una linea retta e grigia all’infinito che tagliava i campi se entrambi i lati. Campi che offrivano una tavolozza di colori con tutte le sfumature di giallo e ocra. Quel paesaggio acquistava una familiarità che associavo ai viaggi con mio padre.”

Un lungo viaggio nel cuore arcaico della Spagna, a bordo di un singolare veicolo: un carro funebre. Dani Mosca sta portando le spoglie del padre nel paesino dove era nato e cresciuto, e da cui partì per guadagnarsi da vivere. In una situazione che alterna malinconia a ilarità – l’invadente e logorroico autista ecuadoregno, lo squinternato comitato di ricevimento locale -, Dani ripensa a tutta la sua vita: il mestiere di cantautore e i primi tempi con il gruppo rock che non si faceva mancare gli eccessi di droghe e sesso, il vuoto lasciato da un’amicizia perduta tragicamente, il rapporto conflittuale con un padre pragmatico e autoritario, il grande amore della sua vita e il matrimonio ormai finito, con due figli che adora e l’ex moglie divenuta un’amica su cui poter contare. Al termine del viaggio, le radici ritrovate gli confermano che, comunque, la vita è altrove.

L’uomo dei boschi
Pierric Bailly
Traduzione di: T. Gurrieri
€ 15,00
2018, 118 p., brossura
Edizioni Clichy (Collana: Gare du Nord)

“Mi capita di pensare a questa storia come a una specie di giallo, un poliziesco senza altro colpevole che la natura, la campagna, i boschi del Jura. Ma cerco soprattutto di crederci. cerco di accettare che sia veramente successo, che non ho sognato quella settimana folle e drammatica, che malgrado il tenore romanzesco degli eventi, questi non appartengono al campo della finzione letteraria, ma proprio a quello della realtà.”

«L’uomo dei boschi rientra in quella narrativa di verità e di potenza sempre più rara. È una storia esistita di un padre e di un figlio. Ma è anche una rincorsa narrativa e sentimentale che non dà tregua al lettore. Carrère? Anche. Ma anche l’emozione di un legame familiare oltre l’intimità.» – Marco Missiroli

Un romanzo sulla morte. Uno dei più lucidi e indimenticabili romanzi sulla morte. Su chi resta, dopo la morte. Su cosa resta, dopo la morte. Su come si può convivere con l’idea della morte. Un romanzo su un figlio e su un padre, sui loro silenzi e il loro muto e incontenibile amore. E anche un romanzo sulla natura, sull’umidità, sulle rocce, il muschio, le felci, gli alberi, i camosci, l’acqua che a volte è violenta e può uccidere, gli insetti e le larve che divorano i cadaveri da dentro, trasformandoli in terra di nuovo. Un romanzo sul cadere e sulla voglia e il bisogno di ripartire. Un romanzo che è anche un’evocazione della montagna e della lentezza contro la veloce spietatezza del nostro tempo che ci allontana gli uni dagli altri. E ancora la storia di un tentativo di emancipazione, di un destino modesto, eppure anche integro e singolarissimo. Il ritratto di una generazione che sceglieva Leo Ferré per accompagnare un funerale, nella quale trovavano posto e dignità le persone pronte a lottare per la giustizia e l’eguaglianza, anche tra chi viveva a contatto ogni giorno con la terra e la sua cieca ferocia. L’uomo dei boschi è un libro che rimarrà a lungo nella testa e nel cuore di chi lo ha letto.

La libreria della Rue Charras
Kaouther Adimi
Traduzione di: Bononi Francesca
€ 16,00
2018, 200 p., brossura
L’orma (Collana: Kreuzville)

Mescolando passato e presente, realtà e invenzione, Storia e intima quotidianità, Kaouther Adimi ci conduce con finezza e semplicità per le viuzze di una città immaginifica.

Algeri, oggi. Ryad, svogliato ventenne, studente universitario a Parigi, ha un compito ingrato davanti a sé: svuotare e chiudere la libreria Les Vraies Richesses. Questo polveroso negozio di quattro metri per sette, stipato di volumi ingialliti, foto sbiadite, quadri e mille altri cimeli editoriali, nasconde la storia di un’eccezionale avventura umana e letteraria, custodita dal suo ultimo testimone, il misterioso Abdallah. Algeri, 1936. Edmond Charlot, ventenne entusiasta, dopo un viaggio a Parigi rientra in patria con una grande idea in testa: fondare una libreria-casa editrice che pubblichi scrittori di entrambe le sponde del Mediterraneo, senza distinzioni di lingua, nazionalità o religione. Sostenuto da una comunità di ingegni e di affetti, apre al 2 bis della rue Charras un luogo ibrido e accogliente che presto diviene sede delle mitiche Éditions Charlot, frequentate da aspiranti scrittori come da figure del calibro di Antoine de Saint-Exupéry e André Gide. Da quella appassionata stanzetta, intitolata alle «vere ricchezze» della vita, escono le prime edizioni di testi memorabili, tra cui l’esordio di un giovane di genio: Albert Camus. Mescolando passato e presente, realtà e invenzione, Storia e intima quotidianità, Kaouther Adimi ci conduce con finezza e semplicità per le viuzze di una città immaginifica e dà vita al romanzo di un traghettatore di libri e di idee che fu, magari senza saperlo, il segreto artefice di molta della migliore letteratura del Novecento.

Bakhita
Véronique Olmi
€ 19,50
2018, 372 p., rilegato
Piemme (Collana: Storica)

Un romanzo emozionante che racconta con straordinaria potenza la storia vera di Bakhita, schiava sudanese liberata nel 1889 in Italia, dove divenne suora, per essere beatificata e poi santificata nel 2000 da Papa Giovanni Paolo II.

«Bakhita, la schiava salvata dagli italiani: la sua storia ora è un bestseller. » Corriere della Sera « Uno dei libri più belli della rentrée letteraria dell’ultimo anno» Le Figaro

Le hanno chiesto spesso di raccontare la sua vita, e lei l’ha raccontata più e più volte, dall’inizio. Quello a cui erano interessati era proprio l’inizio, atroce. Nella sua lingua che è un miscuglio di lingue, lei gliel’ha raccontato, ed è così che le è tornata la memoria. Storia meravigliosa. È il titolo della piccola monografia sulla sua vita. Lei non l’ha mai letta. La sua vita, a loro raccontata. Ne è stata orgogliosa e se n’è vergognata. Ha temuto le reazioni ed è stata felice che la si amasse in virtù di quella storia, con le cose che ha avuto il coraggio di dire e quelle che ha taciuto, che gli altri non avrebbero voluto sentire, che non avrebbero capito. Una storia meravigliosa. Per questo racconto la memoria le è tornata, ma il suo nome, no, non l’ha mai ritrovato. Non ha mai saputo come si chiamava. Ma non è questo l’essenziale. Perché chi era da bambina, quando portava il nome che le aveva dato suo padre, non l’ha dimenticato. Serba ancora in sé, come un tributo all’infanzia, la bambina che è stata. Quella bambina che sarebbe dovuta morire in schiavitù è sopravvissuta, quella bambina era e continua a essere quel che nessuno è mai riuscito a portarle via. Dalla Francia arriva il caso editoriale e letterario dell’anno: vincitore del Prix du Roman Fnac e finalista ai principali premi francesi, in cima alle classifiche da più di un anno e in corso di traduzione in tutta Europa, un romanzo emozionante che racconta con straordinaria potenza la storia vera di Bakhita, schiava sudanese liberata nel 1889 in Italia, dove divenne suora, per essere beatificata e poi santificata nel 2000 da Papa Giovanni Paolo II.

Siamo tutti greci
Giuseppe Zanetto
€ 13,00
2018, 160 p., brossura
Feltrinelli (Collana: Feltrinelli Kids. Saggistica narrata)
Età di lettura: Da 12 anni

Siamo tutti greci, noi occidentali: guardare alla Grecia significa guardare dentro di noi.

Siamo tutti d’accordo (almeno a parole) sul fatto che la Grecia antica sia la “madre” della civiltà occidentale; «le nostre radici sono greche» si dice comunemente. Ma che cosa significano, esattamente, queste metafore? In che senso, e in che modo, la Grecia di Pericle e di Alessandro Magno ci è “madre”? Chi tenta di rispondere a questa domanda perlopiù si rifugia in luoghi comuni: le nostre Olimpiadi sono ispirate alle Olimpiadi greche, la nostra democrazia è modellata sulla democrazia ateniese, il nostro vocabolario (quello della medicina, per esempio) è zeppo di parole greche. Ma ci si può accontentare di queste osservazioni? Certamente no. Lo stile di vita dei Greci era diverso dal nostro, e radicalmente diverso era il loro modo di “costruire” il mondo. E tuttavia non possiamo capire nulla di noi, se non ci confrontiamo con i Greci. Gli ingredienti di cui è fatta la nostra identità sono quelli che la Grecia ha prodotto ed elaborato. Questo libro è articolato in sette capitoli, in ognuno si sviluppa un tema dell’antica Grecia direttamente collegato ai nostri giorni (maschilismo e femminismo, la scoperta del corpo, novità dall’archeologia, gli dèi falsi e bugiardi, politica e antipolitica, amministrare la casa, governare la città, siamo tutti greci); si comprende così che il nostro modo di percepire e affrontare i problemi ricalca i processi mentali, i percorsi immaginari e le categorie di giudizio messe a punto dalla mente greca. Età di lettura: da 12 anni.

Duncan Edwards, il più grande
James Leighton
Traduzione di: Wu Ming 4
€ 20,00
2018, 299 p., ill., brossura
66th and 2nd (Collana: Vite inattese)

Duncan Edwards, il più grande, tradotto da Federico Guglielmi, alias Wu Ming 4, autore anche di una prefazione inedita, è un viaggio alla scoperta di un football che ormai non c’è più.

Duncan Edwards è stato la meteora più luminosa del calcio europeo degli anni Cinquanta, antesignano del geniale George Best. Figlio del Black Country, cresciuto tra la classe operaia di Dudley, dotato di una tecnica sopraffina e di un fisico portentoso, Edwards entrò giovanissimo nelle file del Manchester United. Eccellente in difesa, nella costruzione del gioco e in attacco, era il talismano dei Busby Babes, i ragazzini delle giovanili che il leggendario allenatore Matt Busby aveva traghettato in prima squadra. Esordì con la maglia dell’Inghilterra a diciott’anni, un record che avrebbe resistito fino al debutto di Michael Owen, quarant’anni dopo. Con lo United vinse due campionati consecutivi e raggiunse le semifinali della neonata Coppa dei Campioni. Nel febbraio 1958, però, di ritorno da una partita di coppa contro la Stella Rossa di Belgrado, fu coinvolto nel disastro aereo di Monaco di Baviera – la Superga del calcio inglese. Edwards sopravvisse allo schianto ma morì quindici giorni dopo a causa delle ferite riportate: aveva ventun anni. Di lì a pochi mesi avrebbe dovuto sfidare il diciassettenne Pelé ai mondiali di Svezia.

*descrizioni a cura delle rispettive case editrici.

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