lunedì
12 novembre 2018

19:00

Storia di Alex

di Gianni Sartori

L’ultima volta che avevo incontrato Alex Langer eravamo a Campogrosso, presso il Rifugio Giuriolo.

Ammirando le vette del Fumante, del Carega, del Sengio Alto avevamo parlato a lungo sia della tragedia bosniaca che dell’auspicabile istituzione di un Parco delle Piccole Dolomiti. Dato che quel giorno avevo con me tre cani (prelevati qualche anno prima dall’allora canile municipale di Borgo Casale due giorni prima dell’esecuzione), avevamo discusso anche dei diritti degli animali, del rispetto per le sofferenze di ogni essere vivente e Alex aveva confermato una sua spiccata sensibilità animalista. 

Non mi era quindi sembrato irriverente dare il suo nome a un vitellino strappato alla morte certa qualche mese dopo la tragica fine del militante ambientalista.

Tutto era cominciato durante l’estate del 1995, mentre trascorrevo vari periodi in una specie di baita in Alpago (BL), convivendo praticamente con un vitellino nato in maggio. Eravamo separati solo da un sottile muro; oltre ai frequenti e lamentosi muggiti, sentivo ogni suo sbuffo e movimento (o forse dovrei dire: tentativo di movimento, dato che era bloccato da una cortissima catena e non poteva nemmeno sdraiarsi). Il mio vicino a quattro zampe era l’unico abitante di una serie di stalle e fienili rimasti vuoti posti ai margini di una contrada. Cavalli e mucche, compresa la madre del vitellino, erano stati trasportati in malga, per l’alpeggio. Dopo essere stato bruscamente separato dalla mamma che lo stava ancora allattando, il piccolo veniva allevato artificialmente; sempre chiuso, in modo che lontano dalla luce “producesse” carne più bianca per la gioia dei palati buongustai. Per ottenere la famosa carne bianca viene adottata una dieta priva di ferro così da rendere i vitelli anemici.

Tentativi di comunicazione

Ogni volta che mi sentiva passare il vitello muggiva; avevo l’impressione che chiamasse, che cercasse di comunicare in quella sua solitudine. Se entravo nella stalla (dove mettevo al coperto la moto quando pioveva) e mi avvicinavo si calmava, si appoggiava con la testa al mio fianco e mi leccava la mano con la sua lingua ruvida. Così ogni giorno fino a stringere una sorta di amicizia. Probabilmente, dopo che gli era stata tolta la madre, non aveva altro. Per lui lo stare al mondo era solo dolore buio, solitudine e silenzio. A conclusione di questo calvario, ai primi di dicembre 1995 avrebbe dovuto venire ucciso. Ricordo bene quello che doveva essere il nostro ultimo incontro. Ero entrato nella stalla con lo zaino già in spalla (proprio per non fermarmi troppo e commuovermi pensando al suo infame destino) e avevo già portato fuori la moto quando Alex ha cominciato a muggire in modo straziante. Ho dovuto rientrare, carezzarlo sulla testa… e a questo punto ho preso la decisione di fare qualcosa per tirarlo fuori da lì. Me lo immaginavo trascinato verso quella che definisco una esecuzione, mentre lanciava muggiti disperati. Magari, pensavo, in quei momenti si sarebbe ricordato di me; al dolore per la morte si sarebbe aggiunto quello dell’abbandono, del tradimento di un’amicizia.

Cosa ne sappiamo noi in realtà di quello che provano i tanto disprezzati animali?

Tra l’altro all’epoca, pur essendo vegetariano da tempo, non mi consideravo e non mi definivo animalista, tantomeno antispecista. Poi le cose andarono avanti.

Sono convinto che in qualche recesso della mia mente, più o meno consapevolmente, agisse anche un altro meccanismo e voglio accennarne anche se qualcuno potrà giudicarlo ingenuo o retorico. In tanti anni di militanza (sia pur modesta) a favore di svariate “cause perse”, ho vissuto molte volte il senso di frustrazione per gli inutili tentativi di salvare qualche prigioniero politico condannato a morte dai regimi di varia natura, il dolore incolmabile per la morte di qualche fratello-compagno vittima della repressione fucilato impiccato o «garrotato». Da Juan Paredes Manot (el «Txiki») a Puig Antich, da Bobby Sands a Benjamin Moloise, da Patsy O’Hara a Franco Serantini, da Jan Palach a Sevillano Martino. Manifestazioni, appelli, volantini e poi quelle interminabili, inutili attese (talvolta per tutta la notte, in genere i boia fucilano o impiccano nelle prime ore del mattino), sperando invano che dai primi notiziari arrivasse una smentita, che l’esecuzione fosse stata rinviata o che le richieste fossero state accolte, lo sciopero della fame sospeso. Ma stavolta, mi rendevo conto, potevo salvare una vita, la vita di una povera creatura innocente, ingiustamente condannata a morte. Chissà? Forse nel mio piccolo anch’io ho voluto dire Ya Basta! («Ora Basta!», il primo comunicato degli insorti zapatisti del Chiapas, gennaio 1994), “mettere un confine alla morte”, spezzare per il tempo di un attimo l’implacabile catena del dolore che avvolge inesorabilmente i viventi. A questo punto la decisione era presa, ma cominciavano i problemi: recuperare i soldi necessari, convincere il proprietario a vendere, trovare qualcuno disposto ad ospitare il vitello. Non ultimo: portare la cosa fino in fondo sfidando il senso del ridicolo, le idee conformiste consolidate, le inevitabili battute dei benpensanti, i luoghi comuni… ma almeno a questo avevo fatto il callo. Per il trasporto ci venne messa a disposizione una Volvo provvista di gancio, normalmente utilizzata per le barche ma in grado di trascinare anche uno di quei trailer che si usano per trasportare i cavalli. Rimaneva sempre il grosso problema dell’alloggio.

Una lettera al Manifesto

Ad un certo punto, dopo aver consultato le associazioni animaliste e i gruppi vegetariani di mezza Italia, ero veramente disperato. Per fortuna, grazie ad un appello pubblicato da il Manifesto e dopo una mia partecipazione al Costanzo show (dove, invitato, andai obtorto colloe sospinto dalla necessità di trovargli alloggio), il vitellino venne accolto nel Mugello presso la signora Ebe Dalle Fabbriche, esponente del movimento Una (Uomo/Natura/Animali).

Da allora Alex condivise la stalla (una entrata era sempre aperta) con un caprone sfuggito da piccolo alle stragi pasquali. Poteva circolare liberamente per un pascolo in collina, tra gli alberi. In seguito lo raggiunse un altro vitello, Braccio di Ferro (in memoria di un cavallo del Palio “giustiziato” dopo un incidente), con una storia simile alla sua.

A portarlo un cantautore noto ai miei tempi: Ricky Gianco.

Soprattutto Alex non conobbe più catene e non finì mai sulla tavola di qualche commensale. Aveva già sofferto abbastanza. Ne avevo avuto ulteriore conferma quando, con Elena Barbieri, all’epoca responsabile vicentina di Legambiente e Andrea (compagno camionista che fino a qualche mese prima trasportava viveri e medicinali nella Selva Lacandona) a prelevarlo. Da maggio a novembre non si era mai mosso dalla catena e non aveva mai visto la luce del sole. Quando l’abbiamo liberato Alex si muoveva in maniera incerta, non ci vedeva ed era molto spaventato. Però quando sentiva la mia voce mi riconosceva e si avvicinava. In quel primo giorno di libertà conobbe simultaneamente l’erba, il vento, il calore del sole e perfino, verso sera, un accenno di nevicata novembrina. Ricordo con particolare tenerezza il momento della nostra partenza: mi rincorse per tutto il prato. Ma il nostro non era un addio. Nei 15 anni successivi, tutte le volte che ci fu possibile, lo andammo a trovare. E sempre, anche quando divenne un toro immenso, ci riconosceva e ci veniva incontro.

All’epoca il movimento Una, la cui sede si trova a San Piero a Sieve (Firenze), nel Mugello, raggruppava ventisette associazioni protezioniste e animaliste italiane e, come ci spiegò la sua fondatrice, «da molti anni indirizza i suoi sforzi a difesa dei più deboli, a qualunque specie appartengano». “Ad una società sempre più ingiusta e violenta” continuava Ebe, rigorosamente vegetariana “il nostro movimento vuole contrapporre un messaggio operativo di solidarietà e giustizia”.

Per anni Ebe dalle Fabbriche ha prestato quotidianamente la propria voce a chi non ce l’ha, come appunto gli animali “vittime di sfruttamento, crudeltà, prevaricazione”. Non erano soltanto belle parole. Chiunque abbia avuto modo di conoscerla ha potuto constatare come questa signora abbia realmente messo in pratica i suoi principi.

Il problema rimane

A quel punto restavano solo i debiti da saldare (circa due milioni e mezzo di lire, un prezzo, diciamo così, esorbitante), ma alla fine ci riuscimmo.

Naturalmente il temporaneo lieto fine di quella vicenda non ci deve far dimenticare che ogni anno in Italia vengono allevati e macellati milioni di animali per accontentare il sempre maggiore consumo di carne della popolazione. All’epoca verificai che in venti anni tale consumo era quasi raddoppiato, passando da 50 kg. annui pro capite (anni settanta) a 85 Kg. (anni novanta) con ripercussioni non certo positive sulla salute dell’uomo. Visti anche i metodi di allevamento: diete prive di ferro, somministrazioni di farmaci, immobilità assoluta….

Per esempio si calcola che in Italia vengano uccisi circa 5,5 milioni di agnellini ogni anno, soprattutto nelle ricorrenze pasquali. La maggior parte degli animali da macello viene allevata in piccoli spazi per un maggiore utile economico: l’alta mortalità è ampiamente compensata dal maggior numero di animali stabulati. La capienza dei box è misurata in relazione allo spazio di ingombro dell’animale e non allo spazio necessario al suo movimento. Vengono praticamente accatastati gli uni sugli altri senza possibilità di voltarsi, pulirsi, stendere gli arti, riposare comodamente. Inoltre animali vengono indotte forzature produttive con gravi alterazioni dei ritmi biologici. E’ poi in uso la pratica di castrare gran parte degli animali che devono servire all’alimentazione perché raggiungano pesi e volumi maggiori: così a milioni di bovini, ovini, suini, cavalli, galletti ecc… vengono strappati i testicoli senza anestesia. Per risolvere il problema del cannibalismo, inesistente in natura e causato dal sovraffollamento, spesso ai polli viene tagliato il becco (che ha una sensibilità paragonabile ai nostri denti), ai suini la coda. Anche queste operazioni avvengono senza anestesia. Ed il prossimo futuro ci riserva ulteriori aberrazioni a scopo di profitto. Sto parlando dei cosiddetti animali transgenici, ottenuti con l’introduzione di materiale genetico estraneo (si parlava anche di suini con geni della crescita umana), degli «animali mosaico», frutto della fusione di più embrioni anche di specie diverse (ad esempio la caprecora) oppure degli animali prodotti in scala attraverso il taglio chirurgico degli embrioni. Molto spesso durante il trasporto vengono stipati nei convogli o in casse per giorni, al freddo o al caldo più soffocante, senza cibo né acqua. Diversi animali si feriscono o addirittura muoiono in queste condizioni. Nella fase di carico e scarico molti suini per lo stress muoiono di infarto, i vitelli non avendo mai camminato (era il caso di Alex) vengono trascinati a forza, bastonati e spinti nel tunnel della morte del mattatoio con scariche elettriche erogate da speciali apparecchi. Anche la macellazione è tutt’altro che indolore. Gran parte delle sofferenze inflitte nei mattatoi sono una conseguenza del ritmo frenetico in cui deve operare la catena delle uccisioni.

La storia di Alex in cui molta gente di ogni parte d’Italia si era identificata (all’epoca ho ricevuto decine di lettere e telefonate), ha rappresentato un momento di visibilità per quel mondo di sofferenza sommerso e nascosto. Come scriveva Roberto Marchesini nel suo libro Oltre il Muro: «L’animale domestico è una vittima dell’uomo già al momento della nascita perché ha scritto nei cromosomi il suo destino di cattività. Occorre pertanto riportare all’uomo la responsabilità di quello che ha fatto.»

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