domenica
19 maggio 2019

04:45

Perché conoscere la Storia serve a molto

di Paolo Facco

Alla fine il Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, in un’intervista a La Repubblica ha rassicurato la senatrice Liliana Segre affermando che, fra le tracce di italiano di quest’anno, quella relativa alla storia ci sarà, così come era presente nella simulazione della prima prova scritta di italiano, sostenuta da studenti e studentesse, il 19 febbraio. “… il Ministero che ho l’onore di guidare non ha alcuna intenzione di penalizzare una disciplina come la storia, fondamentale per la crescita di cittadini responsabili e consapevoli”, ha dichiarato Bussetti, il quale ha poi aggiunto che “storia potrà anche essere proposta in modo trasversale, in più tracce”.

Aveva ragione Liliana Segre a protestare per l’iniziale decisione del Ministero dell’Istruzione di togliere la traccia di storia dal tema di maturità, solo perché veniva scelta da meno del 3% degli studenti. Il problema in questo caso non è tanto la traccia in sé, ma l’insegnamento. La storia, come molte altre materie, specialmente quelle umanistiche, vengono viste dagli studenti come una parte noiosa della scuola, quella che bisogna imparare a memoria, ma per avere cosa? È ancora forte la convinzione nel corpo studentesco che le materie umanistiche non siano utili a garantirsi un futuro e infatti le facoltà tecnico-scientifiche-economiche-giuridiche vanno sempre per la maggiore.

Eppure Liliana Segre aveva la ragione dalla sua parte perché, come ha affermato, “sono una voce che grida nel deserto dei morti. E cosa succederà quando non ci saremo più? La storia è sempre manipolabile. E, dopo che verranno meno gli ultimi sopravvissuti, la Shoah diventerà una riga nei libri di storia. E più tardi ancora, non ci sarà neppure quella”.

Infatti, quando non ci saranno più certi testimoni oculari allora dovranno pensarci i giovani di adesso a portare avanti il ricordo e la memoria e potranno farlo solo ascoltando chi ha vissuto quegli eventi e studiando la storia. La parola “studio” peraltro fa paura o richiama la noia, eppure c’è chi si appassiona alla storia, anche con semplici letture e visite di luoghi ricchi di particolarità storiche. Per questo è importante incentivare il turismo storico. Inoltre sarebbe utile, per diffondere la cultura storica, richiedere agli storici di fare la loro parte, raccontando la storia in maniera più interessante, con un linguaggio che sia vicino anche ai profani in materia, così come hanno fatto diversi autori, fra cui Yuval Noah Harari e Corrado Augias.

Naturalmente, affinché i giovani abbiamo una memoria storica, occorre che la storia sia mantenuta nei programmi di studi, ma non basta. I programmi di storia devono essere aggiornati, così come devono esserlo i metodi di insegnamento, in modo da renderla una materia stimolante. “Facile a dirsi”, direbbe qualcuno, “ma come fare?”. In realtà è più semplice di quello che si potrebbe credere. Infatti, se è vero che la storia deve essere conosciuta per capire bene il presente e quindi per orientare al meglio, con intelligenza, le nostre scelte in politica, in economia e nel lavoro, allora era corretta la tesi sostenuta dalla mia ex insegnante di storia e filosofia delle superiori. Ricordo che lei, a differenza delle altre insegnanti di storia che avevo avuto, ci teneva a ribadire che la storia non può essere sempre e solo raccontata, ma dovrebbe anche essere commentata e criticata, facendo conoscere agli studenti le idee e le teorie degli storici, come ad esempio, Emilio Gentile, Benedetto Croce, Erodoto, Nicolò Machiavelli, Renzo de Felice, tanto per citarne alcuni. Affrontare la storia in questa maniera stimolerebbe il senso critico degli studenti, il loro discernimento, portandoli a maturare le proprie opinioni. Questa conseguenza diventerebbe ancora più forte se durante le lezioni si facessero parallelismi con il presente.

Non nascondo, qui in seduta stante, che il ricordo delle scuole superiori, intrecciato con la vicenda Segre-Bussetti, mi ha stimolato nella scrittura di questo articolo, al fine di proporre idee agli insegnanti di storia che lo stanno leggendo (se ce ne sono) e a tutti coloro che hanno sempre avuto scarso interesse per i fatti storici. Dunque, la mia memoria mi riporta indietro di molti anni, quando svolsi l’esame di maturità, correva l’anno 2005, ed io scelsi proprio la traccia di storia. Il tema riguardava i regimi totalitari della Seconda Guerra Mondiale e scrissi un tema che sembrava quasi un romanzo, al punto che le insegnanti lo lessero con entusiasmo. Farsi raccontare fatti accaduti, ascoltare qualcuno che la storia l’ha vissuta davvero, la rende certamente più stimolante, se non avvincente. Per questo, essendomi appassionato ai racconti di storia realmente accaduti, poco tempo fa, il 22 febbraio 2019, sono andato nella mia vecchia scuola elementare ad ascoltare il racconto di un ex reduce della Seconda Guerra Mondiale, Giuseppe, che aveva da poco compiuto 100 anni. Aveva svolto la campagna di Russia ed era sopravvissuto, dopo 42 mesi di prigionia. Le vicende che raccontava, i disegni che era riuscito a fare di quei luoghi, il ricordo cerimoniale dei 27 ragazzi del nostro paese mai più ritornati dalla Russia, facevano capire quanto ci sarebbe ancora da conoscere su quell’evento così incredibile e drammatico e quanto siamo stati fortunati ad avere quello che abbiamo avuto, noi delle generazioni successive.

La storia serve soprattutto a questo, a farci capire e a ricordarci che tutto quello che siamo diventati sia nel corpo (siamo il risultato genetico di tutti quelli venuti prima di noi), sia la nostra condizione sociale, politica ed economica sono i risultati di quello che è successo prima di adesso. E quello che sta succedendo adesso lo possiamo capire, e quindi apprezzare, disprezzare, cambiare, solo se conosciamo ciò che è avvenuto prima e per fortuna esiste la storia a raccontarcelo. Mi riferisco a qualunque conoscenza storica alla quale possiamo accedere, giusta o sbagliata che sia, sta a noi indagare e scovare la verità, senza accontentarci di quello che ci viene insegnato, ma ascoltando, visitando e leggendo. Le possibilità sono molte, la scuola e la politica, come detto, devono fare la loro parte, che non sia però quello di togliere la storia dai programmi o dagli esami, oppure di minimizzarne la conoscenza: questo sarebbe non solo inutile, ma anche dannoso.

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