mercoledì
20 marzo 2019

16:40

Un libro in rete: L’uomo che trema

Appuntamento venerdì 1 marzo 2019 ore 20.30, Palazzo Festari, Corso Italia n.63, Valdagno (VI). Andrea Pomella, autore del libro in dialogo con Federico Casa, avvocato. Coordina Fabrizio Fusco, medico. Evento del Guanxinet in collaborazione con Amer

di Emanuele Bellato

Come lettore mi è sempre interessato il rapporto tra creatività e disagio psichico. Un interesse nato dalla predilezione per alcuni autori che hanno vissuto in bilico tra genio e follia. Penso ad esempio al mio poeta preferito: Dino Campana; alla sua nevrastenia, alle fughe ed ai suoi vagabondaggi solitari per il mondo, ai diversi ricoveri ed internamenti in manicomio. Campana, il poeta barbaro, silvano, ultimo dei germani in Italia, che scriveva: “io ho bisogno di essere stampato: per provarmi che esisto”. I “Canti Orfici” certificarono la sua esistenza e gli donarono l’immortalità letteraria. Lo psichiatra Carlo Pariani che lo ebbe in cura dal 1926 al 1930 nel manicomio di Castel Pulci, presso Scandicci, cercò di studiare “l’influenza della psicotica sull’ingegno e il carattere del poeta”. A dire il vero con scarsi risultati. Di quei colloqui con il poeta di Marradi rimane un libro, pubblicato da Vallecchi nel 1938, dal titolo: “Vite non romanzate di Dino Campana”.

Studi specialistici o meno è innegabile il rapporto “privilegiato” tra letteratura – arte e disagio mentale. Osservate e meditate sul dipinto iconico del romanticismo: “Il viandante sul mare di nebbia” (1818) del pittore tedesco Caspar David Friedrich. Il dipinto esprime tutta l’inquietudine e il mistero del secolo. Chateaubrian definì quel disagio esistenziale come “mal du siècle”.

Già durante il periodo romantico e poi con il decadentismo, lo spleen divenne quasi una sorta di posa letteraria.

Nonostante molti scrittori abbiano sofferto del “male oscuro” non sono in molti ad averne scritto in prima persona. In Italia – degni di nota – sono Carlo Emilio Gadda e il moglianese Giuseppe Berto. Recentemente, dall’Inghilterra, è arrivato il libro “Ragioni per continuare a vivere: La storia della mia depressione e di come ne sono uscito” (Ponte alle Grazie, 2015) di Matt Haig.

Dell’anno scorso è invece il libro “L’uomo che trema” (Einaudi, 2018) di Andrea Pomella. L’autore non usa la finzione per parlare della sua malattia, ma prende per mano il lettore e lo accompagna nella trincea della propria mente, dove si sta combattendo una guerra cruenta.

La depressione, spesso nasce dalla paura di avere paura. Basta un niente per innescarla, per generare il vuoto. Non si tratta di semplice malinconia o tristezza ma di una vera e propria malattia.

Per uscire da quel tunnel senza luce, occorrono tempo e pazienza. Non esiste infatti una pillola della felicità uguale per tutti; alcuni farmaci possono aiutare, ma hanno anche effetti collaterali. Dunque, sotto consiglio medico, si può iniziare una terapia, si può aumentare il dosaggio del farmaco, scalarlo, magari a periodi provare a toglierlo, alla continua ricerca di una terapia il più possibile personalizzata. E quando non ci si sente adeguatamente seguiti è necessario cambiare anche lo psichiatra.

Nonostante la condizione difficile vissuta dall’autore si può dire che ha avuto la fortuna di avere accanto degli affetti – in particolare la moglie ed il figlio – che lo hanno sempre supportato e perché no anche sopportato, perché come tutte le malattie anche la depressione è caratterizzata da atteggiamenti egoisti.

Leggete questo passaggio di rara e straordinaria bellezza: “Quando mi vede alzare il flaconcino dell’antidepressivo e contare in controluce le gocce che cadono nel bicchiere, Mario (il figlio, ndr) mi chiede se quella è la medicina per il mal di pancia. Spesso, vedendomi disteso sul divano, privo di forze, totalmente incapace di muovere un muscolo, prende i suoi personaggi di Star Wars e si mette a giocare sopra di me. La mia pancia diventa il pianeta Naboo sui cui Qui-Gon Jinn, Obi-Wan Kenobi e il malvagio Darth Maul si sfidano a colpi di spada laser. Io me ne sto lì disteso, stanco e vuoto. Nelle mie vene scorre solo il filo di energia che serve a tenermi in vita, per il resto niente più che una pelle di serpente, il brandello organico di una creatura arresa. In quei momenti divento il campo di gioco di mio figlio. Mio figlio si riappropria di me, usa il mio corpo come un fondale, il profilo delle mie braccia è una costa scoscesa, le mie gambe i promontori dorati di un pianeta orbitante in una galassia remota, la mia testa un monumento all’uomo o al passato glorioso di qualche mitica razza aliena. I personaggi, i piccoli eroi di plastica, vivono le loro storie rielaborate dalla fantasia di mio figlio. Per lui non ha importanza che in quel momento io non potrei essergli utile in niente, che se corresse un pericolo io non sarei in grado di proteggerlo né di metterlo in salvo. Lui non pensa a questo, non se ne accorge. Ma io sì, ci penso. […] Questo è il modo in cui Mario entra in rapporto con la mia malattia depressiva. Lui si frappone come un cavaliere Jedi tra me e il male, sfida la mia pena, la combatte”.

Si può uscire dalla depressione? L’autore non risponde direttamente alla domanda, ma offre sottotraccia qualche indicazione utile. Innanzitutto – se proprio non si riesce o non si vuole rimarginare le ferite del passato, dove nascono i traumi che influenzano il presente, bisogna imparare ad andare oltre. Continuare, nonostante tutto, a coltivare delle passioni. La musica e la corsa per Pomella sono state terapeutiche. E soprattutto “vivere nel mondo”, riprendersi la quotidianità.

Quanto alla mia domanda iniziale sul rapporto tra creatività e disagio psichico non ho ancora trovato una risposta. Campana sarebbe diventato uno dei maggiori poeti del ‘900, con una sola opera, senza la sua nevrastenia? Avrebbe forse scritto più libri? E Pomella, senza la depressione maggiore, probabilmente non avrebbe mai scritto questo “reportage” dalla mente. Mi pare di sentirlo dire: “Ne avrei fatto volentieri a meno”.

Di una cosa però sono certo: chi combatte contro il “male oscuro” deve faticare tante volte di più – utilizziamo il numero perfetto tre – di una persona cosiddetta “sana”. Dunque tre volte bravo allo scrittore Andrea Pomella e a chi come lui non si arrende di fronte all’Orso*, a Lord Fener*, a Godzilla*, o ad un passato che non vuole passare.


* Leggete il libro per capire il significato di questi rimandi.

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