giovedì
25 aprile 2019

16:00

Un libro in rete a Valdagno: Croce e Resurrezione

Venerdì 12 aprile 2019, alle ore 20.30, presso Palazzo Festari, Corso Italia n.63 – Valdagno (VI) Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa presenteranno il loro ultimo libro “Croce e Resurrezione” (il Mulino, 2018). Introdurrà Mariolina Cornoldi. Evento del Guanxinet in collaborazione con Amer e Libreria De Franceschi. Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili

Nel loro nuovo libro “Croce e Resurrezione” (il Mulino, 2018) gli autori Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa accompagnano il lettore in un viaggio attraverso l’arte sacra partendo dall’interpretazione, in particolare, di due dipinti: “Salita al Calvario” (datato 1564) di Pieter Bruegel il Vecchio e “Cena in Emmaus” (datato 1669) di Rembrandt, ma naturalmente vengono analizzate anche molte altre opere.

Non si tratta di un lavoro a quattro mani, ma di due saggi distinti. Ciampa si è occupato del tema della “Croce” e Caramore del tema della “Resurrezione”. Comunque le due parti si integrano alla perfezione e il fil rouge è quello della “marginalità” del cristianesimo. C’è un qualcosa che si ritira, un “dubbio” atroce che forse ha attanagliato gli stessi artisti di fronte ai grandi misteri della fede.

Ma andiamo con ordine. Nell’umanità brulicante (circa cinquecento figure) rappresentata dal pittore olandese Bruegel si fatica a scorgere Gesù nella Via Crucis verso il Golgota. “Possiamo leggere – scrive Ciampa – la Salita al Calvario come un triste presentimento di ciò che accadrà, una sorta di presagio della Storia che verrà, una sua sintesi anticipata. La croce nascosta, il Cristo accantonato, la Passione alterata in ‘festa’: sta in questi elementi il Presentimento di Bruegel”. 

Siamo solo nel VI secolo dopo Cristo ma secondo l’autore sono già visibili i segni del processo di secolarizzazione e relativa marginalizzazione del cristianesimo. La folla, ignara del dramma in corso, è la vera protagonista. Cristo è dimenticato. Persino le donne dolenti, collocate in primo piano nella tela, paiono un corpo estraneo, nel generale clima di “festa paesana”.

La modernità del quadro è straordinaria. Ho immaginato che se Bruegel fosse un nostro contemporaneo probabilmente avrebbe dotato i suoi personaggi di uno smartphone per scattare qualche selfie “ricordo” della tragedia-spettacolo, pratica comune tra gli imbecilli digitali.

Una copertina del settimanale "La Festa" e Giovanni Papini

Una copertina del settimanale “La Festa” e Giovanni Papini

Allo stesso tempo però ho pensato che il termine “festa” non è estraneo alla tradizione cristiana. La nostra rubrica settimanale di commento al Vangelo, curata dall’eccellente don Ivano Maddalena, si chiama proprio “La Festa” in omaggio all’omonima rivista settimanale illustrata della famiglia italiana che negli anni venti veniva distribuita in allegato a “Il Popolo Veneto” e che si fregiava della direzione letteraria di Giovanni Papini e della direzione artistica di Guido Marussig.

Proprio l’eclettico intellettuale fiorentino, fondatore con Giuseppe Prezzolini de “Il Leonardo” e de “La Voce” e con Ardengo Soffici de “Lacerba”, titolò un suo libro “Giorni di Festa” (Vallecchi, Firenze, 1918),

Così nella prefazione Papini spiegava il titolo: “Non l’ho chiamato a caso, questo libro Giorni di Festa. Perché la poesia anche se costa lavoro duro, è sempre una festa per chi sa patirla. Un’immagine può dar colore di felicità a una settimana intera e basta la scoperta del peso d’una parola per star bene una giornata”.

Come non vedere nel duro lavoro culturale ed artistico una sorta di calvario laico, ma allo stesso tempo una festa per l’anima. Pochi anni dopo, nel 1921, dopo la sbornia interventista, Papini annunciò la sua conversione religiosa e nel 1943 divenne Terziario Francescano con il nome di fra’ Bonaventura.

Restando in tema letterario, ricordiamo anche la lettera intima che Dino Campana scrisse a Giovanni Papini nel 1914, prima della rottura personale tra i due e delle violente epistole del poeta di Marradi all’intellettuale fiorentino ritenuto, a torto, colpevole dello smarrimento del suo manoscritto “Il più lungo giorno” (prima versione dei Canti Orfici, ritrovata postuma nel 1971 tra le carte di Soffici): “Io sono indifferente, io che vivo al piede di innumerevoli calvari. Tutti mi hanno sputato addosso dall’età di 14 anni”.

Come avrete notato “pensare per immagini”, come suggerisce la collana “Icone” curata da Massimo Cacciari in cui “Croce e Resurrezione” è inserito, è cibo per la mente e porta a tante interpretazioni. Ma torniamo all’interpretazione di Ciampa  che è decisamente più razionale: Cristo, nella tela di Bruegel, non è più al centro della Storia, sostituito dal gran teatro del mondo. Un dubbio, forse insinua o forse vuole insinuare il pittore: la presenza del Cristo non è più così rilevante in un’epoca indifferente.

Altare di Isenheim (1512-1516) di Matthias Grünewald

Altare di Isenheim (1512-1516) di Matthias Grünewald

Altri dubbi nascono osservando l’Altare di Isenheim (1512-1516) di Matthias Grünewald. Quest’opera fu commissionata dal monastero di Isenheim a Colmar retto dagli Antoniti, una comunità monastica che si occupava della cura dei malati affetti dal cosiddetto “fuoco di Sant’Antonio”. Ebbene il dipinto del corpo del Cristo piagato, “da obitorio”, più che suggerire un improbabile risveglio a vita nuova pare svolgere un esercizio consolatorio e terapeutico per i degenti. “Grünewald, abbassando Dio, innalzava l’uomo maledetto dal dolore […] Il rettore Guersi poteva essere soddisfatto: i suoi malati si sarebbero sentiti ‘meno sventurati e meno spregevoli’. Meno soli. Dio era dalla loro parte, nell’infimo, dove non passava la luce”. Lo scrittore Elias Canetti disse: “Tutti gli orrori che incombono sull’umanità sono anticipati in questo dipinto”. 

Holbein il Giovane, “Cristo morto nel sepolcro” (datato 1521)

Holbein il Giovane, “Cristo morto nel sepolcro” (datato 1521)

Un altro dipinto, al limite dell’eresia e fonte di nuovi dubbi, è quello di Hans Holbein il Giovane, “Cristo morto nel sepolcro” (datato 1521), citato nell’Idiota di Dostoevskij: “Quel quadro potrebbe anche far perdere la fede”. Cristo, con il corpo quasi schiacciato nel sepolcro, pare definitivamente consegnato alla morte. Nessuna Pasqua di Resurrezione è alle porte. Un dipinto assai diverso da quello di Bruegel, ma che porta alle stesse conclusioni. Il Cristo di Holbein è sì al centro della scena ma non al centro della Storia.

William Congdon “Crocefisso 1b” (1960)

William Congdon “Crocefisso 1b” (1960)

Passando in tempi più recenti Ciampa analizza l’opera di William Congdon “Crocefisso 1b” (1960): un Cristo che si va sciogliendo, un Cristo compendio di tutti i dolori del mondo. “Ogni quadro di W. Congdon ‘ci deve apparire come una soluzione materiale della sua vita’. Ogni quadro, un ‘salvagente”. In altre parole, si può affermare che il percorso artistico del pittore statunitense è frutto delle sue esperienze di vita, dal trauma della guerra all’orrore dei lager nazisti.

Se la Croce si è sempre “prestata” ad un’infinità di rappresentazioni, lo stesso non può dirsi per la Resurrezione. Chi si è cimentato a dipingere “il ritorno alla vita dopo la morte” ha lanciato una ardita sfida all’invisibile, all’irrappresentabile.

La stessa sfida – diciamo noi – lanciata in un altro campo artistico, da Carmelo Bene, che si autodefiniva inattuale, fuori dal tempo, anzi estraneo al tempo. Rappresentare l’irrappresentabile fu una costante della sua produzione teatrale e cinematografica. In una intervista affermò: “Il mio teatro tende a diventare religioso. Sì religioso in senso teologico. Non a caso, l’ho chiamato ‘Teatro dell’Assenza’. E chi è Dio se non l’Assenza assoluta, il punto vuoto in cui precipitiamo noi e le cose?”* (*A cura di L. Buoncristiano, “Panta. Carmelo Bene”, Bompiani, 2012, pag. 114).

“Cena di Emmaus”, opera giovanile di Rembrandt

“Cena di Emmaus”, opera giovanile di Rembrandt

Gabriella Caramore si è soffermata sulla “Cena di Emmaus”, opera giovanile di Rembrandt. Il pittore olandese ha riprodotto su tela le parole dell’evangelista Luca: “E sparì dalla loro vista”. Il quadro è di piccole dimensioni e buio, ma dietro a Gesù che sparisce, abbandonandosi all’indietro, si staglia il contorno di una luce fioca, una testimonianza che qualcosa rimane. Rimangono sicuramente le opere di bene compiute, rimane il messaggio di fratellanza, giustizia e misericordia. La morte non ha l’ultima parola.

L’analisi di Caramore si spinge oltre: “Ma forse si può dire qui qualcosa ancora. E chiedersi se quell’idea di un risorto che ‘sparisce’ non sia forse il solo possibile modo di pensare la resurrezione nella modernità. Non un morto che riappare in mezzo ai vivi, ma qualcosa di vivo che è rimasto dopo il suo passaggio sulla terra: il tentativo di dar senso all’esistere, la fatica di percorrere un cammino insieme, la condivisione del cibo, dell’intimità delle case, di uno sguardo benedicente su ogni essere della terra. Non un attaccamento quasi malsano al puro dato biologico, che ha il sapore un po’ lugubre di una devozione ostinata a ciò che è destinato a disfarsi, ma il respiro largo e libero di un soffio vitale che non si sa né donde viene né dove va, che percorre i pianeti e le stelle e che si condensa nella materia umana come una rugiada effimera e vivificante. In fondo quell’insistenza sul ‘vivente’ Lc 23,24, oppure ‘Perché cercate tra i morti colui che è vivo?’ Lc 24,5 appare come un invito ad allontanarsi dalla visione di un cadavere che torna a rivisitare i vivi, per spalancare invece la possibilità di trovare forza e consolazione in ciò che rimane di una vita trascorsa. Una vita che ha avuto significato, che ha offerto ad altri una ragione per vivere, che ha mostrato la luce in mezzo alle tenebre . Proprio per questo occorre prepotentemente guardare alla vita invece che alla morte”.

Da sx a dx: Beato Angelico, “Pie donne al sepolcro” (XV sec.) e “Resurrezione” (1460) di Piero della Francesca

Da sx a dx: Beato Angelico, “Pie donne al sepolcro” (XV sec.) e “Resurrezione” (1460) di Piero della Francesca

Tra i quadri “incontrati”, quello di Beato Angelico, “Pie donne al sepolcro” (XV sec.). Maria di Magdala scruta lontano, dentro il sepolcro, ignara di avere alle spalle la luce del Cristo risorto. Un’immagine carica di angoscia, così come la “Resurrezione” (1460) di Piero della Francesca. Nonostante sventoli la bandiera della cristianità non si tratta di un Cristo trionfante, ma di un redentore dubbioso, incerto sul futuro.

Al di là dei misteri della Croce e della Resurrezione emerge, tra le pagine del libro, la libertà e la creatività dei diversi artisti trattati. Alcuni di loro operarono in delicati periodi storici, tra riforma e controriforma, tra la furia iconoclasta o le esigenze “politiche-sociali” dei committenti. Di sicuro, grazie a loro, questi dipinti continuano ad interrogarci, a spronarci a continuare l’indagine.  

Papa Francesco, riflettendo sulle Sacre Scritture, ha detto: «Il Vangelo […] ci ricorda che la fede nel Signore e nella sua parola non ci apre un cammino dove tutto è facile e tranquillo, non ci sottrae alle tempeste della vita. […] La fede ci dà la sicurezza di una Presenza che ci spinge a superare le bufere esistenziali, la certezza di una mano che ci afferra per aiutarci ad affrontare le difficoltà, indicandoci la strada anche quando è buio”. Ecco, proprio come in un gioco pittorico di luci e ombre.


CROCE E RESURREZIONE

Dalla terza di copertina: Potrà mai risorgere quel piccolo Cristo smarrito, che Bruegel nasconde tra la folla, ignorato e affondato nell’indifferenza degli uomini? Qui la croce non sembra aprire il movimento della storia, ma piuttosto precipitare nella lunga notte del mondo. Con Rembrandt, nell’atmosfera sfibrata della «Cena in Emmaus», anche l’evento della resurrezione si stempera: il risorto, seduto al tavolo dei viandanti, viene risucchiato indietro dalle tenebre verso un’esile luce. La sparizione del Cristo, l’assenza di ogni Dio su questa terra sono forse segni con cui oggi dobbiamo confrontarci.


Gabriella Caramore, vive a Roma, dove ha insegnato Religioni e comunicazione all’Università La Sapienza. È autrice della trasmissione di cultura religiosa di Radio 3 “Uomini e Profeti” e dirige una collana di spiritualità dallo stesso titolo presso la casa editrice Morcelliana. Tra i suoi libri si citano: La fatica della luce, Il sogno è potenza di realtà, Nessuno ha mai visto Dio, Come un bambino. Saggio sulla vita piccola, Pazienza. È coautrice con Maurizio
Ciampa di Le domande dell’uomo e La vita non è il male. www.gabriellacaramore.it

Maurizio Ciampa, ha insegnato all’Università di Teramo e ha lavorato per la Rai. Tra i suoi libri si ricordano: Domande a Giobbe, Nove croci, Tutto quello che offre il mondo. Vita del pittore Shitao, L’epoca tremenda. Voci dal Gulag delle Solovki. È coautore con Gabriella Caramore di Le domande dell’uomo e La vita non è il male. Vive a Roma.

Mariolina Cornoldi, insegnante negli Istituti Medi Inferiori, condivide da anni la pratica dell’ascolto della Parola e della Preghiera in gruppi e comunità, in particolare a Villa S. Ignazio di Trento, nel monastero di Bose e nella Comunità Mamre di Valdimolino di Montecchio Maggiore.

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