giovedì
25 aprile 2019

16:22

Spinea: La personale di Elisabetta Sgobbi inaugura la rassegna di Arte Contemporanea

Dopo uno splendido 2018 che ha visto confluire a Spinea, nel veneziano, una rosa di artisti di livello nazionale e internazionale che si sono relazionati con luoghi particolarmente “classici” e significativi del Comune – Oratorio di Santa Maria Assunta e Oratorio di Villa Simion – declinandoli, con i loro interventi, alle arti visive più suggestive del contemporaneo (performance, installazioni, fotografia, video arte, scultura, pittura, etc ) il Comune rinnova l’incarico all’Associazione Visioni Altre per un 2019 all’insegna dell’arte contemporanea. 

Il progetto negli anni ha visto il succedersi di nomi sempre più di spicco del panorama dell’arte e un incremento costante di pubblico e di critica, con una crescente attenzione anche dei media alle tante proposte della rassegna artistica.

Gli artisti selezionati per le esposizioni del 2019 parlano tutti i linguaggi compositi del contemporaneo. All’Oratorio di Santa Maria Assunta avremo: Elisabetta Sgobbi, Iulia Tarciniu Balan, Leo Franceschi, Alberto Lisi, Giovanni Pinosio, Riccardo Albiero, Giuliana Cobalchini, Elisabetta Mariuzzo, Stefano Reolon, Antonio Zago, Giancaterino e Liubov Pogudina. Mentre all’Oratorio di Villa Simion si terranno invece le esposizioni di: Stefano Furlanetto, Barbara Furlan, A. Gusso e M. Fornasier, Claudio Scaranari, Carlo Vercelli e Giulio Malfer.

La rassegna inizia il 20 aprile alle 19.00 con l’inaugurazione della prima grande esposizione dell’artista Elisabetta Sgobbi, a cura di Barbara Codogno e Adolfina de Stefani che si terrà fino al 5 maggio all’Oratorio di Santa Maria Assunta, Spinea, sempre con ingresso gratuito e visitabile dal giovedì alla domenica dalle 15.30 alle 19.30.

La mostra titola “Medicamenta”, mutuando il titolo da uno dei componimenti poetici che ha consacrato la poetessa Patrizia Valduga. Elisabetta Sgobbi è un’ambasciatrice di mondi interiori. In questa mostra l’autrice omaggia la poesia con un tributo a quelle che l’artista individua tra le proprie “madri spirituali” – Sylvia Plath, Emily Dickinson e Patrizia Valduga. Lo sguardo dell’artista è punto di vista femminile che indaga con profondità poetica le tante sfumature dell’essere e quindi, necessariamente, della relazione, in perenne alternanza tra “dolori” e “rimedi”. In questa esposizione, il filo rosa che lega le opere di Elisabetta Sgobbi è sempre la vita vera, vissuta. A partire dall’esperienza personale – da un preciso, intimo particolare – Sgobbi raggiunge un potente atomo d’universale. Per questo i suoi componimenti artistici parlano e riverberano in ognuno di noi. Sempre intrisi di struggente bellezza e profondità.


Testo critico di Barbara Codogno:

“Questa mostra di Elisabetta Sgobbi ha un corpo e una voce. L’artista si muove da sempre nel percorso dell’installazione, abbracciando svariate articolazioni delle arti visive: dal cut up al ready made, dall’assemblaggio alla composizione pittorica, poetica e installativa. Senz’altro una poliedricità di mezzi – e una pluralità di strumenti – che le servono per dare vita a un unicum, un corpo artistico che ha “parola”.

In questo caso la voce è quella della poesia, dalla quale deriva il titolo della mostra che si rifà, appunto, ad un libro di poesie di Patrizia Valduga, ma che trova il suo dirsi anche in quella musica di sottofondo che accompagna l’intero percorso espositivo.

Principale punto di osservazione è il trittico composto da Sgobbi per un omaggio a tre grandissime poetesse della storia: Sylvia Plath, Emily Dickinson e Patrizia Valduga.

Scuote nel profondo il prezioso lavoro che Sgobbi dedica a quella che forse è la più struggente e malinconica poesia di Sylvia Plath, morta suicida all’età di trent’anni: “I’m vertical”.

In questa poesia – in cui la Plath sogna di essere orizzontale di modo da avere “un aperto colloquio” con il cielo e, così facendo, che i fiori e gli alberi finalmente possano avere del tempo per lei – Sgobbi lega con del fil di ferro un elemento organico, una corteccia da cui spuntano verdi licheni e la delicata scritta “I’m vertical”.

Un’opera semplice, come lo sono sempre i lavori di Sgobbi, puliti, essenziali, delicati eppure altamente simbolici: piccole perle che parlano del dolore, ma sempre capaci di trasformarlo… in bellezza.

Si diceva del corpo: sono una quindicina le opere che Sgobbi propone in questo percorso; tre le installazioni che ne costituiscono il corpo composto da piedi, cuore e testa.

I piedi sono “La signora B”, un’installazione cartterizzata da un paio di scarpette di raso riempite da cocci di vetro e punte d’acciaio. Impossibile indossarle: accumuli solo ferite. Bisogna essere senza scarpe per avanzare, liberi.

Il cuore è la seconda installazione che titola: “Quello che tu non vedi” ed un cuore in vetro, trafitto da chiodi arrugginiti e installato su un disco concavo di specchio. Immaginando di porre la nostra faccia davanti allo specchio, vedremo la sovrapposizione del nostro volto con quella del cuore trafitto. Ogni volto ha una storia, ogni uomo nasconde un dolore. Ma anche un cuore.

La testa è data da un elmetto italiano ricoperto da un centrino in pizzo e con uno specchio ovale che ce ne fa immaginare il volto, o meglio: propone il nostro volto che si specchia. Anche in questo caso il rispecchiarsi dovrebbe fermare l’atto di violenza perché chi intende colpire l’altro, sta colpendo sé stesso; questo il significato di: “Difesa – Guardami, Guardati!”.

Un continuo gioco degli specchi che svela la profondità e la verità di chi abbiamo davanti e, necessariamente, di noi stessi.

Seguendo questo intento programmatico avviciniamo l’originale “Me, Myself and I”, una vertiginosa installazione composta da una radiografia e da uno specchio organizzate in sequenza di modo che la persona che l’osserva possa fare un viaggio all’interno di sé stesso, nella sua psiche. Ma anche nel suo corpo, fatto di carne e ossa. E guardando se stesso riconoscere tre distinti momenti del proprio essere qui e ora, in bilico tra apparenza ingannevole, tenerezza e miseria della carne.

Ironico il dittico “I feel good” e “Sto bene” dove le due scritte emergono da una contrapposizione cromatica data una sequenza di blister di farmaci che compongono due grandi tele. Interessante corto circuito etimolgico del “pharmakos”, rimedio e veleno. Ma anche il primo “capro espiatorio” della storia occidentale, essendo per i greci un giovanetto da sacrificare durante una “crisi”.

Dai rimedi farmacologici passiamo invece al dittico che un po’ riassume la poetica di Sgobbi, in continua alternanza tra il percepire dolori (cit. Noi che abbiamo l’anima soffriamo più spesso) e saperli “medicare”.

I suoi medicamenta sono allora i rimedi al dolore, che l’autrice affida alle “arti nobili”: la poesia, la musica, la pittura, l’arte.

Una mostra poetica che ci svela la delicatezza di un’artista intima, profonda.

Elisabetta Sgobbi trasforma la sofferenza in uno stato di grazia. La Grazia di Status, nel rimedio.

Il suo essere – schiva e pensosa – tratteggia un’artista che avvicina il mondo attraverso l’arte.  A mio personale avviso, quasi inconsapevole di quanta potente voce abbiano invece i suoi lavori, perfetti ambasciatori del linguaggio contemporaneo, ma soprattutto: potenti momenti di verità per un risveglio dell’anima.

Anima che è tenerezza di piuma, cuore candido come un battito d’ali, nido di calore e poesia, ma che al dolore dice il suo NO: mai revocabile, mai negoziabile; eppure, sempre con grazia, sottovoce, in punta di piedi…”

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