lunedì
19 novembre 2018

12:35

Occupazione: Da novembre il Governo giallo-verde alla prova dei numeri

A cura di Claudio Negro*

I dati ISTAT sull’occupazione relativi ad Agosto mostrano esiti senz’altro positivi: il rapporto tra agosto e luglio degli occupati, sia in termini assoluti che come tasso d’occupazione torna positivo, dopo due mesi consecutivi di calo; soprattutto torna positivo quanto alle assunzioni di lavoratori a tempo indeterminato, che addirittura superano, come già a maggio, le assunzioni a termine. Sarebbe interessante mettere a confronto questi dati con quelli delle trasformazioni: quanti contratti a termine sono stati trasformati a tempo indeterminato, quante assunzioni sono del tutto nuove? Questo potrebbe dirci molto sull’efficacia dell’incentivo in termini di decontribuzione previsto da DEF 2018, ma purtroppo il mensile dell’ISTAT non riporta questi dati. Così come nel definire il saldo occupati-disoccupati non ci dice nulla circa le cessazioni e le loro motivazioni. Cercheremo
quindi di procedere a naso per interpretare quel che succede.

Innanzitutto nonostante le assunzioni di personale a tempo indeterminato superino in numero assoluto (50.000 contro 45.000) quelle a termine, queste ultime crescono in percentuale ben di più: rispetto a luglio +1,5% rispetto a +0.3% dei tempi indeterminati. Segnale verosimile che le imprese hanno deciso di premere sull’acceleratore dei tempi determinati prima che entri in vigore la tagliola del Decreto Dignità.

Secondo, il conclamato calo del tasso di disoccupazione: il dato va ridimensionato alla luce del calo del tasso di attività; infatti il dato statistico dei disoccupati diminuisce principalmente perchè diminuisce il numero di coloro che cercano lavoro, segnale (in contraddizione coi dati sull’occupazione, ma importante perché consente di interpretare quale sia l’aspettativa rispetto al futuro di chi è senza lavoro) che meno gente pensa che sia possibile trovare lavoro. Sarà perché vengono recepiti i segnali diffusi di un rallentamento della crescita, o perché si comincia a fare affidamento sul Reddito di Cittadinanza? Quale che sia la ragione, questo dato è in netta e preoccupante controtendenza rispetto ai dati positivi sull’occupazione. E obbliga a valutare quale possa essere il futuro prossimo del Mercato del Lavoro in relazione alle novità introdotte dalla Nota di Aggiornamento del DEF e dal Decreto Dignità.

Quanto a quest’ultimo è verosimile che il primissimo effetto conclamato sia quello del mancato rinnovo di numerosi contratti a termine in scadenza oltre settembre 2018 (data di entrata in vigore effettiva del Decreto). Solo a Milano sono già alcune centinaia, molto visibili perché in aziende riconducibili al Comune, e oggetto proprio per questo di particolari attenzioni; sarà più laborioso fare l’elenco dei mancati rinnovi da parte di imprese private, ma in un mese circa, grazie alle Comunicazioni Obbligatorie, potremo farlo e verificare se corrisponderanno ad altrettante assunzioni definitive, o ad assunzioni di altri lavoratori a termine, o addirittura ad una perdita secca di posti di lavoro. Tanto per avere un’idea è opportuno ricordare che nel primo semestre 2018 le assunzioni a termine hanno oscillato attorno alle 300.000 unità al mese: se il Decreto dovesse funzionare, così come auspicato dal Governo, nel giro di qualche mese lo stock di circa 300.000 posti-lavoro finora coperti da contratti a termine dovrebbe dar luogo ad altrettanti contratti a tempo indeterminato; dal conteggio andranno naturalmente scomputate le circa 40.000 trasformazioni a tempo indeterminato mensili che sono un dato ormai consolidato, ben anteriormente al Decreto.

Quanto alla Nota di Aggiornamento del DEF, la vera declinazione della strategia giallo-verde, il Governo del cambiamento ha fatto alcune grosse scommesse che non sarà facile vincere, e che rischiano di trasformarsi in cambiali che gli italiani potrebbero essere chiamati a pagare nei prossimi 5-10 anni. Per una simulazione attendibile basta sapere che nei primi 7 mesi 2018 le assunzioni a vario titolo sono state 4.597.299 contro 3.560.409 cessazioni; tra le assunzioni sono state 738.400 quelle a tempo indeterminato. Nel 2017 le cessazioni per pensionamento (vecchiaia e anticipato) sono state 356.000. Già dal primo mese di vigenza della “quota 100” dovrebbe essere facile calcolare l’aumento dei pensionamenti rispetto al trend ordinario e compararlo con le assunzioni che dovrebbero mostrare un incremento analogo, visto che il Governo ha sostenuto esserci un rapporto diretto tra questi pensionamenti e l’assunzioni di giovani.

L’INPS valuta in circa 250.000 nel 2019 i pensionamenti d’anzianità (anticipati, si dice adesso) grazie agli effetti di quota 100 rispetto ai 120.000 che vi sarebbero a legislazione invariata. In realtà il numero di coloro che potrebbero beneficiare delle nuove modalità di pensionamento è compreso in una forchetta molto ampia, che va da meno di 100.000 fino ad un massimo teorico di 280.000 a seconda del target della manovra e dei “paletti” che verranno piantati. Per sobrietà facciamo una piccola simulazione partendo dalle stime INPS: esse indicano circa 10.000 pensionamenti in più al mese mediamente. Considerando che nei mesi di Febbraio, Marzo, Aprile, Maggio (a Gennaio non sarà ovviamente possibile contabilizzare in modo affidabile l’incremento di pensionamenti) sia nel 2017 che nel 2018 le assunzioni a tempo indeterminato hanno oscillato attorno alle 100.000 mensili: se l’effetto sostituzione funzionasse avremmo una crescita media mensile del 10%. Naturalmente il saldo tra avviamenti e cessazioni dovrebbe essere nullo. La crescita netta del numero di contratti stabili in essere (e non solo degli avviamenti) dovrebbe derivare dalle norme del Decreto Dignità.

Tuttavia sia in un caso che nell’altro l’occupazione nel suo complesso rimarrebbe invariata, senza crescere, salvo uno spostamento (certamente virtuoso, se avvenisse realmente) dei numeri verso i contratti stabili; esito di una politica tutta tesa a condizionare e incentivare la domanda di lavoro ma assolutamente disattenta al sostegno dell’offerta: i Servizi al Lavoro non sono neppure citati, evidentemente nella nebulosa convinzione che si tratti di una qualche oscura attività riconducibile ai Centri per l’Impiego; l’Assegno di Ricollocazione che, al di là dei ritardi e delle incongruenze nella sua attuazione, dovrebbe essere l’architrave della politica di collocamento per chi ha perso il lavoro, è del tutto ignorato, col rischio di estinguersi per mancanza di risorse; il ruolo degli operatori privati accreditati non viene neppure preso in considerazione, nonostante collochino quattro o cinque volte di più dei Centri per l’Impiego; esperienze fortemente positive nei servizi al lavoro come la Dote Unica Lavoro di Regione Lombardia sono totalmente dimenticate. L’offerta di lavoro viene sostenuta soltanto attraverso la clausola del Reddito di Cittadinanza che obbliga i percettori ad accogliere (sorvoliamo pietosamente sui dettagli, che approfondiremo in altra prossima occasione) le offerte di lavoro proposte dai Centri per l’Impiego, i quali per riconoscimento stesso del Governo non sono in grado di proporre alcunché prima di una robusta iniezione di dipendenti, che comunque non potrà (sempre per ammissione del Governo) dare risultati prima di un paio d’anni.

Par di capire che alla fine l’unico risultato in termini occupazionali sarà quello relativo alle persone assunte per riadeguare i Centri per l’Impiego: come da antica tradizione nella quale i ministri democristiani erano maestri… 


* Mercato del Lavoro News – n°37 (Fondazione Anna Kuliscioff)

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