venerdì
18 gennaio 2019

19:46

La Grande Montagna di Placido Barbieri (seconda parte)

di Gianni Sartori

Avevamo lasciato l’alpino Placido Barbieri il 16 agosto 1937 in procinto di affrontare  un’altra tappa delle impegnative manovre sul Ruitor (clicca qui per leggere la prima parte). L’immagine archiviata per i posteri è imponente: vaste distese innevate del Ghiacciaio Ruitor e del Grand Assaly incombono sul Rifugio S.Margherita (m. 2450).

Quasi mistica l’immagine successiva: Grand Assaly e Ruitor si riflettono – tremolanti – nelle acque di un lago sottostante.

Nella cartolina del 18 agosto (Chateau d’argent di Villanova Baltea) scrive allo zio Nando al solito indirizzo di via A. Rossi 71 (quartiere dei Ferrovieri). Lo informa di trovarsi in marcia a “11 Km da Aosta dove domani arriveremo. Sono 5 giorni che non riceviamo posta. Va sempre bene anche in questa lunga e calda tappa”.

Due giorni dopo, per illustrare l’arrivo in quel di Aosta il 20 agosto 1937 abbiamo  una severa prospettiva del chiostro del Priorato di Sant’Orso. Racconta Placido che il suo reparto sfilava alle dieci del mattino per la città (passando – presumo – per Porta Pretoria, soggetto di una delle prossime cartoline) in una giornata molto calda. Notava che “nonostante tutte quelle sgobbate  mi trovo ancora troppo grasso” (anche se da alcune rare foto scampate all’incuria del Tempo non si direbbe proprio nda).

E comunque “salvo i piedi un po’ rovinati, mi sento a meraviglia”.

Per concludere con l’imprevista richiesta di tenergli da parte “un po’ di uva almeno, che sono stato per due mesi a digiuno di frutta”.

Sempre datata 20 agosto, altra cartolina per il fratello Mario. Un’immagine del Rifugio Torino,  ma quasi introvabile,  avvolto dal Colle del Gigante e dal Monte Bianco. Sommerso da tanta alpina immensità, il piccolo manufatto rischia quasi di scomparire.

Placido, oltre al fatto di essere entrato in possesso di “una penna d’aquila che è magnifica”, racconta di aver dato a un amico di Enego appena congedato delle lettere con il dettagliato resoconto degli ultimi avvenimenti. Un’ampia relazione ben oltre i limiti – forzatamente concisi – consentiti dallo spazio ristretto delle cartoline. Ma purtroppo “ora ricevo una sua cartolina (dell’amico in congedo nda) nella quale mi dice che essendo arrivato a Vicenza di notte non ha potuto venire a trovarvi come gli avevo detto. Spero che ve le mandi ugualmente”. Vedremo invece come l’altopianese finirà per utilizzare quelle carte (sicuramente interessanti per ricostruire l’ambiente alpinistico della Scuola di Aosta di quel periodo) in maniera poco consona e dignitosa. Un frammento di Storia dell’alpinismo nostrano, andato – letteralmente e malauguratamente  – in fumo.

Il 1 settembre 1937 – sul retro della già citata immagine di Porta Pretoria – riprende il discorso informando i fratelli – Roberto e Mario – di aver saputo che l’incosciente a cui aveva affidato le lettere, non essendo riuscito a consegnarle, le aveva usate per accendere la stufa. Una piccola – ma comunque imperdonabile – Farenheit 451.

In data 4 settembre, ancora un’ampia e larga visione del Bianco, stavolta dal Colle Checrouit.

“Su questa foto – scrive– puoi ammirare la scalata del Cap. Sandri Bortolo di Valdagno col mag. Chiara, serg. Perenni e alp. Stenico”. Il riferimento, ovviamente, è alla storica impresa del mese precedente (7-8-9 agosto 1937) della parete sudest per la Via diretta alla Punta Bich dell’Aiguille Noire de Peutèrey (mille metri di dislivello, difficoltà fino al VI grado).

La frastagliata Cresta Sud è ben riconoscibile al centro della foto. Una severa sequenza di vette, guglie, punte, torri… che risale dal Pic Gamba e dalla Punta Bifida alla Punta Brendel e Punta Welzenbach, fino alla Bich e alla vetta dell’Aiguille Noire.

Un pezzo di storia dell’alpinismo novecentesco colto nella sua immediatezza, quasi in diretta. Anche a distanza di quasi sessanta anni quella medesima arrampicata veniva rievocata con commozione da Annetta Dalsass (vedi su “Alpi Venete, rassegna triveneta del CAI” autunno inverno ’92-’93). La moglie di Marino Stenico spiegava che lei aveva cominciato ad arrampicare  giovanissima “legandosi alla corda di Ettore Castiglioni (ma anche di Vitale Bramani – l’inventore della suole Vi-bram – e di Bruno Detassis nda) in Brenta dove al Rifugio Tosaavevo incontrato per la prima volta quel tale Sténico che già allora come alpinista era davvero mica male”. Una “splendida cordata di vita” la loro, non solo in parete ovviamente, interrotta soltanto dalla tragica fine di Marino per un banale incidente nella palestra di roccia di Ragoli.

E Annetta ricordava appunto che “nel 1937, quando era alla scuola militare di Alpinismo di Aosta, Marino salì la parete Sud diretta della Punta Bich all’Aiguille Noire de Peutérey, con Bortolo Sandri, Giacomo Chiara e Luigi Perenni (capo cordata Sandri, molto bravo). E’ una via di VI e la prima ripetizione l’hanno fatta gli inglesi Rab Carrington e Alan Rouse, quello morto nel 1986 sul K2. Aveva poi aggiunto che all’epoca il suo futuro compagno“ha avuto occasione di arrampicare con Maria José di  Savoia, dando una mano a Chiara, la guida della regina. E pensi – concludeva – quando mio marito è morto Maria José mi ha mandato una lettera bellissima, scritta di suo pugno”. 

“…RIPRENDERE QUEL FILO GRIGIOVERDE…

Il 15 settembre scrive allo zio Nando:

“Forse non verrò a casa in licenza (…) non avendo nessuno che mi sostituisca nel mio lavoro”.

Non solo: “trovo che la stagione è un po’ troppo avanzata, la montagna finita (forse pensava alla difficoltà di compiere qualche  escursione con i fratelli, meno “alpini” e  meno propensi a muoversi con qualsiasi tempo e in ogni stagione nda), Campo Marzo deserto e il piacere di vedervi è ucciso dal pensiero dell’ozio fisico e morale”.

Inoltre per ottobre sembra preannunciarsi  “un altro campo”. Anche se mentre scrive la scadenza rimane ancora “oscura, né la data, né dove, né la durata” si percepisce in Barbieri il desiderio di prendervi parte, di non perdere questa nuova avventura, di percorrere altre e impervie quote – in stagione già avanzata e forse già innevate – delle selvagge Alpi occidentali.

Per Natale poi “ci sarà un nuovo corso sciatori”. Evidentemente intende fare il pieno, rientrare a casa con il maggior numero di esperienze e ricordi.

Comunque, raccomanda “preparatemi calze e lana per primi ottobre” in quanto “abbiamo la neve vicina  e fa piuttosto freschetto”.

Ma poi – forse ci avrà ripensato – aggiunge (in rosso) un contrordine:

“Ultime notizie salvo errori primi ottobre verrò (…inchiostro bagnato, non leggibile…forse “a casa”) meglio tardi che mai”.

Dimenticavo la cartolina. In questa del 15 settembre – grandiosa – si scorgono la grande ansa del Miage (il ghiacciaio, all’epoca sicuramente più vasto), l’Aiguille des Glaciers (3834 di quota) e l’Aiguille de Trélatète (3917).

In data 27 settembre 1937, ancora il Monte Bianco con la cresta sud (quella della Punta Bich), stavolta riflesso nel lago di Chécrouit.

Conferma, in parte, il breve rientro a Vicenza (“…ai primi di ottobre probabilmente verrò a casa. Salvo errori ho preventivato il mio arrivo  alle 3 e mezza di mattina”). Ancora irrisolto comunque il problema di come recuperare il denaro indispensabile per il viaggio (“si può ben immaginare che 50 lire a fine mese non si possono certamente avere”).

Datata 12 ottobre 1937 una delle poche immagini a colori del Monte Bianco conservate da Barbieri. Informa i familiari di un breve viaggio a Milano “in ottima compagnia di appassionati alpinisti” per incontrare Italo (presumo si riferisca a Italo Soldà, fratello di Gino che con Barbieri “frequentava” la scuola di Alpinismo nda) il quale “aveva l’ordine di accompagnarmi a mangiare ed a passeggio”. Ma purtroppo “fino alla mia partenza non ho avuto che pioggia” per cui i due alpini nella metropoli non avevano potuto fare altro che “rifugiarsi in un caffè”.

E conclude con una frase vagamente sibillina (“Ora bisogna riprendere quel filo grigioverde”).*

Il 2 novembre, dopo tanto “Bianco”, finalmente un piramidale “Cervino”. Perfettamente riflesso nelle acque limpide di un laghetto alpino. Sul retro della cartolina, sinteticamente, il nostro esprime un certo rammarico in quanto “sembra che si resti qui ad Aosta fino al 15 di dicembre, in quella data si partirà per Cascata Toce in Val Formazza. 40 giorni di corso sciatori poi il ritorno in 20 giorni a Pré S. Didier, più di 300 Km. In 15 tappe varianti da 20 a oltre 50 Km”. E – nonostante alcune delle zone da attraversare, in alta quota e d’inverno, siano  “zone con un po’ di pericolo” – si percepisce  il giovanile entusiasmo che lo pervade nell’attesa.

“Per ora mi accontento di fare ogni sera un po’ di presciistica – ieri sono andato alla comunione” aggiunge prima dei saluti. 

(continua…)


* nota 1: Non posso escludere che la “gita “a Milano sia stata un modo alternativo per utilizzare la breve licenza viste le difficoltà di recarsi a Vicenza. D’altra parte questo non è un diario vero e proprio. Barbieri comunica – attraverso le cartoline – con parenti stretti (lo zio e i due fratelli) che evidentemente conoscono antefatti e amicizie dello scrivente, per cui alcuni eventi sono destinati a rimanere nell’ombra.


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