giovedì
17 gennaio 2019

21:24

Ma perché la Chiesa Cattolica non paga i suoi insegnanti di religione?

di Gianni Sartori

Premetto di aver avuto qualche perplessità al momento di inviare questo articolo. Ben più di una. Ho conosciuto infatti molti insegnanti di religione  nella scuola elementare e in genere non posso dirne altro che bene. Preparati, aperti – soprattutto alla discussione – in misura ben superiore alla media degli altri colleghi (colleghe per lo più). D’altre parte l’incongruenza esiste. Ossia dipendere sostanzialmente dalla Curia, pur ricevendo lo stipendio dallo Stato. E quindi ecco qualche considerazione in proposito.

Mentre qualche critica – talvolta perfino feroce – arriva da esponenti delle altre religioni (in particolare, mi sembra, da ambienti del protestantesimo come i Valdesi) ultimamente laici, agnostici – e perfino atei – sulla questione IRC sembrano aver gettato la spugna, rassegnati. Eppure è anche con i loro soldi (oltre che con quelli di ebrei, protestanti, animisti…) che vengono pagati gli oltre 26mila insegnanti di religione cattolica presenti nella scuola statale. In base ai dati pubblicati dal Miur questi erano 26.326 nell’anno scolastico 2009-2010 (su un totale di 931.756 insegnanti). Senza eufemismi: si tratta di un insegnamento confessionale, stabilito e controllato dalla Chiesa cattolica, ma pagato dallo Stato. Con insegnanti non inseriti nelle graduatorie come gli altri, ma scelti dalla curia. E con programmi e didattica su cui il Collegio docenti della scuola dove insegnano non può dire la sua, non più di tanto almeno. In compenso, i docenti Irc partecipano al giudizio finale e possono quindi influire sulla valutazione degli studenti.

Il totale dei loro stipendi si aggira su 1,25 miliardi di euro all’anno. Una cifra forse non stratosferica. Soprattutto se paragonata alle odierne spese militari (per cui, scrivendo, mi è parso di “sparare sulla Croce Rossa”…). Ma  comunque impiegabile utilmente in altri ambiti, soprattutto in epoca di tagli alla sanità oltre che all’istruzione. Con tutto ‘sto parlare di Pil, debito pubblico, deficit, austerità – e di richieste dall’Europa – magari bisognerebbe pensarci.

Sia chiaro, lo ripeto. Per esperienza personale posso dire che in genere, nella stragrande maggioranza, si tratta di bravissime persone. Colte, aperte, preparate, disposte al dialogo. In varie scuole dove ho insegnato mi capitava di affermare pubblicamente che “l’unica non bigotta era l’insegnante di religione”. Come spesso avviene, non sono tanto le persone a dover rivedere le loro posizioni, ma le istituzioni. Sia nel caso dello Stato che della Chiesa.

Addirittura – mi riferiscono ex colleghi insegnanti – quando qualche preside (pardon, dirigente scolastico) “osava” tentare di accorpare diverse classi con pochi studenti che intendevano avvalersi dell’Irc, veniva immediatamente stoppato dall’intervento (più o meno diretto, più o meno palese) delle autorità ecclesiastiche. Infatti la legge stabilisce che vi sia l’insegnante anche quando in una classe un solo studente frequenta l’ora di religione.

Pochi diritti acquisiti – di questi tempi almeno – sembrano altrettanto garantiti.

Tutto a causa del Concordato, si mormora. In realtà il Concordato potrebbe anche uscire indenne da una parziale modifica di alcuni punti specifici della regolamentazione. Infatti la normativa vigente deriva da una Intesa fra la Conferenza episcopale (la Cei) e il Governo dell’epoca. Per la precisione, tra il cardinale Poletti e il ministro Falcucci.

Certo, al momento una soluzione di tal genere – far pagare gli stipendi alla Chiesa , almeno in parte – appare impensabile.

Tra capi del governo ferventi seguaci di padre Pio, viceministri col rosario nella fondina – pardon, in tasca – e presepi obbligatori (l’ho sempre fatto, ho ancora le statuine comprate da mio nonno, ma quest’anno giuro che stavo per esercitare il diritto all’obiezione di coscienza…). Ci mancano solo le  “madonne pellegrine” per essere al gran completo.

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