giovedì
25 aprile 2019

16:30

Un’Europa unita ma rispettosa delle identità nazionali dei popoli

Intervista a Carles Riera – a cura di Gianni Sartori – risalente al 1987, ma forse ancora degna di interesse per comprendere l’attuale processo di autodeterminazione in Catalunya

Durante questi ultimi mesi chi si è occupato degli eventi catalani ha sicuramente letto o ascoltato le dichiarazioni di CARLES RIERA, attuale portavoce al Parlament de Catalunya della CUP– CRIDA COSTITUENT.

Ma chi è Carles Riera e quale è la sua esperienza politica? Sociologo e psicoterapeuta, ha ricoperto importanti incarichi in prestigiose entità culturali catalane (dal Ciemen alla Fundació Pere Mitjans, dalla Fundació Randa – Lluis Maria Xirinacs alla Fundació Desenvolupament Comunitari).

E – soprattutto – è stato portavoce della Crida a la Solidaritat en Defensa de la Llengua, la Cultura i la Nació Catalana, una delle più interessanti esperienze culturali dell’indipendentismo di sinistra europeo. Ripropongo quindi questa intervista – realizzata nel dicembre 1987 e  pubblicata su Frigidaire all’inizio del 1988 (quindi in “epoca non sospetta”) – dove ritroviamo molti dei temi riguardanti l’attualità sia di Catalunya, sia  dell’Europa intera.

Una breve, indispensabile premessa. La costituzione della Crida risale al 1981 e – almeno in un primo momento – non intendeva trasformarsi in un movimento popolare di massa. Tantomeno in una organizzazione politica. Il nome completo (“Crida a la Solidaritat en Defensa de la Llengua, la Cultura i la Nació Catalana”) era semplicemente il titolo di un manifesto diffuso come risposta a due fatti importanti. Da un lato c’era stato il tentativo di colpo di stato da parte di Tejero.

Anche se non riuscì nel suo intento (o almeno non completamente, dato che in Euskal Herria consentì un duro inasprimento repressivo) la cosa comportò un’involuzione nel campo dell’autogoverno delle nazioni storiche sottomesse allo stato spagnolo. L’altro fatto rilevante – inserito in questo clima – era la pubblicazione di un manifesto firmato da vari intellettuali spagnoli che abitavano e lavoravano in Catalunya. Nel documento esprimevano l’opinione che la lingua castigliana fosse emarginata sul territorio nazionale catalano. Sostenendo – quantomeno demagogicamente –  che i catalano-parlanti opprimevano i castigliano-parlanti.Accusando, in sostanza, tutto ciò che è catalano (socialmente e culturalmente) di “totalitarismo antidemocratico”. I due eventi provocarono l’immediata reazione di molte associazioni civiche legate al catalanismo che intesero dare una risposta non politica, ma civica, culturale e sociale. All’Università di Barcellona viene convocata un’assemblea di massa a cui partecipano migliaia di persone e viene letto e approvato all’unanimità un manifesto intitolato appunto “Crida a la Solidaritat en Defensa de la Llengua, la Cultura i la Nació Catalana”.

Nel testo vi sono vari punti di riferimento ai diritti nazionali della Catalunya, al progetto di unità dei Paisos Catalans, alla difesa della lingua, all’approfondimento della democrazia.

Per saperne di più, in quell’inverno barcellonese umido e inquinato, avevo fatto un salto alla sede della Crida (all’epoca: Passatge del Credit, 7 Pral) dove appunto incontrai Carles Riera.

PUOI PRECISARE COME SI E SVILUPPATO IL VOSTRO MOVIMENTO? QUAL’E’ LA VOSTRA ANALISI DEL DOPO-FRANCO NEI PAISOS CATALANS? QUAL’E’ ILPROGETTO POLITICO DELLA “CRIDA” ALLO STATO ATTUALE (1987, nda)?

Partendo dai fatti cui hai già accennato, dal clima favorevole che si era creato attorno a questa presa di posizione del 1981, alcuni gruppi e associazioni decisero di far nascere un movimento che riunisse tutte queste energie dando loro un carattere stabile e organizzativo. Da quel giorno per la “Crida” sono trascorsi parecchi anni di storia durante i quali non sono certo mancati cambiamenti, anche assai controversi. C’è stata una indiscutibile evoluzione passata, come quella di ogni autentico movimento popolare, attraverso molte tappe, fasi e trasformazioni. Questo movimento, partito con delle rivendicazioni molto elementari di autogoverno, linguistiche ecc. cominciò ben presto a dare maggiore consistenza politica alle sue richieste e anche a radicalizzarsi. Iniziò quindi ad elaborare un proprio progetto e a trovare una propria identità sulla base della seguente analisi: durante gli anni della dittatura fascista tutta la società civile catalana lottava e agiva da protagonista nel voler recuperare sia la democrazia che i diritti nazionali. Con la fine del franchismo si aprì la fase della “riforma politica” e contemporaneamente iniziò un processo molto intenso ‘di “alienazione”, di rinuncia al protagonismo politico. Quella Stessa società catalana, fino al giorno prima attiva in prima persona, cominciò a delegare alle istituzioni e ai partiti politici che vi partecipavano.

La “riforma”, iniziata prima del ’77 e durata almeno fino all’anno successivo, alla fine si concretizzò in una Costituzione e in uno Statuto di autonomia (nel 1978, Nda). In seguito questo processo si è ulteriormente “cristallizzato” legalmente e istituzionalmente. Si è cioè sviluppato un nuovo regime prodotto dalla riforma stessa. La riforma, dicevo, durò circa due anni, approssimativamente, dopo di che ebbe inizio una nuova fase di transizione che, arrivando fino ai nostri giorni, diede impulso e sviluppò tutte quelle premesse fino a dove era possibile.

COSA “CONSACRA” QUESTA RIFORMA, TANTO STROMBAZZATA A MADRID?

Consacra il non-riconoscimento del diritto all’autodeterminazione delle nazioni storiche, consacra il sistema capitalista come forma economica definitiva dello stato e consacra quindi lo stato spagnolo come uno STATO UNICO, organicamente inserito dentro al blocco occidentale, con una chiara e definita economia di mercato. Inoltre sancisce definitivamente un sistema scarsamente partecipativo in cui cioè la popolazione vede la sua partecipazione ridursi all’esercizio del voto. Praticamente tutto il sistema associativo di base che aveva dato vitalità all’opposizione popolare al franchismo viene smobilitato dai partiti politici che si identificano con le istituzioni. Proprio a causa di questo “riflusso” il nostro movimento ritiene indispensabile dare inizio ad una seconda transizione politica che noi chiamiamo “rottura” perché implica una rottura politica nei confronti dell’attuale regime. C’è però bisogno di un’altra “transizione” anche a livello di filosofia politica, una transizione che implichi il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione. A questo diritto diamo il senso dinamico di un fattore di avvicinamento al nostro obiettivo che è la piena sovranità politica del nostro paese, la riunificazione  e indipendenza dei Paisos Catalans. Inoltre per noi contiene anche un progetto di trasformazione della forma-stato rispetto a come si configura attualmente e l’indicazione di un percorso verso il superamento delle contraddizioni proprie del capitalismo. Da queste aspirazioni deriva la ricerca di forme di organizzazione politica della società con una maggiore partecipazione, una democrazia più diretta. Noi crediamo che i protagonisti di questa “seconda transizione politica” non possano essere né i partiti politici, né le attuali istituzioni (le medesime che hanno chiuso, cristallizzato, congelato un processo in atto di trasformazione sociale). Ancora una volta è compito della società civile catalana, del movimento popolare farsi carico di questo processo. Il movimento popolare ha la responsabilità storica di dare impulso a una ulteriore transizione, di portare una critica alle istituzioni, di spingere fino a dove è possibile le posizioni dei partiti. Parallelamente e contemporaneamente deve essere il protagonista di questa trasformazione. Con queste premesse, con quei primi segnali di solidarietà popolare spontanea che si erano sedimentati attorno al nostro manifesto, è stato possibile svilupparsi, coinvolgere nel movimento la maggior parte delle associazioni culturali e civiche, essere presenti in tutto il paese.

Ripeto: la “Crida” si struttura come movimento popolare di base e non come partito politico. Quest’ultimo avrebbe un interesse diverso: candidarsi come alternativa di potere, di partecipazione istituzionale. .. ma questo non e il nostro compito e nemmeno la nostra intenzione.

QUESTO ATTEGGIAMENTO IMPLICA UNA CRITICA AI PARTITI, A TUTTI I PARTITI, IN QUANTO TALI?

No. Voglio anzi precisare che se la “Crida” non si struttura come partito politico è principalmente per le ragioni che ho detto, non tanto perché elabori una critica di principio ai partiti in quanto tali. Noi non attribuiamo un valore negativo assoluto a tutti i partiti indiscriminatamente. Semplicemente crediamo che debbano esistere, che siano indispensabili anche dei modelli di organizzazione politica che (avendo anche sperimentato i limiti e gli errori dei partiti) prendano parte attivamente alle trasformazioni sociali (e possibilmente anche all’indispensabile riorganizzazione dei partiti stessi).

A TUO AVVISO, E’ LECITO INDIVIDUARE IN QUESTO ATTEGGIAMENTO (ALQUANTO DIFFUSO, MI SEMBRA, NEI PAISOS CATALANS), IN QUESTO MODO DI FAR POLITICA, L’EREDITÀ DI UNA TRADIZIONE LIBERTARIA CHE IN NESSUN LUOGO COME FORSE IN CATALUNYA E’ STATA FATTA PROPRIA DA LARGHI STRATI DI POPOLAZIONE (PENSO ALLA FAI, ALLA CNT, ANCHE AL POUM…)?

Certamente, ma non in maniera dogmatica. Per noi è chiaro che è indispensabile fare una critica al concetto organizzativo, ideologico e strategico, classico del partito politico. Va criticato in particolare il fatto che generalmente il partito si considera “avanguardia”, lontano, staccato dalla Società civile. Inoltre è senz’altro superata la teoria di una organizzazione che si riduce ad autoidentificarsi in una struttura per prendere il potere. Noi riteniamo che vi siano nella società civile del XX Secolo, in Europa, altri strumenti per trasformare, rivoluzionare la società stessa. Non si può più pensare ad una semplice occupazione del potere. Ci sono elementi di progressiva trasformazione della società, di critica, di integrazione e modifica del modello di sviluppo della Società occidentale (e in particolare nello Stato spagnolo e nei Paisos Catalans) che possono operare non dal punto di vista classico, non per mezzo dei partiti, ma grazie all’intervento di altre strutture organizzative che si vincolino più direttamente alla società civile, ai movimenti popolari. Crediamo di dover imparare dai partiti politici classici sia in negativo che in positivo. Questo nostro movimento popolare nell’evoluzione della propria strategia e nel bisogno di forme più concrete di organizzazione politica troverà nella pratica quali sono queste forme (salvaguardando sempre comunque il principio che “avanguardia” è il movimento popolare, perché questa non si può identificare né con un partito politico né con la struttura del partito). Crediamo insomma che la trasformazione sociale (e nel nostro caso la liberazione nazionale) non abbia senso dentro una strategia classica della presa del potere dello stato (senza per questo, preciso, voler abolire lo Stato). Mi spiego: la nostra azione si fonda su un progetto di trasformazione interna del modello di sviluppo; già nella pratica attuale devono essere trasformati elementi concreti della società, le stesse relazioni di potere interne a questo sistema politico-sociale.

COME SI CONFIGURA ATTUALMENTE LA SITUAZIONE CATALANA RISPETTO AL RESTO DELLA PENISOLA E COME SI COLLOCA IL VOSTRO PROGETTO INDIPENDENTISTA IN UNA PROSPETTIVA EUROPEA?

La Catalunya si trova in una situazione di autonomia limitata rispetto allo Stato, con una classe dominante borghese che occupa la direzione politica nelle istituzioni e che è molto rispettosa verso la struttura dello Stato. E’ una borghesia che non ha desiderio di rompere con lo Stato spagnolo ma aspira solo ad attestarsi su posizioni di maggior autonomia possibile restando dentro questo Stato e dentro ai suoi ordinamenti. Ha una sua politica ben precisa inserita in un’ottica internazionale: trasformare Catalunya e i Paisos Catalans in una regione ricca del sud d’Europa, dentro al progetto dell’Europa economica regionale. Inoltre prepara il terreno perché Catalunya possa venir “organizzata” economicamente ad uso e consumo delle multinazionali (soprattutto austriache, giapponesi, svizzere, svedesi) strutturandola come un territorio intermedio fra il “centro” multinazionale (la metropoli imperialista) e la periferia del terzo mondo. Questo comporta la rinuncia ad un proprio modello di sviluppo “autoctono”. Oggi come oggi è questo il progetto dominante mentre non esiste un progetto alternativo omogeneo.P er noi un progetto alternativo comunque non consiste nella negazione di un progetto europeo; chiaramente la nostra alternativa si proietta nella costruzione europea della catalanità (non della spagnolità); intendiamo partecipare all’Europa con un nostro modello di sviluppo che non può essere il medesimo delle multinazionali, ma partire dal presupposto di una solidarietà con i paesi del terzo mondo. Consiste nella costruzione di un’Europa dei popoli e nel considerare l’Europa come una unità rivoluzionaria e non una unità omogeneizzata, totalitaria. Noi crediamo che il processo di crisi dello stato-nazione (che innegabilmente esiste) sia positivo; c’è il bisogno di approfondire questa crisi sia “dal basso”, nel senso dell’autodeterminazione e della piena sovranità dei popoli e delle nazioni, che “dall’alto” per trovare una unità europea diversa da quella di coloro che hanno tutti gli interessi a rafforzare gli Stati.

POTRESTI SPECIFICARE QUESTO FAR RIFERIMENTO AI POPOLI E ALLE NAZIONI, INVECE CHE AGLI STATI? E DA DOVE DERIVA QUESTA ANALISI E QUESTO PROGETTO DI UN’EUROPA DEI POPOLI?

Noi come Paisos Catalans ci troviamo inseriti in una “doppia coordinata”. I nostri riferimenti culturali, storici, internazionali, strategici devono cioè situarsi tra due coordinate internazionali: da un lato il Mediterraneo come referente culturale e storico proprio della nostra nazione, dall’altro l’Europa. I Paisos Catalans hanno in questo senso una situazione geografica molto particolare: sono un punto d’incontro, un crocevia fra il Mediterraneo e il continente. Inoltre la nostra e anche una cultura di sintesi fra mare e montagna. Questo spiega molto e definisce la storia dei Paisos Catalans. Il nostro progetto di identità nazionale e internazionale si spiega fra questi due assi: l’asse del Mediterraneo ci porta alla solidarietà con i paesi del terzo mondo, verso il Sud; l’asse continentale che vediamo positivamente nel senso che oggi c’è una necessità ben precisa di definire un’area europea autonoma rispetto alle grandi potenze.

L’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale ha avuto delle grosse difficoltà per ritrovare una propria identità e questo era dovuto soprattutto alle “pressioni” dei due blocchi  Per arrivare ad un reale non-allineamento dei paesi europei è importante la volontà di creare un progetto europeo autonomo, non allineato, indipendente dai due grandi blocchi.

E’ necessario quindi consolidare tutte le energie dell’Europa –  Proprie e autoctone – che possano renderla indipendente. Abbiamo un obiettivo strategico molto importante: lo stato-nazione come unica forma di organizzazione politica della società è in crisi perché c’è una spiccata tendenza di base alla decentralizzazione, alla rivendicazione di autonomia (sia regionale che indipendentista), alla costruzione di un’Europa che rimetta in discussione gli Stati. Questo si percepisce anche considerando la tendenza a delegare parte del potere politico alle istituzioni europee, togliendo quindi potere ai singoli Stati.

Per noi è un processo complessivamente positivo. Naturalmente dal nostro punto di vista la costruzione dell’Europa non deve consistere nel facilitare l’unità tra i poteri economici egemonici. Ci interessa invece se avviene per dare unità e sviluppare solidarietà tra le nazioni e i popoli minorizzati.

L’Europa è un incrocio, storicamente è stata sempre inserita nella dialettica particolarità-universalità.

Questa che sta attraversando è in fondo una crisi di identità: cosa sia realmente l’Europa e cosa sia l’identità europea è un tema confuso. L’Europa è il risultato di una sintesi di diverse culture, diversi popoli e diversi momenti della storia. Qui si sono incontrati, scontrati, incrociati… Forse se l’Europa comprendesse questa sua identità plurinazionale potrebbe risolvere la sua permanente crisi di identità. La dialettica che esprime questa crisi di identità storicamente si è sempre espressa nell’ottica dell’universalismo, in progetti totalitari (Napoleone, Hitler) o in particolarismi molto xenofobi. L’alternativa è quella di un’Europa unita ma rispettosa delle identità nazionali dei popoli che la compongono, in una relazione solidaristica. Questo è il nostro “modello europeo”.

QUALI SONO I VOSTRI RIFERIMENTI A LIVELLO EUROPEO? QUALI I GRUPPI, MOVIMENTI, PARTITI CHE SENTITE PIÙ VICINI ALLE VOSTRE POSIZIONI?

Noi riconosciamo come agenti dinamici di un cambiamento, di un processo di trasformazione e progresso tutti quelli che sono i movimenti di liberazione nazionale dell’Europa. Abbiamo rapporti di amicizia con il Sinn Fein, con Herri Batasuna, con il movimento indipendentista della Corsica. Abbiamo buone relazioni anche con i movimenti alternativi europei, in particolare con i “Verdi” e con i diversi gruppi autonomi presenti in Germania. E’ nostra aspirazione che questa collaborazione si mantenga viva, stringere ulteriori relazioni, scambiare informazioni e tentare di arrivare ad accordi di collaborazione concreta. Seguiamo anche tutti quei movimenti, organizzazioni politiche, partiti che in qualche modo provengono dalla cultura politica della sinistra sociale, che tentano di definire il ruolo della nuova sinistra in Europa.

Noi crediamo che quest’ultima dovrebbe identificarsi sempre più con i processi di liberazione nazionale e con l’alternativa. Crediamo sia in atto in tutto l’Occidente un ampio processo di “mutazione” a livello delle contraddizioni sociali e che le forze che provengono dalla cultura politica di sinistra devono definire di nuovo la loro identità e il loro ruolo. In questo processo noi ci identifichiamo e questo che ho sommariamente tracciato è il “triangolo” che ci definisce. Attualmente sul tema dei movimenti di liberazione nazionale dei popoli dell’Europa esiste una sorta di coordinamento (a cui prende parte anche la “Crida”) denominato “CONSEO” (Conferenza delle nazioni senza stato dell’Europa occidentale). Il primo convegno risale a circa tre anni fa. Vogliamo definire a livello europeo un’area stabile di coordinamento tra i diversi movimenti di liberazione nazionale con il progetto di arrivare quanto prima a costruire un Parlamento europeo alternativo.

PUOI CERCARE DI DEFINIRE I PROBABILI PERCORSI O SCENARI ATTRAVERSO CUI SI POTRA’ CONCRETIZZARE QUESTA VOLONTÀ DI AUTODETERMINAZIONE, VERSO UN’EUROPA DEI POPOLI?

Ci rendiamo conto che questo è un progetto fortemente utopistico. Pensare all’Europa del futuro come all’Europa dei popoli e delle nazioni (e non a quella degli Stati) comporta un movimento totale di frontiere, ancora più grande di quello che si ebbe con la prima e con la seconda guerra mondiale. Strategicamente quindi è molto utopistico. Però bisogna anche aggiungere che quelle nazioni al momento più avanti nella lotta per l’autodeterminazione e la liberazione nazionale possono creare un precedente importante verso questo obiettivo. Attualmente Irlanda, Corsica, Euskal Herria, Paisos Catalans… sono l’avanguardia, l’esempio. Crediamo che nessun progetto di unità europea potrà dirsi democratico se non si baserà sul diritto all’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni. Per noi qualsiasi progetto europeo sarà sempre monco, incompleto se non accetta, riconosce e si modifica in base al processo di autodeterminazione dei popoli.

C’è una cosa molto chiara (almeno nel campo della riflessione se non in quello della pratica concreta) ma che deve ancora essere ulteriormente elaborata, ossia che alla soglia del secolo XXI è difficile pensare alla creazione di nuovi Stati in Europa. Non soltanto per le difficoltà tattiche intrinseche, dovute alla sproporzione delle forze in campo, ma anche perché ormai lo Stato nella sua idea classica appartiene al passato. E’ chiaro infatti che non è né la migliore né l’unica forma di organizzazione politica della società. Pertanto sarebbe assai difficile pensare all’obiettivo immediato di far nascere uno Stato catalano (o basco, corso…) Tatticamente si potrebbe parlare di “Stato” nel senso di una organizzazione sociale propria e sovrana; però questo è un processo di lunga durata, di prospettiva lontana inserito in un processo più ampio che comporta la necessità di ripensare nuovamente il concetto stesso di sovranità.

Per noi un processo di liberazione nazionale non è soltanto un cambiamento di frontiere e la creazione di una entità statale, ma qualcosa di molto più profondo; una trasformazione che implica appunto anche questo ripensare l’idea stessa di sovranità nazionale. Noi pensiamo che la piena sovranità in Europa, nel XXI secolo, dovrà trasformarsi (trasferirsi) dallo Stato-nazione al Popolo-nazione. Quanto alle forme concrete in cui questa sovranità (alla quale non rinunciamo) deve esprimersi, vanno trovate, scoperte, create. . .dato che in questo momento semplicemente non esistono ancora. Questo è un terreno in cui i movimenti di liberazione hanno un compito, una funzione molto importante da svolgere. Infatti noi non possiamo pensare alla formazione di uno stato catalano se non come espressione di profonde trasformazioni sociali e culturali. C’è bisogno quindi di un profondo cambiamento anche nella cultura politica.

La piena sovranità di uno Stato catalano vero e proprio deve iscriversi nella dinamica della trasformazione dell’idea stessa di Stato, non si può intendere la formazione di uno Stato come un fatto “statico” ma come uno svolgimento, un divenire, una realizzazione e una trasformazione a livello catalano del principio di sovranità.

E CON QUESTO, MI PARE, TORNAMO ALLE TRADIZIONI LIBERTARIE DELLA CATALUNYA. QUAL’E, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, L’ORIENTAMENTO SPECIFICO DELLA “CRIDA”, DEI SUOI MILITANTI, NON POCHI DEI QUALI DOVREBBERO SENTIRSI DIRETTAMENTE COINVOLTI IN QUANTO FIGLI O NIPOTI DEI PROTAGONISTI DELLA RIVOLUZIONE DEL ’36 E TALVOLTA ANCHE DEL SUCCESSIVO “MASSACRO DI BARCELLONA” DEL MAGGIO 1937 CHE VIDE LO SCONTRO ARMATO TRA ANARCHICI E STALINISTI?

Tutto questo discorso sullo Stato corrisponde ad una tensione positiva che esiste dentro la “Crida” che è da un lato un ambiente molto antistatalista e dall’altro esprime un processo di liberazione nazionale che rivendica apertamente come lo stato spagnolo non sia e non possa essere il nostro Stato. Pertanto c’è il bisogno concreto di trovare una forma di organizzazione politica propria. Questa tensione tra una cultura politica libertaria, molto forte nel nostro movimento, nella “Crida” in particolare, con il bisogno di dirigere un processo di liberazione nazionale (che dovrà concretizzarsi in qualche forma propria di organizzazione politica della società) è quello che ci fa ritenere che necessariamente il nostro modello di liberazione si inserisce, in buona parte, in questa stessa tradizione libertaria (da cui deriva quel concetto di liberazione dei popoli intesa come trasformazione e superamento dello stato). Questo almeno nel campo ideologico ma poi naturalmente la pratica concreta genera anche molte contraddizioni.

DAL VOSTRO PUNTO DI VISTA, QUALE POTREBBE ESSERE IL “SOGGETTO STORICO” PROTAGONISTA DI QUESTA TRASFORMAZIONE (RIVOLUZIONE ?): LE “CLASSI SUBALTERNE”, LA “COMUNITÀ POPOLARE”, I NUOVI MOVIMENTI. . .?

Noi pensiamo che le classi sociali, anche in una società sviluppata come la catalana (occidentale, postmoderna, postindustriale. . .) esistono ancora. Le contraddizioni nel modello di sviluppo capitalista del nostro paese cambiano e si modificano, il sistema stesso cambia e per tanto la composizione delle classi viene sottoposta a trasformazioni profonde, non superficiali. Questo naturalmente non significa che nella società non continuino ad esistere non solo interessi economici diversi, ma anche progetti politico-sociali diversi e contrapposti; è in questo senso che facciamo riferimento all’analisi marxista nel verificare, individuare quali siano i fattori che rendono dinamico il processo sociale.

Analizziamo il processo di liberazione nazionale in atto nella società catalana considerandolo come la confluenza di diversi fattori di cambiamento, cercando anche di stabilire quali siano le nuove forme della lotta di classe nella società postindustriale del XX secolo sul nostro territorio per poter intervenire adeguatamente. Per noi la contraddizione di classe, le contraddizioni sociali esistono ancora e sono un punto di riferimento, sono spinte che agiscono, operano anche nel determinare il processo di emancipazione nazionale. Altre spinte sono quelle provenienti dalle correnti dell’ecologismo alternativo, non istituzionale; quelle legate al bisogno di una democrazia diretta e maggiormente partecipativa.

Si tratta di diversi fattori, nessuno dei quali da solo rappresenta il soggetto dinamico complessivo della trasformazione sociale. Questo vale anche per il movimento operaio di cui non si può parlare come l’unico ”motore” della trasformazione. Da tale analisi deriva la nostra convinzione che nei Paisos Catalans non si deve creare un nuovo partito di sinistra o alternativo, ma organizzare (“vertebrare”) un movimento di liberazione nazionale con contenuti e strategie sociali e con contenuti e strategie alternative. Le due cose sono molto diverse.

QUALI SONO LE VOSTRE RELAZIONI CON GRUPPI, MOVIMENTI, PARTITI… NEL TERRITORIO DELLO STATO ITALIANO?

Attualmente (1987 nda) ci sono buone relazioni e collaborazione con il Movimento Friul e con l’Union Valdotaine. Inoltre c’è anche una certa collaborazione tattica (anche se non c’è molta affinità ideologica) all’interno della “CONSEO” con il Partito Sardo d’Azione, con il quale ci sono sia delle coincidenze che delle divergenze di vedute. C’è invece un vuoto molto grande di relazioni e contatti con altre forze che ci sembrano interessanti come potrebbero essere i Verdi, Democrazia Proletaria. .. ma, ripeto, attualmente non esistono relazioni organiche di nessun genere.

ALL’INTERNO DELLO STATO ITALIANO LA NASCITA E LO SVILUPPO DI UNA COSCIENZA AUTONOMISTA (O ANCHE INDIPENDENTISTA) SI SONO ACCOMPAGNATI CON L’ESTERNARSI DI SENTIMENTI RAZZISTI (CONTRO I MERIDIONALI, GLI “ZINGARI”…). E’ ESISTITO QUALCOSA DEL GENERE NEI PAISOS CATALANS?

Riassumendo molto (e lasciando anche da parte temi che potrebbero essere interessanti) ci sono due fattori da considerare: il 40% della popolazione che oggigiorno abita in Catalogna proviene da altri popoli, da altre nazioni dello Stato spagnolo, soprattutto dal sud. Siamo di fronte ad una realtà molto chiara che si era venuta profilando già tra gli anni cinquanta e gli anni settanta, anni in cui c’è stata una forte immigrazione (sarebbe lungo spiegarne le cause). Questo dato caratterizza sociologicamente, demograficamente e politicamente in modo decisivo l’identità dei Paisos Catalans: un 40% della popolazione è di cultura e lingua castigliana, con grandi problemi di acculturazione dovuti sia alla lontananza dalla propria cultura di origine (sradicamento) che alle difficoltà relative alla identificazione con la cultura del nostro paese. Per loro l’alternativa, l’unica apparente possibilità, è la “spagnolizzazione”, subire fino in fondo questo processo, identificarsi con lo Stato spagnolo. Su questo terreno si gioca probabilmente una delle battaglie decisive per la politica catalanista indipendentista, si verifica la nostra capacità di stabilire un dialogo, una sintesi fra gli interessi della comunità catalana di origine e quelli della comunità catalana immigrata in modo da farli confluire in un comune progetto di liberazione nazionale e sociale. Bisogna riconoscere che in questa prospettiva si è già progredito assai, nel senso che il processo della “normalizzazione linguistica” ossia della conoscenza e uso del catalano da parte di questi gruppi immigrati ha favorito molto il superamento della separazione fra le due comunità. Questo 40% della popolazione, gli immigrati, in gran parte capisce il catalano ed è in grado di parlarlo, sebbene normalmente non lo usi. Infatti in questo momento il problema del catalano non è di comprensione ma d’uso. In questo senso c’è ancora molto da fare nel campo della normalizzazione linguistica, della scuola, del mondo economico, del mondo istituzionale, dei mass-media. Intanto però molte barriere tra le due comunità sono state abbattute, con gli anni la popolazione si è omogeneizzata e questo processo non si arresta. Oggi ci sono ancora ostacoli di tipo ideologico in quanto molti immigrati identificano il nazionalismo catalano con la borghesia catalana (che fu storicamente la loro classe sfruttatrice). Purtroppo ci sono anche settori nazionalisti che si oppongono alla Volontà integratrice di questa comunità immigrata. In un momento determinato, in coincidenza con le grandi ondate di immigrazione, ci furono vere e proprie manifestazioni di xenofobia e di razzismo da parte della popolazione catalana di origine. Spiegarne tutte le cause sarebbe oltremodo complesso, ma comunque bisogna ammettere che ci furono, un fenomeno di natura ancora minoritaria ma comunque significativo, rilevante. In questo momento penso di poter affermare che è già superato o in via di superamento. Oggi stiamo invece assistendo ad un nuovo fenomeno: quello delle migrazioni di africani del nord verso l’Inghilterra, la Germania, la Francia… Quando in questi stati si raggiunge la “saturazione” queste migrazioni si dirigono anche verso di noi. Nel loro cammino verso il Centro Europa si fermano e rimangono in Catalunya. Questo sta generando nuove tensioni razziste o xenofobe, ma non è certo un fenomeno specificatamente catalano: è inserito in un diffuso atteggiamento di tutta la cultura occidentale e come tale va considerato.

UNA DOMANDA CHE E’ ANCHE UNA MIA CURIOSITÀ PERSONALE. OSSERVANDO I MURALES, I MANIFESTI, I SIMBOLI DEI VARI GRUPPI E ASSOCIAZIONI, LE FESTE TRADIZIONALI, ECC. HO AVUTO L’IMPRESSIONE DI RITROVARE IL SIMBOLO RICORRENTE DELL’ALBERO. E’ SOLO UNA MIA IMPRESSIONE?

In effetti l’albero è un Simbolo, un elemento proprio e interno alla cultura catalana. L’albero come simbolo di vita, di unità, delle diverse dimensioni e “stagioni” della vita. Si identifica naturalmente con la cultura, il Paese, la terra. E’ da sempre un simbolo integratore, uno degli elementi più diffusi nella cultura ancestrale catalana anche se credo che questo sia patrimonio comune di altre culture. L’albero è un simbolo universale, non esclusivo o Specifico di un popolo. (1)

PER CONCLUDERE. QUAL’E IL BILANCIO DI QUESTI ULTIMI ANNI E QUALI LE PROSPETTIVE PER LA “CRIDA”?

La “Crida”, come ho detto, è passata per molte fasi. La fase attuale è molto importante perché a pochi anni dalla fondazione è riuscita a trasformare quello che all’origine era un sentimento diffuso (ma a volte anche confuso) in una piattaforma concreta con una serie di punti che definiscono il suo programma strategico. All’origine consisteva in un movimento formato soprattutto dalle associazioni civiche e culturali che si erano agglutinate intorno ad una segreteria per essere in grado di organizzare campagne di lotta e creare sensibilizzazione. Col tempo la “Crida” si è evoluta, trasformata. Queste associazioni continuano a collaborare però oggi si può finalmente parlare della “Crida” come di un movimento popolare nel vero senso della parola, dove confluiscono realtà di formazione diversa e pluralista, con una capacità di intervento e di inserimento stabile a livello territoriale. Ora siamo in una fase nella quale ci stiamo dando un orizzonte politico-strategico più concreto e in questo la “Crida” non può essere l’unico protagonista ma devono intervenire altre forze, altre entità, altre organizzazioni per definire questo progetto. Noi vogliamo partecipare a questo impegno per definire a livello civile e sociale le basi di uno spazio politico che riprenda i principi (che definisca i punti) di questa seconda transizione politica, ossia del principio di autodeterminazione, del principio di trasformazione sociale, l’alternativa ecologica e una nuova concezione della democrazia che permetta una maggiore partecipazione dalla base. Noi crediamo di non essere più nella fase di sensibilizzazione ma oltre: stiamo iniziando ora a strutturare (articolare) nella società catalana questo spazio politico che abbiamo conquistato. E’ un obiettivo a lungo termine, come si può ben capire.


nota 1 : negli anni ottanta erano in forte incremento le attività di rimboschimento con piante autoctone, leccio in particolare.

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